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Mt 21,33-43; Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9
Analisi patristica
L’esegesi patristica di Matteo 21,33-43 (la parabola dei vignaioli omicidi) costituisce un pilastro fondamentale dell’ecclesiologia e della cristologia dei primi secoli. Maestri come Sant’Agostino, san Girolamo, san Giovanni Crisostomo e i teologi della tradizione siriaca (come sant’Efrem) hanno letto in questo drammatico racconto la sintesi dell’intera storia della salvezza, contrassegnata dal passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. I Padri smontano la coreografia della vigna rivelando il mistero dell’Incarnazione nascosto sotto la lettera dura del testo.
1. La Vigna come la Scrittura e la custodia della Legge
Il punto di partenza dell’esegesi patristica (in particolare in san Giovanni Crisostomo nella sua Omelia LXVIII sul Vangelo di Matteo) si concentra sulla scomposizione formale della vigna e della sua siepe (phragmón):
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La siepe della protezione: La siepe che circonda la vigna rappresenta i precetti della Legge di Mosè o la protezione degli angeli. Dio ha blindato il suo popolo perché non fosse contaminato dall’idolatria pagana.
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La torre e il torchio: La torre è identificata con il Tempio di Gerusalemme, centro del culto; il torchio (lenón) simboleggia l’altare dei sacrifici o, in chiave mistica, l’archivio dei Profeti, dove la Parola veniva triturata e “masticata” (ruminatio) per farne scaturire il vino dello Spirito.
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Il viaggio del Padrone: Il fatto che il Padrone si allontani (
apedḗmēsen) è letto dai Padri come la pazienza del tempo di cui abbiamo parlato [cf La pazienza del “Padrone buono”]. Dio non interviene con la spada del giudizio immediato; lascia che i contadini (i capi dei sacerdoti e gli scribi) gestiscano la vigna in totale libertà per far emergere le intenzioni segrete del loro cuore.
2. Il complotto dei Vignaioli: La brama del possesso (Katáchōmen)
L’invio del Figlio amato e il mormorio dei vignaioli — «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità» è uno dei vertici dell’allegoria cristologica:
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L’eccedenza d’amore: Sant’Agostino fa notare il paradosso della condiscendenza del Padre. Mandare il proprio Figlio (
τὸν) dopo l’uccisione dei primi servi dimostra che la logica divina è mossa solo da un’eccedenza d’amore gratuita [L’eccedenza dell’ultimo tentativo: Tòn huiòn autoū/il suo figlio (v. 37)].
υἱὸν αὐτοῦ -
La trappola del possesso: I vignaioli incarnano l’orgoglio accademico e burocratico dei dotti che non vogliono cedere la loro autorità (exousía). Vogliono afferrare e trattenere (
κατάσχωμεν) la vigna come proprietà privata [Il furto dell’Eredità: Katáschōmen tēn klēronomían/impadroniamoci dell’eredità (v. 38)]. I Padri notano il dettaglio spaziale: lo cacciano fuori dalla vigna e lo uccidono [Il furto dell’Eredità: Katáschōmen tēn klēronomían (v. 38)]. È la profezia della Passione: Gesù condotto nudo fuori dalle mura di Gerusalemme per essere crocifisso sul Calvario.
3. La Pietra Scartata: Il paradosso del fango che si fa Roccia
Il colpo di scena centrale della spiegazione di Gesù si consuma citando il Salmo 118: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo»:
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Il sasso triturato: San Girolamo (nel suo Commento a Matteo) spiega il verbo edile ἀποδοκιμάζω (scartare, dichiarare non idoneo) [Il sasso scartato: Apedokímasan (v. 42)]. I costruttori del Tempio hanno esaminato Gesù e lo hanno gettato nella discarica della storia perché non corrispondeva ai loro sogni di trionfo geopolitico e militare.
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La chiave di volta del cosmo: Ma la destra potente del Padre risuscita lo scartato e lo conficca nell’eternità come la testata d’angolo (kephalḕn gonías). Diventa la roccia geologica incrollabile (πέτρα) su cui poggia l’intera architettura della Chiesa. Chi inciampa contro questa Pietra si sfracella nell’orgoglio; ma chi edifica su di essa riceve una stabilità che vince le fauci della morte e dello Šeol [Pýlai hádou/le porte degli inferi].
