Per scaricare l’articolo clicca qui: Lectio Narrativa XXIV Dom. Tempo Ord. A 2026
Matteo 18,21-35; Sir 27,30-28,7; Sal 102; Rm 14,7-9
La XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) propone il culmine del “Discorso Ecclesiale” di Matteo: il perdono senza calcolo e la parabola del servo spietato (Mt 18,21-35).
Dal punto di vista della struttura del racconto, questo brano compie un radicale ribaltamento della logica contabile dell’egoismo. Gesù sposta l’asse della giustizia dalle scadenze dei tribunali umani all’eccedenza d’amore smisurata del Padre. Il movimento narrativo è guidato dal contrasto tra la fretta esigente della carne (che strozza il debitore) e la pazienza dal respiro lungo del Re, rivelando che chi rifiuta di far circolare il perdono ricevuto fa bancarotta della propria anima.
Ecco la lectio narrativa dei testi di questa liturgia:
1. Prima Lettura (Siracide 27,33 – 28,7)
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Il movimento del racconto: Il saggio Ben Sira mette in scena un’autopsia psicologica del risentimento, descrivendo i sentimenti che avvelenano l’anima e sbarrano le porte alla grazia di Dio.
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Lectio Narrativa: La scena si apre denunciando due mostri interiori: «Rancore e ira sono cose abominevoli e il peccatore le tiene strette». L’orante che cova la vendetta viene messo di fronte al verdetto del tribunale divino: subira la vendetta del Signore, che terrà conto millimetrico dei suoi peccati.
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Il paradosso del medico: Il testo interroga duramente il lettore con una metafora clinica: «Un uomo conserva la collera contro un altro uomo, e poi chiede aiuto al Signore? Non ha misericordia per un uomo suo simile, e poi prega per i propri peccati?». Il testo smaschera l’ipocrisia burocratica di chi esige il condono da Dio ma stringe le catene al collo del fratello. L’unico allegerimento possibile è guardare alla fine della storia, ricordare l’Alleanza dell’Altissimo e dimenticare l’offesa.
2. Il salmo responsoriale: Sal 102,1-2.3-4.9-10.11-12 Inno
Con il Versetto responsorio: «Il Signore è buono e grande nell’amore»
Il Salmo 103 (nella numerazione liturgica Salmo 102) costituisce la colonna sonora del condono e del respiro lungo di Dio. Cantato subito dopo l’ascolto del Siracide — che ha smascherato l’ipocrisia di chi cova il rancore ma chiede aiuto al Signore — e prima dell’evangelo sul perdono “fino a settanta volte sette”, questo testo è il canto con cui l’anima “canta” la gratuità del debito cancellato.
Letto narrativamente, il salmo abbandona i registri burocratici dei tribunali umani per mettere in scena il ritratto intimo del Re che dimentica le colpe e guarisce la carne ferita dell’uomo.
1. La Scenografia: L’archivio della benedizione (vv. 1-2.3-4)
Il salmo domenicale si apre con un soliloquio, un comando che l’orante rivolge alle proprie viscere per uscire dal torpore della distrazione:
«Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici».
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L’unificazione del cuore: Il salmista convoca «quanto è in me» (kāl-qərabay, letteralmente “tutte le mie interiora/viscere”). È la guarigione dal cuore diviso, lo stesso cuore che nell’evangelo dimentica il condono dei diecimila talenti appena esce per strada.
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L’inventario della cura: L’azione terapeutica del Signore si manifesta cancellando le condanne: «Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità; salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia». Dio non opera parzialmente; l’uso ripetuto di “tutte” dimostra la teologia dello “spreco” d’amore. Prima che il servo sia gettato nella fossa o nella prigione degli aguzzini, la destra del Re interviene e lo riscatta.
2. Il Colpo di Scena: Il Nome del Respiro Lungo (vv. 8.9-10)
Al centro del testo, la narrazione compie un balzo teologico solenne, riproducendo il codice d’amore che Dio ha gridato a Mosè sulla roccia del Sinai:
«Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Egli non è in contesa per sempre, non rimane adirato per sempre. Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe».
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Il Respiro che non strozza: Questo ritratto emotivo del Signore è il perfetto contrario drammatico dell’azione del servo spietato. Mentre il servo afferra il compagno alla gola e lo strozza (épnigen) togliendogli l’aria, Dio si rivela come “lento all’ira” (’arek ’appayim, dal respiro lungo).
