Per scaricare l’articolo clicca qui:  Lectio Narrativa XXIX Dom. Tempo Ord. A 2026

Mt 22,15-21 (leggere 22,15-22); Is 45,1.4-6; Sal 95; 1 Ts l,l-5b

La XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) propone una lectio narrativa ad altissima tensione drammatica, incentrata sul celeberrimo scontro tra Gesù e i farisei alleati con gli erodiani sulla moneta del tributo a Cesare. Dal punto di vista della struttura del racconto, questa pericope inaugura una serie di tranelli orditi dai capi del popolo nel Tempio di Gerusalemme. Gesù compie un radicale ribaltamento della trappola ideologica, smascherando l’ipocrisia di chi cerca di rinchiudere la salvezza in un vicolo cieco geopolitico per distruggere la Sua exousía (autorità). Il movimento narrativo è guidato dal passaggio dal travestimento delle labbra adulatrici al colpo di scena del verdetto della moneta, definendo i confini precisi tra i poteri della terra e la sovranità assoluta del Padre celeste.

1. Prima Lettura (Isaia 45,1.4-6)

  • Il movimento del racconto: Il Signore si rivolge direttamente a Ciro, re di Persia, un sovrano pagano estraneo all’Alleanza, svelando il retroscena invisibile che muove i fili della macrostoria e degli imperi geopolitici.

  • Lectio Narrativa: Dio apre la scena con un’azione di investitura regale spiazzante: prende Ciro per la destra per abbattere davanti a lui le nazioni e aprire le porte delle città. Pronuncia una formula di alleanza sponzale: «Ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo d’onore, sebbene tu non mi conosca». Ciro crede di conquistare il mondo con la forza della sua spada, ma in realtà è solo uno strumento provvidenziale nelle mani del Padre.

  • Il verdetto della sovranità unica: Il testo si sigilla enunciando la roccia incrollabile dell’unicià divina, una sferzata contro l’idolatria dei troni umani: «Io sono il Signore e non ce n’è altri; fuori di me non c’è dio. Ti renderò pronto al combattimento, sebbene tu non mi conosca, perché sappiano dall’oriente all’occidente che non c’è nulla fuori di me» (vv. 5-6).

2. Il Salmo responsoriale: Sal 95,1 e 3.4-5.7-8.9-10a e c, SRD (Salmo della Regalità divina)

Rit.: Grande è il Signore e degno di ogni lode

Il Salmo 96 (nella numerazione liturgica Salmo 95) costituisce la colonna sonora del decentramento e della sovranità regale di Dio. Cantato subito dopo la prima lettura di Isaia — che ha mostrato il re pagano Ciro preso per la destra dall’unico Signore del cosmo — e prima dello scontro nel Tempio sulla moneta del tributo, questo testo è il manifesto con cui l’assemblea proclama che l’uomo non appartiene a Cesare, ma è “proprietà” del Padre. Letto narrativamente, il salmo mette in scena l’esodo da tutte le idolatrie geopolitiche e monetarie della terra, invitando non un club chiuso di dotti, ma tutti i popoli dei crocicchi a entrare nella danza della lode universale.

1. La Scenografia: Il Canto Nuovo che scardina il passato (vv. 1.3-5)

Il testo si apre con un imperativo corale ad altissima intensità acustica, che esige una rottura immediata con le liturgie stanche della terra:

«Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, genti di tutta la terra. In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie».

  • La scomposizione delle vecchie abitudini: L’assemblea viene scossa dall’invito a intonare un canto nuovo (šîr ḥādāš in ebraico). Il canto nuovo non è una performance estetica o un mormorio formale a parole; è l’espressione di un cuore “transustanziato” dal pentimento, capace di narrare le meraviglie dello Sposo oltre i recinti protettivi del Tempio.

  • La sferzata contro gli idoli inerti: Il salmista stringe l’inquadratura sulla sproporzione tra l’Eterno e i troni del mondo: «Grande è il Signore e degno di ogni lode, terribile sopra tutti gli dei. Tutti gli dei dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli». Davanti al denaro del tributo che reca l’effigie dell’Imperatore-Dio, il salmo emette un verdetto solido: Cesare è polvere, le statue romane e i templi di marmo sono un nulla (’ĕlîlîm, idoli vani, simulacri inerti); solo il Creatore ha l’autorità che distende i cieli.

2. Il Colpo di Scena: L’offerta dei corpi nell’Aula regia (vv. 7-8)

Al centro del testo domenicale, la narrazione compie un balzo liturgico e spaziale, richiamando le nazioni pagane all’atto liturgico della sottomissione:

«Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza, date al Signore la gloria del suo nome. Portate offerte ed entrate nei suoi atri».