4. Il passaggio della Vigna al nuovo Popolo (Éthnei poioūnti)
Il brano si sigilla con il verdetto del decentramento universale: «a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
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La Chiesa dei Gentili: I Padri della tradizione siriaca (come Sant’Efrem il Siro) leggono in questo versetto la vocazione dei pagani (i Gentili). I sacerdoti che volevano blindare la vigna e gestirla come un monopolio economico privato restano a mani vuote; la vigna viene consegnata all’assemblea dei piccoli (nēpíois), coloro che non esigono diritti accademici ma sanno ascoltare la Parola per restituire al Padre i frutti giusti dell’amore vicendevole e del perdono reciproco.
Il collegamento con la nostra Conversione orante
Tutta la Patristica concorda su un verdetto unico: questo evangelo guarisce l’assemblea dalla trappola dell’egoismo. Da questo testo impariamo lo stile della mitezza dello Sposo. Ci viene chiesto di non recintare i nostri talenti o i nostri ruoli in casa e in parrocchia, ma di riconoscerci semplici e grati amministratori, pronti a edificare la nostra settimana sulla Pietra d’angolo che dona il ristoro eterno.
1. Parabola dei vignaioli omicidi
“Un uomo piantò una vigna” (Lc 20,9). Parecchi deducono diversi significati dal nome della vigna, ma è evidente che Isaia ha ricordato come la vigna del Signore di Sabaoth sia la casa d`Israele (cf.Is 5,7). Chi altro mai, se non Dio, ha creato questa vigna? E` dunque Lui che la diede in affitto e partí per andare lontano, non nel senso che il Signore si sia trasferito da un luogo all`altro, dato che Egli è sempre dappertutto, ma perché è piú vicino a chi lo ama, ma sta lontano da chi lo trascura. Egli fu assente per lunghe stagioni, per evitare che la riscossione sembrasse prematura. Quanto piú longanime la benevolenza, tanto piú inescusabile la ostinatezza.
Per cui, secondo Matteo, giustamente trovi che “la circondò anche di una siepe” (Mt 21,33; Is 5,2), cioè la recinse munendola della protezione divina, affinché non fosse facilmente esposta agli assalti delle belve spirituali.
E al tempo dei frutti mandò i suoi poveri servi. E` giusto che abbia indicato il tempo dei frutti, non il raccolto, infatti dai Giudei non si ebbe alcun frutto, questa vigna non ha dato alcun raccolto, poiché di essa il Signore dice: “Attendevo che producesse uve, ma essa diede spine” (Is 5,2). Perciò i torchi traboccarono non di vino che rallegra, non di mosto spirituale, ma del sangue rosseggiante dei profeti. Del resto Geremia fu gettato in una cisterna (cf. Ger 38,6), di questa specie erano ormai i torchi dei Giudei, pieni non di vino ma di melma. E sebbene, come sembra, questa sia un`allusione generale ai profeti, tuttavia il passo ci permette di pensare che si tratti di quel ben noto Nabot (cf. 1Re 21,1-14), il quale fu lapidato: sebbene di lui non ci sia stata tramandata nessuna parola profetica, ci è stata però tramandata la sua storia profetica, poiché prennunziò col proprio sangue che molti sarebbero stati i martiri a favore di questa vigna.
E chi è colui che viene colpito al capo? E` certamente Isaia, a cui una sega poté piú facilmente tagliare in due le membra del corpo che non far vacillare la fede, o sminuir la costanza, o troncare il vigore dell`anima.
E ciò avvenne perché, quando ormai aveva designato tanti altri estranei, che i Giudei cacciarono senza onore e senza risultati, non essendo riusciti a cavarne nulla, per ultimo mandò anche il Figlio unigenito, e quei perfidi, mossi dalla bramosia di eliminarlo perché era l`erede, l`uccisero (cf. Lc 20,13ss) crocifiggendolo, lo respinsero rinnegandolo.
