Per scaricare l’articolo clicca qui: Lectio Narrativa XXV Dom. Tempo Ord. A. 2026
Mt 20,1-16 (leggi 19,30-20,16); Is 55,6-9 (55,6-11); Sal 144; Fil 1,20c-24.27a
La XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) propone la lectio narrativa di uno dei racconti economici e teologici più provocatori dell’evangelo di Matteo: la parabola degli operai della vigna dell’ultima ora. Dal punto di vista della struttura del racconto, questo brano compie un radicale ribaltamento dei criteri meritocratici dell’uomo, scardinando la logica sindacale del portafoglio per rivelare lo “spreco” e l’eccedenza della grazia del Padre. Il movimento narrativo è guidato dal conflitto tra l’invidia dell’occhio cattivo dei primi operai (che calcolano le ore di lavoro) e la generosità dal respiro lungo del Padrone, costringendo i personaggi e il lettore a un profondo esame del cuore.
1. Prima Lettura (Isaia 55,6-9)
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Il movimento del racconto: Il profeta Isaia lancia un grido urgente di conversione a un popolo tentato dall’esilio e dallo smarrimento, invitandolo ad abbandonare i propri calcoli mentali per entrare nell’orizzonte di Dio.
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Lectio Narrativa: Isaia apre la scena con due imperativi d’esodo interiore: «Cercate il Signore… invocatelo, mentre è vicino». Il profeta intima al malvagio e all’uomo iniquo di abbandonare i propri progetti egoistici e i propri pensieri formalistici.
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Il verdetto delle distanze cosmiche: Il testo introduce un colpo di scena concettuale, enunciando la distanza siderale che separa i criteri di Dio da quelli degli uomini: «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie… Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie». Questo annuncio prepara il lettore alla parabola dell’evangelo, ricordandoci che la giustizia divina non segue le nostre tabelle contabili, ma trabocca sempre in una misericordia infinita che guarisce la sterilità.
2. Il Salmo responsoriale: Sal 144,2-3.8-9.17-18, I
Con il Versetto responsorio: «Il Signore è vicino a chi lo invoca».
Il Salmo 145 (nella numerazione liturgica Salmo 144) costituisce la colonna sonora della giustizia misericordiosa e della vicinanza di Dio. Cantato subito dopo la prima lettura di Isaia — che ha proclamato l’infinita distanza tra i pensieri di Dio e le tabelle contabili degli uomini — e prima della parabola degli operai della vigna, questo testo è il canto con cui l’assemblea loda la bontà sovrabbondante del Padre.
Letto narrativamente, il salmo mette in scena il ritratto emotivo di un Re che scardina i criteri del tribunale umano e del merito sindacale, rivelandosi come un sostemitore dal respiro lungo, che si fa vicino a chiunque lo invochi con cuore sincero.
1. La Scenografia: La lode quotidiana al Re-Sposo (vv. 2-3)
Il salmo festivo si apre con una decisione d’azione totalizzante, un voto di fedeltà relazionale che unifica il tempo della storia ordinaria:
«Ogni giorno ti benedirò, loderò il tuo nome in eterno e per sempre. Grande è il Signore e degno di ogni lode, senza fine è la sua grandezza».
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La cattedra del tempo: Il salmista scandisce il ritmo della fedeltà con l’espressione «ogni giorno». Non si tratta di una performance accademica isolata o di un dovere moralistico formale. L’orante decide che ogni frammento della sua settimana deve essere nutrito dalla lode. La grandezza di Dio viene definita senza fine (’ên ḥēqer, incalcolabile): è la stessa logica iperbolica dell’eccedenza d’amore che spinge il Padrone a uscire fino all’undicesima ora per cercare gli scartati della piazza.
2. Il Colpo di Scena: Il Nome delle viscere paterne (vv. 8-9)
Al centro del testo domenicale, la narrazione compie un balzo teologico solenne, facendo risuonare l’antico spartito della rivelazione del Sinai, il midollo stesso di tutta la liturgia:
«Paziente e misericordioso è il Signore, lento all’ira e ricco di grazia. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature».
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Il respiro lungo del Padrone della vigna: Ritroviamo la carta d’identità viscerale di Dio. Dire che Egli è «lento all’ira» (in ebraico ’arek ’appayim, dal respiro lungo) spiega teologicamente l’intreccio dell’evangelo. Gli uomini hanno il respiro corto del calcolo e dell’invidia; Dio ha il respiro lungo della pazienza, che dilata le ore del giorno per dare a tutti la medesima possibilità di salvezza.
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La tenerezza universale: La lode nota che la bontà di Dio è verso tutti (lakkōl) e la Sua compassione si estende su tutte le opere sue. Questa universalità smaschera l’occhio cattivo dei primi operai, che vorrebbero recintare la grazia e ridurla a un club esclusivo per meritocratici. Il colpo di scena di Dio sta nel far traboccare il denaro della salvezza anche sull’ultimo arrivato.
3. Verdetto finale: La Giustizia che si fa Prossimità (vv. 17-18)
I versetti conclusivi del testo domenicale definiscono la fisica dello Spirito e l’anatomia della giustizia alternativa del Protagonista:
«Giusto è il Signore in tutte le sue vie e santo in tutte le sei opere. Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero».
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I pensieri sovrastanti: La giustizia di Dio (
giusto) non è il moralismo burocratico di una legge fredda che calcola i rendimenti aziendali. La giustizia: Díkaios ōn kai mē thélōn. La frase fa parte di uno dei passi più noti dell’evangelo secondo Matteo (1,19), riferito a San Giuseppe.(Traduzione: «Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla segretamente»). Questa espressione mette in luce il profondo dramma interiore e la grandezza morale di Giuseppe di fronte alla gravidanza di Maria:
è il Signore
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L’essere “giusto” (Díkaios): Secondo la Legge mosaica, un uomo giusto avrebbe dovuto denunciare pubblicamente l’infedeltà presunta, il che avrebbe esposto Maria alla pubblica infamia e potenzialmente alla lapidazione.
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Il “non volere” (Mē thélōn): Qui emerge la misericordia di Giuseppe. Pur nel rispetto della giustizia, egli rifiuta la severità della legge per proteggere Maria. Sceglie quindi una terza via legale: il divorzio privato (o segreto), che avrebbe assunto su di sé la colpa della separazione, salvando la vita e la reputazione di lei.
In sintesi, la frase esprime il perfetto equilibrio tra giustizia e misericordia, definendo il profilo spirituale di Giuseppe prima ancora dell’intervento dell’angelo nel sogno. È una giustizia che si esprime come prossimità salvifica.
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La fine dell’isolamento sulla piazza: Il Signore si fa vicino (qārōb) a chiunque lo invochi. Questa vicinanza guarisce la nudità sociale di coloro che se ne stavano oziosi sulla piazza perché nessuno li aveva presi a giornata [I cinque passaggi sulla piazza e l’inventario dei disoccupati (cf vv. 1-7)]. Cercare Dio con “cuore sincero” (bə’emet, nella verità e fedeltà relazionale) unifica il cuore diviso, permettendo al lavoratore dell’ultima ora di ricevere l’intero denaro del condono e del ristoro eterno.
Il collegamento liturgico con l’Assemblea
Domenica, cantando questo salmo dall’ambone, l’assemblea dei fedeli loda sempre il Signore Re di pace e di giustizia. Cantare “Il Signore è vicino” è la medicina contro l’ansia dello scarto e del fallimento esistenziale che ci attanaglia sul mercato del mondo. Ci educa ad accettare lo stile della mitezza dello Sposo, rallegrandoci se la Sua mano aperta si tende a saziare anche chi è arrivato all’undicesima ora, certi che nella vigna del Padre non siamo servi stipendiati ma figli amati, interamente custoditi dalla Sua grazia gratuita.
3. Seconda Lettura (Filippesi 1,20c-24.27a)
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Il movimento del racconto: San Paolo scrive alla comunità di Filippi dal fondo di una cella d’esecuzione, mettendo in scena la sua personale e lacerante decisione del cuore.
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Lectio Narrativa: L’apostolo si trova davanti a un bivio interiore drammatico. Da una parte desidera la morte, vista come un guadagno assoluto perché gli permetterebbe di essere sciolto dalle catene per consumare le nozze con lo Sposo («per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno»). Dall’altra parte, sa che rimanere nella carne ordinaria è più necessario per il cantiere della Chiesa e per la cura dei suoi figli.
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La spoliazione dell’ego: Paolo non trattiene la vita per egoismo. Compie una totale spoliazione del proprio io, accettando di rimanere nel vicolo della storia per spendersi per l’Evangelo. Esorta i lettori a imitare la sua postura: «Comportatevi in modo degno dell’evangelo di Cristo».