  • Restituire a Dio quel che è di Dio: Il colpo di scena risiede nella ripetizione ritmica dell’imperativo «date» (hābū in ebraico, che significa “attribuite, rendete, restituite”). È l’esatto spartito profetico del verbo ἀποδίδωμι (apodídōmi, restituire il dovuto) pronunciato da Gesù nell’evangelo. Il salmo non chiede di pagare una tassa burocratica o una gabella monetaria all’Impero. Chiede alle famiglie della terra di restituire a Dio «la gloria del suo nome».

  • La spoliazione del portafoglio: Portare offerte (minḥāh) ed entrare nei Suoi atri esige che l’orante si spogli dell’ansia del possesso economico e dei calcoli del mercato ordinario. L’uomo non presenta al Re una moneta d’argento con l’immagine di un tiranno; offre se stesso, il proprio corpo di creta, conscio di portare impressa nel profondo delle proprie viscere l’immagine e la somiglianza del Padre.

3. Verdetto finale: Il Re stàbile che giudica con rettitudine (vv. 9-10)

I versetti conclusivi della preghiera si sigillano enunciando la legge strutturale con cui l’Onnipotente governa la macrostoria, offrendo un ristoro definitivo contro il terrore ordinario degli imperi geopolitici:

«Prostratevi al Signore nel suo atrio santo. Tremi davanti a lui tutta la terra. Dite tra le genti: “Il Signore regna!”. È stàbile il mondo, non potrà vacillare; egli giudica i popoli con rettitudine».

  • Piegare le ginocchia: L’orante esorta la terra intera a compiere l’azione del prostrarsi con praǘs (mitezza), imitando lo svuotamento (kenosi) del Figlio sul legno.

  • La stabilità della Roccia: Di fronte al mormorio fluttuante della strada e ai regni della terra che crollano stanchi per sfinimento, il verdetto del salmo è granitico: «È stàbile il mondo, non potrà vacillare». Questa stabilità non è garantita dalle legioni romane o dalla violenza della spada, ma dal fatto che il Re governa e giudica i popoli con rettitudine (mêšārîm, in equità, senza parzialità burocratiche). Sotto questo tribunale di grazia, i piccoli e i peccatori trovano la roccia sicura del loro ristoro eterno.

Il collegamento liturgico con l’Assemblea

Domenica, cantando questo salmo, l’assemblea dei fedeli canta, nelle fatiche della nostra settimana ordinaria, la liberazione da ogni forma di idolatria e di ansia mondana. Cantare “Il Signore regna” è la medicina radicale contro la tentazione di lasciarsi confiscare o strozzare dalle logiche spietate dell’egoismo economico. Ci educa a comprendere che se le tasse e i calcoli del portafoglio seguono le leggi del mercato della terra, il nostro cuore e i nostri affetti sono proprietà preziose della Trinità, destinati a risplendere come il sole nel porto stàbile del Suo Regno perenne.

3. Seconda Lettura (1 Tessalonicesi 1,1-5b)

  • Il movimento del racconto: San Paolo, insieme a Silvano e Timoteo, apre la sua lettera più antica rivolgendosi alla comunità di Tessalonica con un inno di puro giubilo relazionale ed ecclesiologico.

  • Lectio Narrativa: L’apostolo mette in mostra l’archivio della sua memoria grata, confessando di ricordare continuamente davanti a Dio il lavoro della loro fede, la fatica della loro carità e la stabilità della loro speranza. Paolo non fa accademia teologica; “medita” con gioia la vitalità di questo piccolo resto nato nella periferia dell’Impero Romano.

  • Il dinamismo dell’Invisibile: Il testo svela che l’annuncio dell’Evangelo non è risuonato tra loro come una dottrina burocratica di sole parole umane, ma si è manifestato «con potenza, con Spirito Santo e con profonda convinzione», trasformando i loro vasi di creta nella dimora stàbile della Trinità.

4. L’Evangelo (Matteo 22,15-21)

Il racconto si sviluppa nell’aula del Tempio. I farisei si ritirano in un consiglio clandestino per preparare la trappola verbale con cui far cadere Gesù. L’analisi filologica del testo greco mette in scena un duello verbale e comunicativo di straordinaria precisione. L’evangelista utilizza termini presi dal vocabolario della caccia e delle trappole fisiche, formule di adulazione retorica e verbi legati alla restituzione e al risarcimento finanziario per descrivere il crollo del tranello ordito contro la signoria di Cristo.


A. La rete dell’adulazione e il tranello (vv. 15-17)

L’ordito della trappola: Pagideúsōsin (v. 15)

  • Il testo greco

: πως
αὐτὸν παγιδεύσωσιν ἐν λόγῳ
(pōs autòn pagideúsōsin en lógō).