Quante cose, e quanto importanti, in cosí brevi tratti! Anzitutto questo: che la bontà è una dote di natura, e il piú delle volte si fida di chi non lo merita; inoltre, che Cristo è venuto come estremo rimedio delle perversità; infine, che chi rinnega l`Erede, dispera del Creatore. E Cristo (cf. Eb 1,2) è al tempo stesso erede e testatore; erede, perché sopravvive alla propria morte e raccoglie nei progressi che facciamo direi come i frutti ereditari dei testamenti, ch`Egli stesso ha stabilito.
E` però opportuno che faccia domande agli interlocutori, affinché emettano da sé stessi la sentenza della propria condanna. E afferma che alla fine giungerà il padrone della vigna (cf. Lc 20,16), perché nel Figlio è anche presente la maestà del Padre, o anche perché negli ultimi tempi, piú da vicino influirà dolcemente sugli affetti umani. Quindi coloro pronunciano contro sé stessi la sentenza, affermando che i cattivi devono andare in rovina e la vigna passare ad altri coloni (“ibid.”). Consideriamo allora chi siano i coloni, e che cosa sia la vigna.
La vigna prefigura noi: il popolo di Dio, stabilito sulla radice della vite eterna (cf. Gv 15,1-6), sovrasta la terra e formando l`ornamento del suolo meschino, ora comincia a far sbocciare fiori splendenti come gemme, ora si riveste dei verdi germogli che l`avvolgono, ora accoglie su di sé un mite giogo (cf.Mt 11,29), quando è ormai cresciuto estendendo i suoi bracci ben cresciuti come tralci di una vite feconda.
Il vignaiolo è senza alcun dubbio il Padre (cf. Gv 15,1) onnipotente, la vite è Cristo, e noi siamo i tralci (cf. Gv 15,5): ma se non portiamo frutto in Cristo veniamo recisi (cf. Gv 15,2) dalla falce del coltivatore eterno. Perciò è esatto che il popolo sia chiamato la vigna di Cristo, sia perché sulla sua fronte vien posto come ornamento il segno della croce, sia perché si raccoglie il suo frutto durante l`ultima stagione dell`anno, sia perché allo stesso modo che avviene per tutti i filari della vigna, cosí nella Chiesa di Dio uguale è la misura, e non vi è alcuna differenza tra poveri e ricchi, tra umili e potenti, tra schiavi e padroni (cf. Col 3,25; Ef 6,8s).
Come la vite si sposa agli alberi, cosí il corpo si congiunge all`anima, e anche l`anima al corpo. Come il vigneto sta ritto quand`è legato insieme, e, se viene potato, non s`impoverisce ma diventa piú rigoglioso, cosí la santa plebe quand`è legata è resa libera, quand`è umiliata si innalza, quand`è recisa riceve la corona. E, persino, come il tenero virgulto staccato dall`antico albero viene innestato nella fecondità di una nuova radice, cosí questo popolo santo, quando ha rimarginato i tagli dell`antico virgulto, si sviluppa perché è tenuto al sicuro dentro quel legno della croce come nel grembo di una madre affettuosa; e lo Spirito Santo, come se discendesse giú nelle buche profonde del terreno, riversandosi nel carcere di questo corpo, lava via il fetidume con la corrente dell`acqua che salva, e solleva le abitudini delle nostre membra all`altezza della disciplina celeste.
Questa è la vigna che il premuroso vignaiolo è solito zappare aggiogare insieme, potare; egli, sgombrando i pesanti mucchi di terra, ora espone al sole cocente, ora fa intridere alla pioggia le miserie nascoste del nostro corpo, e suole sbarazzare dagli sterpi il terreno coltivabile per evitare che le gemme siano guaste dai rovi, o l`ombra del fogliame lussureggiante sia troppo densa o lo sfoggio infecondo delle parole, aduggiando le virtù, impedisca che la caratteristica della sua natura giunga a maturazione. Ma guardiamoci bene dal temere qualsiasi danno a questa vigna, che il custode sempre desto del Salvatore ha circondato col muro della vita eterna contro tutte le lusinghe della malizia mondana.