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La cancellazione del Libro Contabile: Il colpo di scena risiede nella frase: «Non ci tratta secondo i nostri peccati». Dio decide di non applicare le regole della contabilità restrittiva. Accetta la spoliazione dei propri diritti “commerciali” per fare spazio all’azione del condonare (aphēken), strappando i registri delle colpe per lasciarci andare liberi.
3. Verdetto finale: La distanza siderale della Grazia (vv. 11-12)
I versetti conclusivi della preghiera domenicale utilizzano due iperboli spaziali e cosmiche per descrivere l’immensità dell’eccedenza d’amore della Trinità:
«Come il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono; come dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe».
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Le misure scompaginate: Ritroviamo la stessa logica iperbolica del “settanta volte sette” e dei “diecimila talenti”. La distanza tra il Cielo e la terra e lo spazio immenso tra l’oriente e l’occidente servono a dire che il perdono di Dio non è misurabile.
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Egli allontana le colpe scaricandole nell’abisso dell’anonimato. Il Re ha ripulito l’archivio del nostro passivo fallimentare; di conseguenza, il discepolo non ha più alcun diritto di stringere il collo del fratello per esigere risarcimenti minimi sulla strada.
Il collegamento liturgico con l’Assemblea
Domenica, cantando questo salmo dall’ambone, l’assemblea dei fedeli compie una preghiera di lode. Noi cristiani non recitiamo poesie astratte: manifestiamo la gratitudine per il condono ricevuto.
Cantare “Non dimenticare tutti i suoi benefici” è la medicina contro la trappola del risentimento clandestino che indurisce il cuore nel deserto delle nostre relazioni settimanali. Ci educa a guardare al debito immenso che ci è stato abbuonato, per abbassare le braccia della nostra violenza quotidiana ed estendere ai fratelli lo stesso respiro lungo e la stessa pazienza con cui il Padre si prende cura di ciascuno di noi.
3. Seconda Lettura (Lettera ai Romani 14,7-9)
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Il movimento del racconto: San Paolo descrive l’esistenza cristiana come una spoliazione totale dell’ego, in cui la vita ordinaria dei personaggi viene sottratta all’isolamento egoistico per essere consegnata interamente all’appartenenza relazionale dello Sposo.
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Lectio Narrativa: L’apostolo enuncia una legge di esodo interiore: «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso». Sia la vita biologica che il passaggio della morte sono declassati a puro spazio di comunione: «Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore».
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Il verdetto regale: Cristo è morto e risorto per questo: per esercitare la sua exousía (autorità) regale e terapeutica sia sui morti che sui vivi. Masticare questa certezza unifica il cuore dei credenti, liberandoli dall’ansia di dover giudicare i fratelli o difendere i propri banchi protettivi.
4. L’Evangelo (Matteo 18,21-35)
Il racconto si sviluppa all’interno della casa di Cafarnao, articolandosi come un duello teologico che si scioglie in un grande racconto parabolico.
A. Il calcolo di Pietro e l’eccedenza del “Settanta volte sette” (vv. 21-22)
La spirale infinita: Hebdōmēkontákis heptá (v. 22)
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Il testo greco:
οὐ(ou légō soi héōs heptákis allà héōs hebdōmēkontákis heptá).
λέγω σοι ἕως ἑπτάκις ἀλλὰ ἕως
ἑβδομηκοντάκις ἑπτά -
Analisi filologica: Alla domanda contabile di Pietro, che cerca un limite numerico (
ἕως/ fino a sette volte?), Gesù risponde con la formula ἑβδομηκοντάκις ἑπτά (hebdōmēkontákis heptá). L’espressione greca può significare sia “settantasette volte” sia “settanta volte sette” (490 volte). In entrambi i casi, l’iperbole distrugge la logica del registro contabile: il perdono non si calcola, si distribuisce all’infinito.
ἑπτάκις
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La domanda contabile: Pietro si avvicina a Gesù e, cercando di essere generoso secondo i criteri della carne, propone una misura: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di te, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». Il numero sette evocava la pienezza, ma fissare un limite significa far funzionare il cuore come un libro contabile.
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Il colpo di scena del numero: Gesù spezza la sua aritmetica restrittiva con un ribaltamento iperbolico:
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Il significato: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Questo numero evoca l’antico canto di vendetta efferata di Lamech nella Genesi («Lamech sarà vendicato settanta volte sette»). Gesù compie una transustanziazione linguistica: la spirale della violenza viene assorbita e rovesciata nella spirale infinita della misericordia gratuita.
B. La parabola del debito astronomico condonato (vv. 23-27)
Il debito astronomico: Myríōn talántōn (v. 24)
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Il testo greco:
προσηνέχθη(prosēnéchthē autō heīs opheilétēs myríōn talántōn).
αὐτῷ εἷς ὀφειλέτης μυρίων ταλάντων -
Analisi filologica: Al Re viene presentato un debitore di μυρίων ταλάντων (diecimila talenti). Il termine mýrios indica il numero più alto esprimibile nel vocabolario greco (la “miriade”). Un solo talento d’oro equivaleva a circa 6.000 denari (il salario di 20 anni di un operaio). Diecimila talenti rappresentano l’incalcolabile, l’infinito debito che la carne e il sangue non potranno mai risarcire da soli, metafora della condizione umana davanti all’Eterno.
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La resa dei conti: Gesù introduce la parabola di un re che vuole regolare i conti con i suoi servi. Gli viene presentato un personaggio che gli deve diecimila talenti. Diecimila talenti era una cifra iperbolica, astronomica (pari a circa 300 tonnellate d’oro, il bilancio di interi imperi dell’epoca!). Rappresenta il debito incalcolabile che l’umanità ha accumulato e che non può risanare con le sole forze della carne e del sangue.
Il colpo di scena dello scioglimento: Aphēken (v. 27)
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Il testo greco:
σπλαγχνισθεὶς(splanchnistheìs dè ho kýrios toū doúlou ekeínou apélysen autón, kaì tò dáneion aphēken autō).
δὲ ὁ κύριος τοῦ δούλου ἐκείνου ἀπέλυσεν
αὐτόν, καὶ τὸ δάνειον ἀφῆκεν αὐτῷ -
Analisi filologica: Il Re agisce mosso da un fremito viscerale (
σπλαγχνισθείς/ esplanchnísthē, mosso da compassione materna). Esegue due azioni: lo libera (ἀπέλυσεν) e gli condona il debito. Il verbo chiave è ἀφῆκεν (aphēken, aoristo indicativo attivo diἀφίημι/ aphíēmi). -
Sfumatura teologica: Aphíēmi significa letteralmente “lasciare andare, scatenare, rimandare libero, cancellare del tutto”. È lo stesso verbo utilizzato nel Padre Nostro per dire “rimetti a noi i nostri debiti” e che definisce l’autorità (exousía) dello sciogliere consegnata alla Chiesa. Il Re non concede una dilazione burocratica: compie un atto di totale spoliazione finanziaria, azzerando il passato e lasciando il servo libero e a mani piene.
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La spoliazione e il condono: Non avendo il servo da restituire, il padrone ordina di venderlo con la moglie e i figli per monetizzare. Ma il servo si prostra nel fango, compiendo un atto di sottomissione assoluta, ed emette il grido della supplica: «Abbi pazienza con me e ti restituirò tutto». Il re, colto da compassione viscerale (esplanchnísthē), compie il colpo di scena dello “spreco” d’amore: non gli concede solo una proroga burocratica, ma gli condona l’intero debito. Lo libera e lo lascia andare a mani piene.
C. Il capolavoro del servo spietato e la bancarotta dell’Anima (vv. 28-35)
La pretesa minimale: Ekatòn dēnária (v. 28)
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Il testo greco:
εὗρεν(heūren héna tōn syndoúlou autoū hòs ṓpheilen autō hekatòn dēnária).
ἕνα τῶν συνδούλων αὐτοῦ ὃς ὤφειλεν
αὐτῷ ἑκατὸν δηνάρια -
Analisi filologica: Appena uscito, il servo graziato trova un compagno che gli deve ἑκατὸν δηνάρια (cento denari). Cento denari corrispondono a circa cento giornate di lavoro ordinario. È una cifra reale, ma ridicola, una briciola infinitesimale in confronto alle 300 tonnellate d’oro (i 10.000 talenti) che il Re gli ha appena abbuonato.
L’aggressione fisica: Épnigen (v. 28)
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Il testo greco:
καὶ(kaì kratḗsas autòn ἔπνιγεν λέγων: Apódos eí ti opheíleis).
κρατήσας αὐτὸν ἔπνιγεν λέγων· Ἀπόδος
εἴ τι ὀφείλεις -
Analisi filologica: Il servo afferra l’altro (
κρατήσας). L’evangelista descrive l’aggressione con l’imperfetto indicativo attivo ἔπνιγεν (épnigen, daπνίγω/ pnígō). -
Sfumatura psicologica: Il verbo pnígō significa letteralmente “soffocare, strozzare, stringere la gola fino a togliere il respiro”. L’uso dell’imperfetto (ἔπνιγεν) indica un’azione continua, prolungata: non è uno strattone impulsivo; il servo stringe ripetutamente la gola del compagno, togliendogli l’aria.
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Mentre il Re ha avuto il “respiro lungo” della pazienza (lento all’ira), il servo spietato toglie il respiro biologico al fratello, esigendo la restituzione immediata con l’imperativo perentorio
Ἀπόδος(Paga!) .
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Lo strozzamento sul vicolo: Appena uscito dalla presenza del Re, quel medesimo servo incontra per strada un suo compagno che gli doveva una quantità minimale: cento denari (pari a circa tre mesi di lavoro ordinario, una briciola in confronto al debito appena cancellato). Il servo dimentica all’istante l’eccedenza d’amore ricevuta. Afferra il compagno per il collo e lo strozza, gridando: «Paga quello che devi!».
L’irrigidimento del rifiuto: Ouk ēthelen (v. 30)
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Il testo greco:
ὁ(ho dè oūk ḗthelen, allà apelthṑn ébalen autòn eis phylakēn).
δὲ οὐκ ἤθελεν, ἀλλὰ ἀπελθὼν ἔβαλεν
αὐτὸν εἰς φυλακὴν -
Analisi filologica: Nonostante il compagno si prostri nel fango ripetendo l’esatta formula orante udita prima (
Μακροθύμησον/ Abbi pazienza con me), l’evangelista annota il collasso relazionale: ὁ δὲ οὐκ ἤθελεν («ma egli non volle»). Rifiuta il faccia a faccia, si trincera dietro il moralismo burocratico e lo fa gettare in prigione (
ἐπ’ ἐμοίφυλακήν). Ha bloccato la circolazione del perdono.
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Il rifiuto della pazienza: Il compagno si getta ai suoi piedi ripetendo l’esatta formula orante udita prima: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». Ma il servo spietato rifiuta il faccia a faccia, si irrigidisce nell’egoismo economico e lo fa gettare in prigione. Ha bloccato la circolazione della grazia.
Il giudizio finale del Re (vv. 31-35)
Il bilancio della malvagità: Pāsan tēn opheilēn (v. 32)
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Il testo greco:
Δοῦλε(Doūle ponēré, pāsan tēn opheilēn ekeínēn aphēká soi).
πονηρέ, πᾶσαν τὴν ὀφειλὴν ἐκείνην
ἀφῆκά σοι -
Analisi filologica: Il Re convoca il servo e lo definisce πονηρέ (malvagio, perverso). Gli ricorda il condono totale: «tutto quel debito ti ho condonato (aphēká) perché mi hai pregato». Gesù mostra la legge di reciprocità del Regno: chi ha ricevuto l’eccedenza d’amore di Dio deve farla circolare verso i fratelli. Stringere il collo dell’altro fa fare bancarotta all’anima, riattivando il debito antico.
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Il testo si chiude con il verdetto escatologico divino: il Padre celeste metterà nelle mani degli aguzzini chi non avrà perdonato ἀπὸ τῶν καρδιῶν ὑμῶν («dalle vostre viscere/cuori»), esigendo che il condono passi dalla bocca formale alla verità del cuore.
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Il verdetto finale del Re: Gli altri servi vedono la scena e, addolorati, riferiscono tutto al Re. Il Protagonista convoca il servo malvagio e pronuncia la condanna chirurgica: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». Sdegnato, lo consegna agli aguzzini finché non abbia pagato tutto. Gesù chiude il discorso con un verdetto deciso: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi, se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Il collegamento con la nostra vita ordinaria
Questo testo è la medicina più potente contro l’ansia del risentimento e la tentazione di tenere i libri contabili delle offese subite nella nostra settimana. Ci ricorda che il perdono non è uno sforzo etico pesante che nasce dalle nostre risorse sentimentali, ma è il frutto della “ruminatio” della Parola, grati del debito immenso che Dio ha già abbuonato a ciascuno di noi.
Ascoltando questo evangelo impariamo ad abbassare le braccia della nostra violenza ordinaria: stringere il collo del fratello per esigere risarcimenti ci fa fare bancarotta dell’anima, escludendoci dal flusso del ristoro eterno; spalancare le mani per sciogliere i debiti altrui ci trasforma nei canestri stàbili in cui trabocca l’eccedenza d’amore della Trinità.
lunedì 7 settembre 2026
Abbazia Santa Maria di Pulsano