4. L’Evangelo (Matteo 20,1-16)
Il racconto si sviluppa interamente all’aperto, muovendosi continuamente tra lo spazio pubblico della piazza del mercato e il recinto protettivo della vigna.
A. I cinque passaggi sulla piazza e l’inventario dei disoccupati (vv. 1-7)
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La chiamata all’alba: Il Padrone di casa (
il) esce all’alba (
Padrela) per assumere operai per la sua vigna. Si accorda con i primi per un denaro al giorno (la paga ordinaria e giusta del tempo) e li manda a lavorare.
prima ora -
Le uscite iperboliche: Il colpo di scena narrativo risiede nel fatto che il Padrone non si ferma. Esce di continuo sulla piazza alla ricerca di personaggi rimasti nell’anonimato e senza meta: esce a metà mattina (
la), a mezzogiorno (
terza orala), a metà pomeriggio (
sesta orala) e, con un tocco di eccedenza folle, esce persino un’ora prima del tramonto (
nona oral'undicesima).
ora -
La guarigione dall’ozio: All’undicesima ora trova ancora uomini fermi sulla piazza. Li interroga: «Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi?». Essi rispondono mettendo in scena la propria nudità sociale: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Non sono pigri; sono scartati dal mercato del mondo, che li considera improduttivi. Il Padrone li accoglie con la gratuità dello “spreco” d’amore: «Andate anche voi nella vigna».
La stipula burocratica: Symphōnḗsas ek dēnaríou (v. 2)
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Il testo greco:
συμφωνήσας(symphōnḗsas dè metà tōn ergatōn ek dēnaríou tḕn hēméran).
δὲ μετὰ τῶν ἐργατῶν ἐκ δηναρίου τὴν
ἡμέραν -
Analisi filologica
:συμφωνήσας
Il participiosymphōnḗsas
(,symphōnēō
da)δηνάριον
indica l'accordo formale, l'intesa contrattuale. Curiosamente, è la
stessa radice della "sinfonia" dei piccoli che pregano
d'accordo. Con i primi operai il Padrone stringe un accordo
sindacale preciso basato sulla moneta d'argento standard del tempo:
ildēnárion
(),
la paga giornaliera che garantiva la sussistenza.
Lo scarto della piazza: Argous (v. 3.6)
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Il testo greco:
εἶδεν(eīden állous hestōtas en tē agorā argoús).
ἄλλους ἑστῶτας ἐν τῇ ἀγορᾷ ἀργούς -
Analisi filologica: Il termine ἀργούς (argoús, accusativo plurale di argós) è composto da a- (privato) ed érgon (lavoro); significa letteralmente “senza lavoro, inerti, improduttivi”.
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Non sono personaggi pigri, ma uomini che il mercato selettivo della piazza (
ἀγορά) ha scartato e lasciato nell’anonimato perché non più forti o giovani. Il Padrone spezza questa logica dell’efficienza uscendo fino all’undicesima ora (ἑνδεκάτην), immettendo nella storia l’eccedenza del suo invito gratuito.
ὥραν
B. La resa dei conti e il cortocircuito della ricompensa (vv. 8-12)
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Il ribaltamento della fila: Sul far della sera (
la), il Padrone ordina al fattore di pagare i lavoratori, compiendo un’inversione di marcia pedagogica e provocatoria: «Inizia dagli ultimi fino ai primi».
dodicesima ora -
Il denaro dell’ultima ora: Gli operai dell’undicesima ora, che hanno lavorato sessanta minuti appena, ricevono un denaro intero. La generosità del Padrone copre interamente la loro giornata, garantendo il pane a casa per le loro famiglie.
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Il calcolo dei primi: Quando si avvicinano i primi, che hanno sopportato il peso della giornata e del caldo, scatta il calcolo contabile della carne e del sangue: «pensarono di ricevere di più». Ma anch’essi ricevono un denaro ciascuno. Davanti a questa parità, i personaggi cadono nel mormorio ostile contro il Padrone.
Il mormorio ostile: Egóŋgyzon (v. 11)
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Il testo greco:
λαβόντες(labóntes dè egóŋgyzon katà toū oikodespótou).