Salve, vigna meritevole di un custode cosí grande: ti ha consacrato non il sangue del solo Nabot (cf. 1Re 21,13) ma quello di innumerevoli profeti, e anzi quello, tanto piú prezioso, versato dal Signore. E` bensí vero che colui, senza farsi atterrire dalle minacce di un re, non soffocò la costanza con la paura né, allettato da ricchissime ricompense, barattò il suo sentimento religioso ma, opponendosi al desiderio del tiranno, perché l`erba della malva non si seminasse nei suoi orticelli al posto delle viti recise, contenne col proprio sangue, non potendo fare altro, le fiamme preparate per le proprie viti; ma egli difendeva pur sempre una vigna (cf. 1Re 21,2) materiale; invece tu per noi sei stata piantata per l`eternità con lo sterminio di tanti martiri, e la croce degli apostoli, emulando la passione del Signore, ti ha diffusa fino ai confini del mondo.
(Ambrogio, In Luc. 9, 23-30.33)
2. Il prezzo della nostra redenzione
Il Creatore dell`universo e Dio invisibile, egli stesso fece scendere dal cielo tra gli uomini, la sua Verità, la sua Parola santa e incomprensibile, e la stabilí nei loro cuori. E lo fece non mandando – come si poteva pensare – qualche suo servo, o angelo, o principe preposto al governo sulla terra, o all`amministrazione in cielo, ma mandando lo stesso Artefice e Fattore di tutte le cose, per cui creò i cieli e chiuse il mare nelle sue sponde e le cui leggi misteriose sono fedelmente custodite da tutti gli elementi. Da lui, infatti, ebbe il sole la misura del suo corso quotidiano, a lui obbediscono la luna – quando splende nella notte – e le stelle – quando le fanno corteo nel suo viaggio, – da lui tutto fu stabilito, disposto, ordinato: il cielo e gli esseri celesti, la terra e le creature terrestri, il mare e gli animali marini, il fuoco, l`aria, l`abisso, quello che sta in alto, quello che è nel profondo e quello che sta nel mezzo (cf. 1Cor 15,27-28; Ef 1,22; Fil 3,21; Eb 2,8). Costui Iddio mandò!
Qualcuno potrebbe pensare: lo inviò per tiranneggiare o spaventare o colpire gli uomini. No davvero! Lo inviò con mitezza e con bontà come un re manda suo figlio (cf. Mt 21,37); lo inviò come Dio e come uomo fra gli uomini; e fece questo per salvare, per persuadere, non per violentare; a Dio non conviene la violenza! Lo inviò per chiamare, non per castigare, lo inviò per amare, non per giudicare. Lo invierà, sí, un giorno, a giudicare: e chi potrà allora sostenere la sua presenza? (cf. Ml 3,2).
(Epist. ad Diogn. 7)
3. Dio non ha bisogno dell`uomo
Neppure all`inizio avvenne che Dio modellasse Adamo perché avesse bisogno dell`uomo, bensí per avere qualcuno in cui posare i suoi benefici. Poiché non solo prima di Adamo, ma prima di tutta la creazione, il Verbo glorificava il Padre, rimanendo in lui ed era glorificato dal Padre, come egli stesso dice: “Padre, glorificami con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse” (Gv 17,5). E non fu neppure perché avesse bisogno del nostro servizio che egli ordinò di seguirlo, bensí per procurare a noi stessi la salvezza. Infatti, seguire il Signore significa aver parte alla salvezza, cosí come seguire la luce è prender parte alla luce. Quando gli uomini sono nella luce, non sono essi che illuminano la luce e la fanno risplendere, ma sono illuminati e resi splendenti da essa: lungi dall`apportarle alcunché, beneficiano della luce e ne sono illuminati. Cosí avviene del servizio verso Dio: esso non apporta nulla a Dio, perché Dio non ha bisogno del servizio degli uomini; ma, a coloro che lo servono, Dio procura la vita, l`incorruttibilità e la gloria eterna. Egli accorda i suoi benefici a coloro che lo servono, perché lo servono, e a quelli che lo seguono, perché lo seguono; ma egli non riceve da loro nessun beneficio, poiché egli è perfetto e senza necessità. Se Dio sollecita il servizio degli uomini, è per poter, egli che è buono e misericordioso, accordare i propri benefici a coloro che perseverano nel suo servizio. Infatti, come Dio non ha bisogno di nulla, del pari l`uomo ha bisogno della comunione di Dio. Infatti la gloria dell`uomo sta nel perseverare nel servizio di Dio. Ecco perché il Signore diceva ai suoi discepoli: “Non siete voi che avete scelto me, ma io che ho scelto voi” (Gv 15,16), indicando con ciò che non erano essi che lo glorificavano seguendolo, bensí che, per aver seguito il Figlio di Dio, erano essi glorificati da lui. E ancora: “Voglio che là, dove sono io, siano anch`essi, perché vedano la mia gloria” (Gv 17,24): nessuna vanteria in questo, ma volontà di render partecipi i discepoli della sua gloria. E` di essi che parlava il profeta Isaia: “Dall`oriente adunerò la tua posterità e dall`occidente ti raccoglierò. Dirò all`aquilone: Restituiscili! e al vento di mezzoaiorno: Non trattenerli! Aduna i miei figli dai paesi lontani e le mie figlie dalle estremità della terra quelli che portano il mio nome, poiché è per la mia gloria che ho preparato, che ho modellato e ho fatto” (Is 43,5-7). E tutto questo perché: “là dov`è il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi” (Mt 24,28), partecipando alla gloria del Signore che li ha modellati e preparati precisamente perché, stando con lui, partecipino della sua gloria.
(Ireneo di Lione, Adv. Haer. IV, 14, 1)
4. La vigna di Dio nell`Antico e Nuovo Testamento
Dio piantò la vigna del genere umano quando modellò Adamo ed elesse i patriarchi. Poi l`affidò a dei coloni, quando dette la legge mosaica. La circondò con una siepe: cioè stabilì quale terra si sarebbe dovuta coltivare; costruì una torre: cioè elesse Gerusalemme; scavò un torchio: cioè preparò un ricettacolo per lo spirito profetico. Poi mandò i profeti prima dell`esilio di Babilonia; dopo l`esilio, ne mandò altri ancora in numero maggiore per richiedere i frutti e per dire al popolo: Ecco cosa dice il Signore: Raddrizzate le vostre vie, correggete le vostre abitudini; giudicate con giustizia, abbiate misericordia e pietà per ogni vostro fratello; non opprimete la vedova e l`orfano, lo straniero e il povero; nessuno di voi conservi in cuore il cruccio per la cattiveria del fratello; non amate il giuramento falso (Ger 7,3); lavatevi, purificatevi, togliete la malvagità dai vostri cuori qui sotto i miei occhi, siate giusti in giudizio, difendete chi è oppresso, giudicate l`orfano e rendete giustizia alla vedova; poi venite e discuteremo insieme, dice il Signore (Zc 8,17); e ancora: frena la tua lingua dal male e le tue labbra non dicano parole perfide; allontanati dal male e fa` il bene, cerca la pace e seguila (Sal 33,14-15). Con questi ammonimenti i profeti richiedevano il frutto di giustizia.
Ma quelli non credettero; perciò il Padre alla fine mandò suo Figlio, il Signor nostro Gesù Cristo. Allora i cattivi vignaioli lo uccisero e lo gettarono fuori dalla vigna. Perciò il Signore Iddio diede questa vigna – non più limitata, ma estesa a tutto il mondo – ad altri coloni, che rendono il frutto a suo tempo. La torre di elezione rifulge dappertutto nella sua bellezza, perché dappertutto risplende la Chiesa; dappertutto è scavato il torchio, perché dappertutto vi è chi riceve lo Spirito di Dio. Quelli poi che hanno rifiutato il Figlio di Dio, e dopo averlo ucciso lo hanno gettato fuori dalla vigna, Iddio li ha giustamente riprovati; ha dato il suo campo ai pagani, che erano fuori dalla vigna, perché lo mettano a coltura. Proprio come dice il profeta Geremia: Il Signore ha riprovato e rigettato la gente che agisce così: i figli di Giuda infatti hanno compiuto il male al mio cospetto, dice il Signore (Ger 7,29-30). E in un altro passo: Ho stabilito per voi le sentinelle; ascoltate il suono della tromba. Ma risposero: Non lo ascolteremo. Per questo lo ascoltarono le genti, e quelli che tra di esse pascolano il gregge (Ger 6,17-18). C`è dunque un solo e identico Dio Padre, che piantò la vigna, liberò il popolo e inviò i profeti; e che ha poi mandato suo Figlio e affidato la vigna ad altri coloni, a coloro che gli rendono il frutto a tempo debito.