  • Analisi filologica: Il verbo chiave che apre la scena è παγιδεύσωσιν (aoristo congiuntivo attivo di παγιδεύω / pagideúō). Deriva dal sostantivo pagís (la trappola per uccelli, la rete da caccia, il laccio). Significa letteralmente “prendere in trappola, far cadere in un laccio, accalappiare”.

  • I farisei non cercano un dialogo teologico accademico; agiscono come cacciatori che preparano un’imboscata per strangolare l’autorità di Gesù.

La maschera teatrale delle labbra: Ouk mélei soi perì oudénos (v. 16)

  • Il testo greco: Οἴδαμεν
    ὅτι ἀληθὴς εἶ... καὶ οὐ μέλει σοι περὶ
    οὐδενός· οὐ γὰρ βλέπεις εἰς πρόσωπον
    ἀνθρώπων

(Oídamen hóti alēthēs eī… kaì ou mélei soi perì oudénos; ou gàr blépeis eis prósōpon anthrṓpōn).

  • Analisi filologica: Gli inviati (farisei ed erodiani) utilizzano una captatio benevolentiae ad altissima densità adulatoria. L’espressione οὐ
    βλέπεις εἰς πρόσωπον
    è un calco semitico letterale (lo tabbîṭ ’el-pənê) che significa “non guardare la faccia, non avere parzialità burocratiche, non lasciarsi condizionare dal rango sociale”.

  • Sfumatura drammatica: Le loro parole descrivono paradossalmente la pura verità sullo stile della mitezza di Gesù. Tuttavia, la loro lingua è pulita ma il loro cuore è guasto; usano la verità come un travestimento per togliere a Gesù ogni difesa prima di sferrare il colpo.

  • L’alleanza innaturale: I farisei compiono un colpo di scena politico, alleandosi con i loro nemici storici, gli erodiani (i collaborazionisti dell’Impero Romano). Mandano i loro discepoli a bloccare la strada a Gesù.

  • La maschera delle labbra: Esordiscono con un’adulazione mielosa studiata per togliere ogni difesa: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno». Il loro cuore è cattivo, ma le loro parole simulano sottomissione mite.

  • Il tranello della moneta: Lanciano il quesito tagliente, convinti di averlo chiuso in un vicolo cieco: «Dì a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».

    • Se risponde Sì, Gesù passa per un traditore del popolo e della Torah, alienandosi le folle;

    • Se risponde No, passa per un ribelle e un sovversivo, e gli erodiani possono farlo arrestare immediatamente dalle truppe romane.

B. Lo smascheramento e il colpo di scena della moneta (vv. 18-20)

La diagnosi del Medico: Ponērían (v. 18)

  • Il testo greco: γνοὺς
    δὲ ὁ Ἰησοῦς τὴν πονηρίαν αὐτῶν
    εἶπεν· Τί με πειράζετε, ὑποκριταί;
    (gnoùs dè ho Iēsoūs tḕn ponērían autōn eīpen: Tí me peirázete, hypokritaí?).

  • Analisi filologica: Gesù non si ferma alla superficie acustica dell’adulazione. Il testo nota che Egli conosce la loro πονηρίαν (ponērían, la malizia, la perversione dello sguardo, l’intenzione malvagia). Li definisce ὑποκριταί (hypokritaí), termine mutuato dal teatro greco che indica “gli attori che recitano sotto una maschera”. La trappola è smascherata.

L’icona del potere: Eikōn kaì epigraphē (vv. 19-20)

  • Il testo greco: Τίνος
    ἡ εἰκὼν αὕτη καὶ ἡ ἐπιγραφή;
    (Tínos hē eikṑn haútē kaì hē epigraphḗ?).

  • Analisi filologica: Gesù esige una lavagna visiva: la moneta del tributo (τὸ
    νόμισμα τοῦ κήνσου
    ), ovvero un denaro d’argento romano. L l’inchiesta si stringe su due sostantivi geometrici:

    1. εἰκών (eikōn): L’immagine, l’effigie, il ritratto stampato in rilievo (sulla moneta svettava il volto di Tiberio Cesare).

    2. Ἐπιγραφή (epigraphē): L’iscrizione, la dicitura circolare (che proclamava l’Imperatore come “figlio del divino Augusto” e “pontefice massimo”).

  • La diagnosi del Medico: Gesù non si lascia ingannare dalla superficie della lettera dura. Conosce la malizia (ponērían) del loro cuore e sferza i personaggi con una battuta che squarcia il travestimento: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?».