δὲ ἐγόγγυζον κατὰ τοῦ οἰκοδεσπότου -
Analisi filologica: Il verbo onomatopeico ἐγόγγυζον (egóŋgyzon, da goŋgýzō) esprime un sussurro basso, un brontolio clandestino, un mormorio denso di risentimento. È lo stesso verbo greco che la Settanta usa per descrivere la ribellione degli Israeliti nel deserto a Massa e Meriba contro Mosè e contro il cibo di Dio. Il moralismo “contabile” della loro mente non tollera l’uguaglianza del dono.
C. Il verdetto del Padrone e l’occhio cattivo (vv. 13-16)
Il culmine drammatico della pericope si gioca nella risposta del Padrone al versetto 15, dove viene eseguita una vera e propria autopsia spirituale dell’invidia. Il Padrone attraverso una correzione mite stringe l’inquadratura su uno di loro, chiamandolo con dolcezza: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e va’». Il Padrone difende la giustizia del contratto iniziale e svela la vera trappola e il mostro interiore che sta avvelenando il servo: «O tu sei invidioso perché io sono buono?».
Lo svelamento del mostro: Ophthalmós sou ponērós (v. 15)
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Il testo greco:
ἢ(ē ho ophthalmós sou ponērós estin hóti egṑ agathós eimi?).
ὁ ὀφθαλμός σου πονηρός ἐστιν ὅτι ἐγὼ
ἀγαθός εἰμι; -
Analisi filologica: Spesso tradotto genericamente con “Sei tu invidioso perché io sono buono?”, il testo greco letterale dice: «O il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?».
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ὀφθαλμός (ophthalmós): L’occhio, l’organo della visione, ma nella tradizione semitica e biblica l’occhio è lo specchio del cuore, la lampada che illumina o oscura l’intero corpo (cfr. Mt 6,22-23).
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πονηρός (ponērós): Cattivo, malvagio, guasto, malato.
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Il segreto dell’Invidia: Nella cultura semitica antica, l’occhio cattivo (‘ayin ra‘āh) non indica un influsso magico o una superstizione astratta. È l’espressione medica e spirituale dell’invidia gelosa e dell’avarizia. L’invidioso soffre di un restringimento dello sguardo, di un’allucinazione visiva.
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I primi operai non sono arrabbiati perché il Padrone ha tolto loro qualcosa (hanno ricevuto il denaro pattuito, equo e giusto); la loro ferita e il loro mormorio nascono dal fatto che gli ultimi sono stati trattati con la stessa dignità (Il calcolo dei primi). L’occhio cattivo si contrae per il rancore perché non sopporta di vedere la gratuità e la bontà (
ἀγαθός) dello Sposo riversata su chi è debole e scartato. L’invidia è il dolore per il bene altrui.
Il ribaltamento geometrico: Éschatoi prōtoi (v. 16)
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Il testo greco:
οὕτως(hoútōs ésontai hoi éschatoi prōtoi kaì hoi prōtoi éschatoi).
ἔσονται οἱ ἔσχατοι πρῶτοι καὶ οἱ
πρῶτοι ἔσχατοι -
Analisi filologica: La parabola si sigilla con questa inclusione. Il Padrone guarisce i lavoratori dal mormorio fissando la legge del Regno. Chi calcola con il portafoglio dei meriti economici si ritrova all’ultimo posto, escluso dalla gioia della festa; chi accetta con l’umiltà dei piccoli la propria indigenza, scoprendo che la salvezza è puro “spreco” d’amore del Padre, viene sollevato dal fango della piazza e introdotto per primo al banchetto del ristoro perenne.
Il collegamento con la nostra vita ordinaria
Questo Evangelo è la medicina più potente contro l’ansia da prestazione spirituale, le gelosie pastorali e le travi del giudizio che avvelenano le nostre relazioni della settimana. Ci ricorda che il Regno di Dio non è un’azienda in cui si scalano le carriere accumulando meriti burocratici davanti all’altare.
Ascoltando questi testi proclamati dall’ambone, impariamo ad abbassare le braccia dell’invidia: considerare la bontà di Dio verso gli altri come un torto fatto a noi ci fa fare bancarotta dell’anima, lasciandoci nel mormorio della piazza; gioire perché il Padre va a cercare chi è rimasto indietro fino all’undicesima ora ci unifica al Suo cuore dal respiro lungo, trasformando i nostri frammenti quotidiani nella festa del Suo ristoro perenne.
lunedì 14 settembre 2026
Abbazia Santa Maria di Pulsano