Per questo diceva il Signore ai suoi discepoli – allo scopo di fare di noi buoni operai -: Badate a voi e vigilate sempre in ogni circostanza; il vostro cuore non si aggravi nei banchetti, nell`ubriachezza e nelle occupazioni terrene, tanto che vi cada addosso all`improvviso quel giorno: giungerà infatti come un laccio su tutti coloro che stanno sulla faccia della terra; abbiate perciò i fianchi recinti e tenete accese le vostre lanterne; siate simili a coloro che aspettano il loro padrone. Come è avvenuto ai giorni di Noè – mangiavano e bevevano, compravano e vendevano, prendevano moglie e marito e non sospettavano di nulla, fino a quando Noè entrò nell`arca, venne il diluvio e uccise tutti – e come avvenne ai giorni di Lot – mangiavano e bevevano, comperavano e vendevano, piantavano e edificavano; ma quando Lot uscì da Sodoma piovve il fuoco dal cielo e uccise tutti – così accadrà alla venuta del Figlio dell`uomo (Lc 17,26-30). Vigilate perciò, perché non sapete in che giorno verrà il vostro Signore (Mt 24,42). Con ciò egli proclama che vi è un unico e solo Signore: al tempo di Noè, per la disobbedienza degli uomini, egli fece venire il diluvio; al tempo di Lot, per l`enormità dei peccati degli abitanti di Sodoma, fece piovere il fuoco dal cielo; e alla fine, per una simile disobbedienza e per simili peccati, farà venire il giorno del giudizio. In quel giorno vi sarà meno rigore per Sodoma e Gomorra che per la città e la casa che non avranno accolto la parola dei suoi apostoli. Ce lo dice lui: E tu, o Cafarnao, ti innalzerai fino al cielo? Anzi, discenderai agli inferi! Perché se a Sodoma fossero stati operati i prodigi avvenuti in te, avrebbe continuato ad esistere fino ad oggi. In verità vi dico: ci sarà più clemenza per Sodoma nel giorno del giudizio, che per voi (Mt 11,23).
Ireneo di Lione, Contro le eresie, 4,36.2-3
5. Il giudizio pronunciato dal Padre
Per il Verbo era sofferenza assumere la nostra condizione e sottoporsi alla miseria umana. Ma egli dice: il mio giudizio è presso il Signore e la mia pena è davanti al mio Dio. Il Padre sa quali sofferenze ho accettato per la loro salvezza. Perciò ha pronunciato anche il giudizio.
Vuoi vedere il giudizio de! Padre e la sentenza pronunciata su di loro? Ascolta il Salvatore che dice ai capi dei giudei; «C’era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe,vi scavò un frantoio,vi costruì una torre, poi l’affidò a dei vignaioli e se ne andò» (Mt 21,33). Mandò poi i suoi servi per raccogliere i frutti; e tutti furono maltrattati. Quando alla fine mandò il figlio, avendolo essi intravisto, dissero fra sé: «Costui è l’erede; venite, uccidiamolo e avremo noi l’eredità» (Mt 21,38). E l’uccisero davvero.
Dopo la narrazione di questa parabola il Signore dice ancora: «Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà a quei vignaioli?» (Mt 21,40). Ed essi a lui: «Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri che gli consegneranno i frutti a suo tempo» (Mt 21,41). Aggiunse allora Cristo: «Perciò vi dico: Vi sarà tolto il regno dei cieli e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare» (Mt 21,43). Ciò che poi avvenne. Furono dunque designati altri custodi delle vigne e saggi agricoltori, cioè i discepoli del Signore. Con loro le nubi diedero la pioggia, anche se avevano ricevuto l’ordine di non irrigare più la vigna dei giudei. Con loro Cristo non ha vendemmiato spine, ma uva. Perciò diciamo: «Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto» (Sal 84,13).
Qualcuno potrebbe anche osservare che agli occhi del Padre era presente la fatica del Figlio e perciò emanò un giudizio giusto. Considera bene la forza del discorso e rifletti sul piano dell’economia divina che ci spiega il sapientissimo Paolo, quando dice: «Pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio», ma annientò se stesso facendosi obbediente al Padre «fino alla morte e alla morte di croce; per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio» (Fil 2,6.8-10). Il Verbo infatti era ed è Dio, ma dopo che fu proclamato uomo e davvero si fece uomo, ascese nella sua gloria con il corpo. Egli infatti fu riconosciuto come Dio e non soffrì invano. Il disegno del Padre gli assicurò la gloria: non doveva divenire un essere strano e peregrino, ma dichiararsi Salvatore e Redentore del mondo.
Conosciuto ciò, i cieli e la terra e perfino gli abissi si prostrarono davanti a lui.
Dal «Commento sul profeta Isaia» di san Cirillo di Alessandria, vescovo.
6. Il pastore sia accorto nel tacere, tempestivo nel parlare
Il pastore sia accorto nel tacere e tempestivo nel parlare, per non dire ciò ch’è doveroso tacere e non passare sotto silenzio ciò che deve essere svelato. Un discorso imprudente trascina nell’errore, così un silenzio inopportuno lascia in una condizione falsa coloro che potevano evitarla. Spesso i pastori malaccorti, per paura di perdere il favore degli uomini, non osano dire liberamente ciò ch’è giusto e, al dire di Cristo ch`è la verità, non attendono più alla custodia del gregge con amore di pastori, ma come mercenari. Fuggono all’arrivo del lupo, nascondendosi nel silenzio.
Il Signore li rimprovera per mezzo del Profeta, dicendo: «Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare» (Is 56, 10), e fa udire ancora il suo lamento: «Voi non siete saliti sulle brecce e non avete costruito alcun baluardo in difesa degli Israeliti, perché potessero resistere al combattimento nel giorno del Signore» (Ez 13, 5). Salire sulle brecce significa opporsi ai potenti di questo mondo con libertà di parola per la difesa del gregge. Resistere al combattimento nel giorno del Signore vuol dire far fronte, per amor di giustizia, alla guerra dei malvagi.
Cos’è infatti per un pastore la paura di dire la verità, se non un voltar le spalle al nemico con il suo silenzio? Se invece si batte per la difesa del gregge, costruisce contro i nemici un baluardo per la casa d’Israele. Per questo al popolo che ricadeva nuovamente nell’infedeltà fu detto: «I tuoi profeti hanno avuto per te visioni di cose vane e insulse, non hanno svelato le tue iniquità, per cambiare la tua sorte» (Lam 2, 14). Nella Sacra Scrittura col nome di profeti son chiamati talvolta quei maestri che, mentre fanno vedere la caducità delle cose presenti, manifestano quelle future. La parola di Dio li rimprovera di vedere cose false, perché, per timore di riprendere le colpe, lusingano invano i colpevoli con le promesse di sicurezza, e non svelano l’iniquità dei peccatori, ai quali mai rivolgono una parola di riprensione.
Il rimprovero è una chiave. Apre infatti la coscienza a vedere la colpa, che spesso è ignorata anche da quello che l’ha commessa. Per questo Paolo dice: «Perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono» (Tt 1, 9). E anche il profeta Malachia asserisce: «Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti» (Ml 2, 7). Per questo il Signore ammonisce per bocca di Isaia: «Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce» (Is 58, 1). Chiunque accede al sacerdozio si assume l’incarico di araldo, e avanza gridando prima dell’arrivo del giudice, che lo seguirà con aspetto terribile. Ma se il sacerdote non sa compiere il ministero della predicazione, egli, araldo muto qual’è, come farà sentire la sua voce? Per questo lo Spirito Santo si posò sui primi pastori sotto forma di lingue, e rese subito capaci di annunziarlo coloro che egli aveva riempito.
Dalla «Regola pastorale» di san Gregorio Magno, papa (Lib. 2, 4 PL 77, 30-31)
lunedì 28 settembre 2026
Abbazia Santa Maria di Pulsano