  • La lavagna visiva: Gesù compie un voltafaccia comunicativo formidabile. Non fa un discorso accademico astratto; esige un oggetto: «Mostratemi la moneta del tributo». Essi gli presentano un denaro d’argento. Su quel denaro era impressa l’effigie dell’Imperatore Tiberio con la scritta sacrilega che lo proclamava “figlio del divino Augusto”.

  • L’inchiesta chirurgica: Gesù prende la moneta, la mostra alla folla e interroga i costruttori della trappola: «Di chi è questa immagine (eikōn) e l’iscrizione?». Essi rispondono pronunciando l’ovvietà del mercato ordinario: «Di Cesare». Hanno confessato che usano le strutture, le strade e le monete dell’Impero, stando dentro quel gioco economico.

C. Il Verdetto definitivo della restituzione (v. 21)

L’obbligo del risarcimento: Apódote (v. 21)

  • Il testo greco: Ἀπόδοτε
    οὖν τὰ Καίσαρος Καίσαρι καὶ τὰ τοῦ
    θεοῦ τῷ θεῷ
    (Apódote oūn tà Kaísaros Kaísari kaì tà toū theoū tō theō).

  • Analisi filologica: È la celebre battuta che spezza il vicolo cieco geopolitico. Il cuore filologico risiede nel verbo imperatovo Ἀπόδοτε (aoristo imperativo attivo di ἀποδίδωμι / apodídōmi). Composto da apó (da/restituzione) e dídōmi (dare), non significa semplicemente “dare”, ma “rendere il dovuto, restituire ciò che appartiene di diritto a qualcuno, saldare un debito di giustizia”.

  • La fisica dell’Immagine: Gesù applica una legge simmetrica e puntuale basata sulla proprietà dell’effigie (eikōn):

    • La moneta d’argento porta impressa l’immagine (eikōn) di Cesare? Allora restituitela (apódote) a Cesare, rimandatela nel fango del suo mercato economico.

    • Ma l’essere umano, l’uomo ordinario di creta, porta impressa nel profondo del suo essere un’altra immagine (eikōn): l’immagine e la somiglianza di Dio (Genesi 1,27: κατ'
      εἰκόνα θεοῦ
      ). Di conseguenza, l’uomo deve restituire interamente se stesso all’abbraccio nuziale del Padre, rifiutando di lasciarsi confiscare, marchiare o strozzare da qualunque idolo inerte o potere geopolitico della terra.

  • Il ribaltamento dello spartito: Gesù scioglie il tranello con una sentenza solenne, che risuona come l’architettura definitiva dei rapporti tra la terra e il Cielo:

«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (v. 21).

    • L’essere umano, l’uomo ordinario di creta, porta impressa dentro di sé un’altra immagine: l’immagine e la somiglianza del Creatore (Genesi 1,27). Di conseguenza, l’uomo deve restituire interamente se stesso, il proprio corpo e la propria gola, all’abbraccio nuziale del Padre, rifiutando di lasciarsi confiscare o strozzare da qualunque impero geopolitico della terra. Udito questo verdetto, i farisei ammutoliscono, restando sconfitti dalla loro stessa trappola.

Lo stupore dello scarto: Ethaúmasan (v. 22)

  • Il testo greco: καὶ
    ἀκούσαντες ἐθαύμασαν, καὶ ἀφέντες
    αὐτὸν ἀπῆλθαν
    (kaì akoúsantes ethaúmasan, kaì aphéntes autòn apēlthan).

  • Analisi filologica: Udito questo verdetto, gli inquisitori rimasero ἐθαύμασαν (ethaúmasan, rimasero stupefatti, meravigliati, paralizzati). Il racconto si chiude mostrando il loro allontanamento fisico: lo lasciano (ἀφέντες, participio da aphíēmi, lo stesso verbo del condonare e del rimettere i debiti) e se ne vanno (ἀπῆλθαν
    /
    apēlthan) a mani vuote, scartati e disarmati dalla loro stessa trappola.

Il collegamento con la nostra vita ordinaria

Questo testo può liberarci dall’alienazione politica, dal moralismo burocratico e dalle doppiezze che dividono il nostro cuore durante la vita ordinaria. Ci ricorda che non possiamo vivere con la mente divisa, servendo l’idolatria del possesso economico del mercato del mondo e pretendendo poi il ristoro dello Spirito Santo davanti all’altare.

Meditando questo Evangelo siamo provocati a verificare a chi appartenga la nostra vita: le tasse, i doveri civili e i calcoli del portafoglio appartengono alla terra; ma la tua anima, la tua libertà, i tuoi affetti e la tua settimana sono proprietà del Padre. Consegnare a Dio quel che è di Dio significa pronunciare l’umile “Eccomi” della sottomissione mite, trasformando ogni nostra giornata nel tempio santo della Sua presenza viva.

lunedì 12 ottobre 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano