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2° Incontro di Quaresima 2026 a Pulsano

Geremia: la relazione familiare come dialogo divino

(Ger 1,1-10)

INTRODUZIONE

Come quello del profeta Isaia, anche quello di Geremia è uno dei libri dei profeti scrittori, il secondo dei Profeti posteriori nell’elenco della Bibbia ebraica. Geremia è un profeta chiamato ancora giovane da Dio, «giovane» in ebraico è na’ar, inesperto della vita e soprattutto impaurito di fronte al un incarico così gravoso, quale quello di dover esercitare il ministero profetico in un ambiente tanto difficile. Il giovane Geremia vivrà in prima persona l’ultimo periodo della riforma di un santo re, Giosia, che però non servirà a fermare la crisi imminente, con la distruzione di Gerusalemme e del primo Tempio, dovuta anche agli sconvolgimenti che investirono tutto il Vicino Oriente antico. Geremia è il profeta sedotto da Dio: si tratta di una personalità singolare nel quadro del movimento profetico, soprattutto per la presentazione del suo mondo interiore e la ricchezza umana che emerge dall’esperienza profetica. L’attività di questo grande profeta si colloca in un contesto storico tormentato da minacce esterne al Regno del Sud e da conflitti interni al popolo. Nel libro profetico si possono leggere notizie biografiche e racconti di avvenimenti politici riguardanti l’ultimo quarantennio (627-587 a.C.) che precede la tragedia nazionale della conquista di Gerusalemme e della distruzione del tempio da parte dell’esercito babilonese. A differenza di altri profeti, la cui vicenda personale è spesso celata e di cui ignoriamo gran parte della loro vita, il profeta Geremia si coinvolge pienamente nell’avventura missionaria e non teme di confessare la sua umanità ferita con una immediatezza sorprendente.

Come affrontiamo Geremia

Si potrebbe ancora paragonare il libro a una cava di diamanti, bisogna tirarli fuori e ordinarli. Di conseguenza leggeremo il libro così come si utilizza una cava di perle o di pietre preziose, prendendo via via quelle che ci attirano, che ci attraggono, che ci parlano. Il desiderio è quello di compiere un percorso spirituale: purificare il cuore per trovare la volontà di Dio sulla vita. Vi propongo quasi un corso di esercizi spirituali spalmati nei nostri incontri mensili. Di conseguenza stiamo dando la preferenza a quei testi che parlano della purificazione del cuore e a quelli che manifestano la volontà di Dio.

La memoria della vocazione

Dalla predicazione di Geremia possiamo richiamare diverse immagini: la bottega del vasaio, la brocca spezzata, la cintura di lino, il boccale di vino, la tenebra e la luce, gli spaventapasseri. Occorre dire, però, che tra le immagini ricordate e le altre numerose l’icona più forte, più straordinaria del mistero di Dio nella storia è lo stesso Geremia: lui stesso è predicazione, la sua vita è profezia. Vogliamo, pertanto, rivolgerci direttamente alla sua figura. Chi era quest’uomo? Rispondiamo partendo dal testo fondamentale in cui egli ha espresso la propria autocoscienza. Se avessimo chiesto a Geremia: “Perché ti comporti così? perché predichi in questo modo? perché soffri tanto?”, egli ci avrebbe detto:
“Perché Dio mi ha chiamato”. La vocazione è la forza costante che lo sostiene nelle prove e nelle delusioni.

Consideriamo, dunque, un brano del primo capitolo, che si potrebbe intitolare “La memoria della vocazione”. Non è un racconto immediato; è stato scritto dal profeta molti anni dopo e testimonia quanto fosse impressa in lui la Parola che il Signore gli aveva rivolto quando aveva circa 18 anni.

La struttura del brano

È utile spendere una parola sulla struttura del brano per meglio comprenderne il messaggio. Il primo capitolo del libro – suggerisce Alberto Mello -dovrebbe essere intitolato In principio: «In principio, prima di qualunque altra parola, c’è per Geremia il racconto della propria vocazione: prima di qualunque appello rivolto agli altri, c’è l’appello che Dio rivolse anzitutto a lui. Questo racconto è, in un certo senso, l’autopresentazione di Geremia, l’autenticazione dell’autorità profetica con cui egli parla. Geremia non si rivolge al popolo se non dopo avergli ricordato di essere stato chiamato da Dio a questo compito». Come si evince da Geremia 25,3 («Dall’anno tredicesimo del regno di Giosia, figlio di Amon, re di Giuda, fino a oggi sono ventitré anni che mi è stata rivolta la parola del Signore») sono ormai più di vent’anni che Geremia è stato chiamato dal Signore, ma l’esperienza di questo incontro è ancora vivida nella memoria del profeta (esperienza che è stata poi portata per iscritto dal suo discepolo e amico Baruc, come si legge in Geremia 36,4: «Geremia chiamò Baruc, figlio di Neria, e Baruc scrisse su un rotolo, sotto dettatura di Geremia, tutte le cose che il Signore aveva detto a quest’ultimo»).

Dal v. 1 al v. 3: I primi tre versetti rappresentano il titolo del libro, e ne contestualizzano il messaggio, che riguarda il periodo della storia di Giuda immediatamente prima dell’esilio babilonese, ovvero dal 627 al 587 a.C. Geremia ricorda di provenire da una famiglia sacerdotale, residente vicino a Gerusalemme, nel territorio della tribù di Beniamino, più precisamente Anatot, un villaggio circa sei chilometri a nord-est della Città Santa, il cui nome è preservato dall’attuale località araba ‘Anata. Dal punto più alto del villaggio (se ne è corretta l’identificazione) si possono vedere addirittura le mura di Gerusalemme, e Geremia avrà potuto ammirare anche il grandioso Tempio. Con quanto dolore ne avrà annunciato ai suoi correligionari la distruzione, ricordando che non bastava frequentarlo, e ripetere: «Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore!» (Ger 7,4) per considerarsi a posto e salvarsi. «Tutte le cose, anche le più sante, com’era il tempio nell’Antico Testamento, possono diventare degli idoli, possono essere svuotate dal di dentro del loro significato di salvezza, se manca all’uomo quella sete di amore e di giustizia che è la sola che possa vivificarle» (A. Mello). In questi primi vv. dunque si pone il motivo della «parola del Signore che accade» (w’ihî dabar JHWH) nella vita del giovane interpellato da Dio. Ritroviamo questa espressione nei vv. 2.11 per indicare che l’iniziativa nasce da Dio e che il profeta non è altro che un «chiamato per annunciare» agli altri quella Parola che Dio gli ha messo sulle labbra e nel cuore. È interessante vedere come nel profeta si colgono aspetti significativi della sua «fede recettiva». L’iniziativa divina inizia con l’avverbio «prima», nel senso che Dio precede!

In ebraico, la parola usata nel celebre passaggio della vocazione di Geremia (1,5) per dire “prima” è be-terem (בְּטֶרֶם).

Ecco le sfumature principali di questo termine e degli altri modi per esprimere il concetto di anteriorità:

Nel versetto Prima di formarti nel grembo materno”, il termine suggerisce un’azione che avviene “non ancora” o “appena prima”.

  • Significato teologico: Indica che il pensiero di Dio precede l’esistenza fisica. Non è solo un “prima” cronologico, ma un’anteriorità progettuale. Dio ha “conosciuto” Geremia quando lui non era ancora formato.

Il Dio descritto nel passo autobiografico è anzitutto «Colui che è all’inizio», «Colui che gli ha dato tutto», perché lo ha amato fin da principio. Geremia non può pensare alla sua esistenza senza la certezza psicologica ed affettiva che prima di essa c’è la chiamata divina. Così egli fa l’esperienza di sentirsi amato e chiamato da Dio, come un bambino che prendendo coscienza di se stesso si sente attorniato, protetto e assistito dai suoi genitori.

  1. Dal v. 5 al v. 10: Una parola è costitutiva e fondamentale: “Da sempre ti ho chiamato” (v. 5). Vi sono tre versi, quasi una poesia, che ripetono lo stesso concetto: da sempre sei mio, per essere chiamato. Segue una parola di resistenza (v. 6). Ma il Signore conferma la parola precedente (v. 7). Come nella vocazione di Mosè, anche in questo caso il Signore riprende il profeta: «Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti”» (Ger 1,7). Si può comprendere la situazione emotiva del «giovane» di fronte ad una missione così problematica. Nel testo della vocazione di Geremia (Ger 1,6), il termine ebraico usato per “giovane” è na‘ar (נַעַר). Questo termine non indica solo l’età anagrafica, ma porta con sé significati specifici:

  • Ampiezza del termine: Na‘ar può riferirsi a un neonato, a un adolescente o a un giovane uomo non ancora sposato. Nel caso di Geremia, indica probabilmente un’età tra i 18 e i 25 anni.

  • Inesperienza: Nella risposta di Geremia (“non so parlare perché sono un na‘ar”), la parola sottolinea la mancanza di autorità sociale e di competenza retorica. Essere un na‘ar significava non avere ancora il diritto di parlare nelle assemblee degli anziani.

  • Dipendenza: Il termine può indicare anche una posizione di subordinazione, come quella di un “servo” o di un “aiutante”, evidenziando la piccolezza di Geremia di fronte all’immensità della missione divina.

Curiosità linguistica: la radice della parola è legata al concetto di “scuotere” o “agitarsi”, descrivendo bene lo stato d’animo inquieto e timoroso del giovane profeta davanti alla chiamata.

  1. Egli è investito di una parola rivoluzionaria, contraria a qualunque aspettativa umana, che improvvisamente gli chiede di pronunciarsi contro l’iniquità dei re, dei sacerdoti e dei potenti del suo tempo. La missione sembra impossibile, la tentazione della paura è grande. La paura è la prima grande resistenza di fronte alla chiamata. Lo desumiamo dal conforto che il Signore rivolge al giovane profeta: «Non temerli, perché io sono con te per proteggerti» (1,8) e più avanti il Signore ripeterà: «Non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro» (1,17). Sarà il tema della paura (cfr Ger 17; 20) una delle grandi resistenze nella scelta della volontà di Dio e provocherà nel protagonista crisi e sconforto. In questa pagina iniziale viene sottolineata la gratuità dell’iniziativa divina che precede qualsiasi cedimento umano. Jahvé gli ripete: «Non temere». Nella risposta di Dio a Geremia (1,8), l’espressione “non temere” è resa in ebraico come al-tirà (אַל־תִּירָא).

Ecco perché queste parole sono fondamentali nel contesto della sua chiamata:

  • La struttura: Si compone della particella negativa al (usata per proibizioni immediate o rassicurazioni) e dal verbo yare (temere/aver paura).

  • Formula di incoraggiamento: È una “formula di salvezza” tipica delle teofanie bibliche. Dio non nega che ci siano pericoli, ma ordina al profeta di non lasciarsi paralizzare dal terrore.

  • La motivazione: Subito dopo al-tirà, Dio aggiunge: “perché io sono con te per liberarti”. La paura di Geremia (legata alla sua condizione di na‘ar) viene vinta non da una sua forza interiore, ma dalla presenza rassicurante di Dio.

Una curiosità grammaticale: mentre il termine pachad indica un terrore improvviso e fisico, yare (usato qui) descrive spesso un timore reverenziale o una preoccupazione profonda. Dio chiede a Geremia di non permettere che l’autorità dei potenti (re e sacerdoti) sovrasti l’autorità della Parola che deve annunciare.

Dio interviene nella vita del profeta prescindendo dalle qualità, dalle prestazioni e dai propositi dell’uomo: egli intende rivelare il suo amore gratuito, che diventa sostegno nella missione del profeta. Solo l’amore trasforma la resistenza della paura in «timore di Dio». In ebraico, l’espressione “timore di Dio” si dice Yir’at Elohim (יִרְאַת אֱלֹהִים) o, più frequentemente nella Bibbia, Yir’at Adonai (יִרְאַת יהוה), ovvero “timore del Signore”. Questo concetto è profondamente diverso dalla paura paralizzante (terrore); è piuttosto una categoria spirituale complessa.

Etimologia e Significato: la radice è Y-R-’ (יָרֵא), la stessa che abbiamo visto nel comando al-tirà (“non temere”).

  • Non è paura (Pachad): Mentre Pachad è l’angoscia istintiva davanti a un pericolo, la Yirah è il tremore reverenziale.

  • Stupore e Rispetto: Indica la sensazione di vertigine che l’uomo prova di fronte all’immensità, alla santità e alla potenza di Dio. È il riconoscimento della propria piccolezza rispetto all’Assoluto.

Per Geremia e nei Profeti in generale, il timore di Dio non è un sentimento negativo, ma la base della fedeltà all’Alleanza:

  • Conoscenza di Dio: Il vero timore coincide con la “conoscenza” (intesa come relazione profonda). In Geremia 32,40, Dio promette: “Metterò il mio timore nei loro cuori, perché non si allontanino da me”.

  • L’opposto dell’idolatria: Chi non “teme” Dio finisce per temere gli uomini o gli idoli. Il timore di Dio rende il profeta libero e coraggioso davanti ai re.

La spiritualità ebraica distingue solitamente tre gradi di Yirah (Timore):

  1. Timore della punizione: Il livello più basso e infantile.

  2. Timore del peccato: La paura di offendere Dio o di rompere il legame d’amore con Lui.

  3. Yir’at Romemut (Timore dell’Eccellenza): Lo stupore puro di fronte alla maestà divina, che porta all’adorazione silenziosa.

Nota linguistica: è interessante notare che in ebraico la parola Yirah (timore) è strettamente imparentata con la radice Ra’ah (vedere). Avere timore di Dio significa, in un certo senso, “vedere” correttamente la realtà e il posto che Dio occupa in essa.

Il Signore vuole far comprendere a Geremia che l’amore misericordioso e liberante è la condizione preliminare per realizzare qualsiasi progetto, come la luce per poter vedere. E di luce Geremia ne avrà bisogno per cogliere il paradosso della sua difficile e travagliata missione. Questa parola di conferma viene specificata con un gesto simbolico (v. 9). Nel v. 9 il gesto simbolico della purificazione della bocca (pî), la consegna delle «parole di Dio» e il mandato profetico: «Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare». All’inizio Geremia ha ascoltato con le sue orecchie, ora egli riceve la purificazione delle labbra (cf lo stesso simbolo in Is 6,7; 49,2; Ez 3,2.17). «Oggi» è l’avverbio che viene usato da Dio per costituire in autorità il giovane profeta. in ebraico, la parola per “oggi” è hayom (הַיּוֹם).

Ecco alcuni dettagli interessanti su questo termine, specialmente nel contesto biblico e profetico:

  • Composizione: è formato dal prefisso ha (l’articolo determinativo “il”) e dalla parola yom (giorno). Letteralmente significa il giorno”, sottintendendo quello presente.

  • Il termine compare in momenti cruciali del mandato profetico a Geremia: ad esempio, in Geremia 1,10, Dio dice: “Vedi, io ti do oggi autorità sopra le nazioni”. Questo “oggi” sottolinea l’immediatezza e l’urgenza della missione divina: non è una promessa per il futuro, ma una realtà che inizia nell’istante stesso della chiamata.

  • Valore Teologico: nella Bibbia, “oggi” è spesso il tempo della decisione e dell’ascolto. Come recita il Salmo 95 (ripreso poi nel Nuovo Testamento): “Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori”.

Esso indica la «presenza operante» di Jahvé nella storia quotidiana degli uomini. L’Altissimo interviene per invitare il suo popolo alla conversione e alla vita. Geremia «è costituito sopra i popoli e sopra i regni». Segue l’oracolo che riprende la missione (v. 10: āl’goîm w’āl ‘ammelaqôt) in quanto l’autorità della sua Parola non potrà essere fermata da nessun potere umano. I verbi che condensano l’attività profetica sono quattro negativi (sradicare e demolire, distruggere e abbattere) e due positivi (edificare e piantare). Questi verbi ritorneranno diverse volte nel corso del libro, per ricordare il senso della missione profetica: essa è un invito a liberarsi dal male e dal peccato e un impegno a costruire il bene e la pace. Geremia non dovrà temere di «gridare la verità» contro ogni forma di iniquità, e allo stesso tempo dovrà sollecitare il popolo a edificare una nuova società e a seminare la speranza per un futuro migliore. I sei verbi del ministero profetico di Geremia: «sradicare e demolire, distruggere e abbattere, edificare e piantare». Di fronte ad una comunità corrotta dal peccato e segnata dall’orgoglio di poter bastare a se stessa, la Parola che il profeta dovrà proclamare sarà dura e chiara: l’invito al riconoscimento del proprio peccato e alla conversione (shûb – il ritorno a Dio) in vista della salvezza. Il concetto ebraico di conversione è molto concreto e fisico. Ecco i significati principali:

Radice Shuv (שוב): Il sostantivo deriva dal verbo shuv, che significa letteralmente ”tornare indietro” o ”ritornare”.

  1. Per il profeta Geremia, la conversione non è l’adesione a una nuova religione, ma il ritorno a casa. È l’atto di invertire la marcia dopo essersi smarriti, tornando sui propri passi verso l’Alleanza con Dio.

  2. Nella mentalità ebraica, non basta cambiare pensiero; bisogna cambiare strada. Geremia usa spesso l’immagine del popolo che “volge le spalle” a Dio e che deve “ritornare” (si veda ad esempio Geremia 3,12-14).

Le fasi della Teshuvah: nella tradizione ebraica, ispirata anche dai testi profetici, la conversione prevede passi precisi:

  1. Abbandono del peccato: Smettere fisicamente l’azione sbagliata.

  2. Rimorso: Comprendere il danno causato.

  3. Confessione (Vidui): Esplicitare a voce l’errore.

  4. Risoluzione: Impegnarsi a non ripetere l’atto.

  5. Solo facendo verità, eliminando il peccato, fuggendo da ogni forma di iniquità e di male la comunità ebraica potrà sperimentare la salvezza e la pace futura. Lungo la sua vicenda profetica Geremia vedrà dissolversi l’orgoglio di Gerusalemme e del suo tempio, come conseguenza della mancanza di ascolto della Parola e di conversione da parte di Israele. Possiamo affermare che Geremia è il «profeta della conversione»: la teshubah (conversione) è la parola che segna il continuo e costante appello rivolto al popolo da parte di Dio. Geremia è l’uomo della teshubah. Sebbene Geremia abbia scritto in ebraico usando il termine shuv (tornare/convertirsi), la traduzione greca della Bibbia (la Settanta) rende il suo appello accorato al popolo proprio con questi termini, sottolineando che la conversione non è un rito esterno, ma un ritorno del cuore. Il concetto di conversione all’interno del contesto biblico di Geremia e del Nuovo Testamento, il termine greco fondamentale è metanoia (μετάνοια).

Ecco le sfumature principali del termine in greco:

  • Metanoia (μετάνοια): Deriva da metà (oltre/dopo) e noéō (pensare). Letteralmente significa ”cambio di mente” o di mentalità. Non è solo un sentimento di colpa, ma un’inversione radicale della direzione di vita e del modo di vedere il mondo.

  • Epistrophē (ἐπιστροφή): Indica l’atto fisico e spirituale del ”volgersi verso” qualcuno. Se metanoia è l’aspetto interiore (cambiare pensiero), epistrophē è l’aspetto esteriore (il tornare a Dio).

  1. Dal v. 11 al v. 19: Sono descritti quattro simboli e quattro oracoli, che ritmano la spiegazione della missione di Geremia: a ogni simbolo segue l’oracolo.

  1. Il primo simbolo è il ramo di mandorlo e l’oracolo assicura che Dio vigila su di lui. Il Signore concede al profeta una prima visione (cf vv. 11-13), che possiede un grande valore progettuale per comprendere il futuro ministero: un «ramo di mandorlo». Poi Dio soggiunge: «io vigilo sulla mia parola per realizzarla». In ebraico c’è un gioco di parole tra «mandorlo» (shaqed) e «vigilanza» (shoqed): Dio stesso attraverso il profeta sarà «colui che vigilerà» e che «anticiperà i tempi della rinascita», così come il fiore del mandorlo spunta anticipatamente rispetto alle altre piante, per annunciare la primavera. L’immagine può essere applicata alla vita stessa del profeta: di fronte alle iniquità del suo tempo, Geremia proclama una «parola di conversione», che gli consentirà di vigilare sul popolo e di annunciare una nuova primavera di speranza e di pace.

  2. Il secondo simbolo è la caldaia sul fuoco e l’oracolo afferma che dal settentrione si rovescerà la sventura (v. 13).

  3. Il terzo simbolo è quello del cingersi i fianchi e dello stare in piedi, e l’oracolo ripete di non aver paura (v. 17).

  4. Il quarto simbolo è la fortezza, il muro di bronzo, e l’oracolo avverte che Geremia non sarà vinto perché il Signore è con lui (v. 18).

Quando fu scritto il testo?

Sicuramente esprime un’esperienza pensata, non quella primitiva. Tuttavia la data precisa di questo evento la leggiamo al capitolo I (leggere il v. 2): è circa l’anno 627 a.C. Non è indicata l’età del profeta, ma dall’affermazione “sono giovane” (v. 7) si deduce che avesse tra i 18 e i 20 anni. Se fissiamo la nascita di Geremia al 645, se ne deduce appunto il 627 circa.

Quindi la vocazione risale probabilmente al 627, all’età di 18 anni.

Ma quando è stato scritto il c. 1?

Gli studiosi dicono circa 20 anni dopo l’evento. L’occasione della stesura potrebbe essere descritta al c. 25,3 e al c. 36,1-2. La data della scrittura di questo oracolo è il 604, e perciò dal 627 sono passati poco più di vent’anni.

Geremia sta vivendo un momento di totale fallimento della sua missione (per 23 anni ha inutilmente parlato e profetato) e avverte l’ispirazione di richiamare alla memoria la grazia iniziale, per trovare nuova forza nelle delusioni: Dio lo ha chiamato e lui non ha fatto altro che obbedire alla Sua voce.

È una pagina drammatica!

E arriviamo finalmente ai versetti che ci interessano più da vicino (Ger 1,4-5), e che riguardano la chiamata del profeta. La restante parte dell’inizio del libro, i versetti 6-10, invece, conservano l’obiezione del profeta, la risposta rassicurante di Dio e ulteriori specificazioni della missione.

A Geremia è rivolta la parola del Signore (alla lettera: «Avvenne/fu per lui»; cf vv. 2 e 4). Si tratta di una formula stereotipata per dire l’esperienza profetica. Si ritrova anche nella chiamata di Abramo (Gen 15,1), invitato a stringere con Dio la prima alleanza, quella chiamata «dei pezzi», e pure nella vocazione del profeta Samuele (1 Sam 15,10). Ma oltre a questa espressione, ecco che Geremia riporta un altro e originale contenuto di quella parola di Dio ”per” lui: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1,5). I verbi che dicono la vocazione del profeta prima che questi venisse formato (espressione usata anche per la creazione dell’umanità in Gen 2,7) nel grembo materno sono tre: «conoscere», «consacrare» e «stabilire». Mentre lasciamo a più sotto la spiegazione del verbo «conoscere», vediamo subito gli altri due.

Il secondo verbo è «consacrare», e la sua radice è «santo», che conosciamo bene perché dice l’essere messi da parte, l’essere differente, come lo è Dio stesso, il Santo/Differente rispetto agli altri dèi. In ebraico, il verbo principale per ”consacrare” è qadash (קדש).

Come nel caso della sua vocazione (”prima che tu uscissi dal grembo materno, ti ho consacrato”), il termine esprime un concetto molto specifico:

  • Radice Q-D-SH: Il significato primario è ”separare” o ”mettere da parte”. Qualcosa di consacrato non è semplicemente ”buono”, ma è sottratto all’uso comune per essere riservato esclusivamente a Dio.

  • Kadosh (Santo): Da questa radice deriva l’aggettivo Kadosh, che definisce la santità di Dio come alterità assoluta. Consacrare un uomo (come Geremia) significa ”tagliarlo fuori” dalla vita ordinaria per farlo diventare proprietà del Signore.

  • Hifil (Hiqdish): Nella forma causativa usata per Geremia, indica l’azione diretta di Dio che rende sacro il profeta, trasformandolo in uno strumento divino.

Altre sfumature: oltre a qadash, esistono altri termini legati all’idea di consacrazione:

  • Nazar: Consacrare tramite un voto di separazione (da cui ”nazireo”).

  • Cherem: Una consacrazione totale che spesso comportava la distruzione di ciò che era offerto a Dio, per evitare che tornasse all’uso profano.

La tradizione rabbinica accentua a tal punto questo carattere del profeta Geremia, tanto da pensare che fosse nato già circonciso, e sin dal grembo materno fosse stato egli stesso a scegliersi il nome (Tehillim 9,84).

Il terzo verbo, «stabilire», dice, come si evince dal significato letterale del verbo, «dare» (qui però seguito da due accusativi, che cambiano il significato, appunto, in «stabilire»), che è davvero come se Geremia venisse dato anche alle nazioni pagane. In ebraico, il verbo utilizzato nel celebre passo della vocazione di Geremia (1,5) per ”ti ho stabilito” è natan (נתן).

Sebbene la traduzione italiana comune sia ”stabilire”, il termine ha sfumature molto più dinamiche:

  • Significato letterale: Il verbo natan significa primariamente ”dare”, ”porre” o ”consegnare”.

  • Il senso del mandato: Quando Dio dice a Geremia ”ti ho stabilito profeta”, sta dicendo letteralmente ”ti ho dato (come dono/incarico) alle nazioni”. Non è solo una nomina burocratica, ma una consegna della persona stessa di Geremia alla sua missione.

  • L’autorità di porre: In altri contesti, come Geremia 1,10, viene usato lo stesso concetto per dire ”ti pongo sopra le nazioni”, indicando un’autorità che viene dall’alto e che investe il profeta di un potere non suo.

Così si può descrivere questa speciale missione: l’essere «chiamati e separati perché destinati ad altri. Non solo perché ad essi inviati, ma anche perché testimoni di un comune destino, di una vocazione a cui ciascuno è chiamato. Geremia porta nel suo corpo il destino di tutti, sia quando con la sua solitudine annuncia la fine della nazione (cfr. Ger 16) sia quando con i suoi gesti profetici annuncia la speranza futura (cfr. Ger 32). Ogni chiamato è intermediario e figura del volere divino riguardo al mondo degli uomini. Era avvenuto così per Abramo, Giacobbe e Mosè. Sarà ancora così per gli apostoli di Gesù, intermediari e modelli della vita di ogni discepolo di Cristo (cfr. Mt 28,16-20)» (M. Grilli).

Non si dovrebbe però vedere in queste righe una pericolosa idea di predestinazione. E vero, il testo dice che la vocazione alla vita, la consacrazione sacerdotale e la missione sono state viste da Dio prima del concepimento e della nascita del profeta, ma ciò va letto e compreso nella dinamica del dialogo. Quello che Dio dà al profeta non è un ordine, ma una parola all’interno di un dialogo – nel quale vi sono pure le obiezioni («Ecco, io non so parlare, perché sono giovane»: Ger 1,6) caratteristiche di ogni vocazione (per esempio: Es 4,10; Giudici 6,15) -, e tale parola richiede «la risposta di Geremia e un conseguente atto di obbedienza. Nonostante il tono deterministico dell’affermazione di apertura, per tutto il prosieguo del racconto il tono sottostante è quello della libertà umana e della capacità di risposta alla chiamata divina» (P.C. Craigie – P.H. Kelley – J.F. Drinkard). Non si deve poi dimenticare che questa vocazione è narrata più di vent’anni dopo l’inizio della missione del profeta, ed è quindi il risultato di una rilettura, di una comprensione ulteriore della vocazione originaria: Geremia torna indietro con la mente non solo fin all’inizio del suo ministero, ma ha uno sguardo di fede capace di andare ancor più a ritroso, fino, appunto, a quando non era nemmeno nato.

Vi è un altro inserto autobiografico nel libro di Geremia. Egli si trova in un momento difficile della sua missione, e lamentando la sua sofferenza e la paura della morte dice al suo Signore: «Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perché il tuo nome è invocato su di me, Signore, Dio degli eserciti» (Ger 15,16). La vocazione di Geremia ci ricorda quella dell’apostolo Paolo. Anch’egli, rifacendosi allo stesso modello, parla del Dio di Gesù Cristo, che lo ha scelto «fin dal seno» di sua madre e lo ha chiamato con la sua grazia (Galati 1,15).

Si è detto sopra che Geremia era di famiglia sacerdotale, perché figlio di uno dei sacerdoti di Anatot; non vi è però alcuna prova che abbia svolto i compiti e gli uffici dei sacerdoti al Tempio. Anzi, nel libro sono attestate accuse e rimproveri contro di loro (per esempio, Ger 2,26; 4,9; 5,31 ecc.), come anche la dura reazione dei sacerdoti contro la profezia della distruzione del Tempio (Ger 26,7-9). Ovviamente anche il profeta avrebbe dovuto adempiere il comando di crescere e moltiplicarsi (Gen 1,28) -, che esprime la vocazione originaria della persona alla fecondità – ma a Geremia, come egli stesso ricorda, fu impedito di sposarsi: «Mi fu rivolta questa parola del Signore: ”Non prendere moglie, non avere figli né figlie in questo luogo, perché dice il Signore riguardo ai figli e alle figlie che nascono in questo luogo e riguardo alle madri che li partoriscono e ai padri che li generano in questo paese: Moriranno di malattie strazianti, non saranno rimpianti né sepolti, ma diverranno come letame sul suolo. Periranno di spada e di fame; i loro cadaveri saranno pasto agli uccelli del cielo e alle bestie della terra”» (Ger 16,1-4). Si tratta di uno dei due casi in cui il celibato è visto nel Primo Testamento come una vocazione (escludiamo infatti quello di Giuditta, che se rifiuta le seconde nozze, era però già stata sposata; cfr. Giuditta 16,22-24), se l’altro, come si potrebbe ragionevolmente sostenere, è quello della figlia di Iefte (cfr. G. Bruscolotti e il saggio di G. Michelini ne II libro dei Giudici). La scelta celibataria di Geremia non è data né dal disprezzo del matrimonio né dal non aver trovato moglie. Come si è appena visto dal passaggio citato da Geremia 16, essa è legata e si spiega alla luce dell’imminente distruzione di Gerusalemme. Lo dice bene John Paul Meier, confrontando la vita di Geremia con lo stato civile di Gesù: «Lungi dall’essere una sorta di positivo impegno religioso, il celibato era per Geremia un tragico segno personale, un simbolo profetico esterno della distruzione della vita che attendeva il popolo peccatore di Giuda (Ger 16,1-4)».

Lo aveva notato anche san Giovanni Paolo II nelle sue catechesi sull’amore umano, affermando anzitutto che «nella tradizione dell’Antico Testamento, a quanto risulta, non c’è posto per questo significato del corpo, che ora Cristo, parlando della continenza per il regno di Dio, vuole prospettare e rivelare ai propri discepoli. Tra i personaggi a noi noti, quali condottieri spirituali del popolo dell’antica alleanza, non vi è alcuno che avrebbe proclamato tale continenza a parole o nella condotta», ma poi aggiungendo (tra parentesi, nel testo ufficiale) quanto segue: «È vero che Geremia doveva, per esplicito ordine del Signore, osservare il celibato (cfr. Ger 16,1-2); ma questo fu un ”segno profetico”, che simboleggiava il futuro abbandono e la distruzione del paese e del popolo» (Udienza generale del 17 marzo 1982).

A questi importanti chiarimenti, dobbiamo però aggiungere quanto avevamo lasciato in sospeso sopra, commentando la frase che Dio rivolge al profeta: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto» (Ger 1,5). «Conoscere» è il verbo dell’intimità. Infatti viene usato per la prima volta nella Bibbia per dire come Adamo conobbe sessualmente Eva (Gen 4,1). Poiché «Geremia sarà invitato a non sposarsi (Ger 16,2), e poiché vi è più di un indizio nell’affermare che Geremia ha inteso la sua vocazione profetica connotata dalla stessa intimità che una moglie ha col marito (Ger 15,6; 20,7), non è sbagliato vedere all’inizio della sua vocazione un riferimento a tale metafora» (W.L. Holla-day). Se la chiamata di Geremia prevede anche la rinuncia alla coniugalità e alla generatività, dobbiamo anche dire che essa è possibile solo proprio perché è una vocazione all’amore, e ha come fondamento e la parola di Dio e l’impegno verso il popolo di Israele e gli altri popoli. La chiamata del profeta non è qualcosa di semplicemente personale o intimistico: Dio chiama Geremia perché abbia una relazione con Lui e con gli altri uomini.

Lettura contestuale familiare1

Una chiamata ad esistere

Assemblea studentesca nell’aula magna di una scuola di Stato. Il relatore, convocato per la sua appartenenza al consultorio pubblico di zona, propina a cinquecento studenti la necessità della scelta abortiva, quando la madre non può e non vuole sostenere la gravidanza: «Che senso ha partorire un figlio quando non è voluto/desiderato/accettato, magari anche per condizioni economiche precarie?» Simili parole calano su un’assemblea di giovanissimi (sedici-diciannove anni) come intelligenti, legittime, naturali. A un tratto però una sedicenne dalla pelle scura alza la mano. «Di’ pure, carissima» la invita il ”democratico” relatore. «Io non sono stata abortita», dice lei con voce serena e squillante. Un attimo di silenzio degli studenti, poi, improvviso e frenetico, un battimani.

Siamo ancora qui a ringraziare questa coraggiosa ”non abortita” e adottata perché ha detto al mondo nella semplicità dei suoi sedici anni – al di là di tutte le apparentemente ragionevoli equazioni di adulti ”esperti” (nascere non desiderati equivale ad essere infelici) – che nascere è una determinazione-dono-vocazione irrinunciabile. Se vogliamo definirci uomini (umani) e/o figli di Dio, che è poi la stessa cosa.

Concepire è una determinazione ad esistere: non a un esistere generico (ciascun feto è irripetibile, non si nasce uguali!), ma a quell’esistere, quel modo di essere – tra gli infiniti possibili – che sono io. Geremia, come tutti gli uomini, è chiamato ad esistere: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto…» È questo il punto alfa della sua vocazione. Infatti, non ha paura, più di vent’anni dopo, come spiegato in precedenza, a rivendicare all’interno della Scrittura la sua chiamata specialissima ad esistere. Come sappiamo, il profeta non parla per sé; destinatario dell’annuncio è il popolo, siamo noi. Dunque la sua testimonianza-missione dice qualcosa a ciascuno di noi, in ordine alla nascita. In ciò la nostra sedicenne adottata ha usato un autentico linguaggio profetico: è il mio esistere – dice – che contesta tutte le misure contro il bambino che deve/vuole nascere. Questa è la parola di una piccola Geremia di oggi.

L’unità madre-bambino è all’origine di ogni chiamata

Oggi urge rivendicare alla nascita la sua dignità di chiamata. Perché? Perché la parola della supremazia della tecnologia tenta di superare quell’unità intima madre-feto (il «conoscere» di cui si è parlato in precedenza) riducendo la madre al ruolo di asettica incubatrice del ”prodotto” del concepimento mediante la maternità surrogata (l’utero in affitto) che relega la donna, appunto, a incubatrice di desideri/diktat/prevaricazioni altrui.

E si fa un danno irrevocabile non tanto e non solo alla madre provvisoria, ma anche al feto che si vuole su ordinazione, nato bello, pulito e perfetto per ”genitori” che lo saranno solo in nome di una volatile e cangiante affettività. Ebbene, una psicoterapeuta laica, Silvia Bonino, riflette sulla relazione unica e molto complessa che si sviluppa nel seno materno durante la gravidanza. Esiste un’influenza biologica sul feto mediata dalla gestante (influenzata dalle condizioni del suo benessere psicologico) che ha conseguenze durature sul cervello del feto. Lo sviluppo cognitivo, in effetti, inizia nella vita prenatale; oggi sappiamo che, quando nasce, il bambino ha primitive memorie senso-motorie, riconosce la voce materna, è orientato – su base innata – a schemi comportamentali come piangere, aggrapparsi, succhiare: schemi in continuità con la gestazione pre e postnatale. Anzi, oggi si parla di gestazione postnatale, perché madre e bambino restano uniti, si influenzano reciprocamente, si ”capiscono” e ciò è frutto di una «evoluzione filogenetica complessa»: interrompere questo legame è perciò gravemente dannoso proprio per quel piccolo della vita ”adattato” a quella madre, non a una madre qualsiasi.

Ebbene, il profeta Geremia riceve una parola/evento che dà ragione di questo legame irripetibile: è lì, in questa parola, la parola che dà vita, che egli sa di un ”prima”, non più ovviamente fisiologico-fetale, ma vocazionale; questo ”prima” rivelato dice di un’assunzione di responsabilità da parte del Dio della vita. E li che Dio lo ha visto, per così dire, raggiunto, coccolato. E lì che – come si è spiegato sopra – è stato ”toccato” dalla mano divina. La sua bocca riceve il tocco del Signore («Stese la mano e mi toccò la bocca»).

Osiamo pensare che nella concretezza non inutile della vita quel tocco – vero, concreto – che il bambino riceve possa essere collocato nell’incontro con il capezzolo del seno della madre: quando ne sente l’odore (è provato che il neonato percepisce in modo inconfondibile l’odore del seno materno), egli vi si attacca per la suzione; ma, quando è sazio, non abbandona il capezzolo, vi gioca come un gioco della vita che sollecita il rapporto madre-bambino. E allora che guarda la madre, le rivolge uno sguardo fisso, intenso, lunghissimo. «Nessuno mai mi ha guardata così», ha detto una madre, intimorita e quasi inebriata dall’intensità di quello sguardo. E ha aggiunto: «Ho fatto esperienza di come mi guarda Dio». Una riflessione ”profetica”: nel contatto visivo con il suo neonato scopre uno sguardo altro, uno sguardo che accoglie, che non giudica, che le dice nell’intimità madre-neonato: «È bene che tu ci sia, così come sei»; «E bene che tu sia madre». Madre di quel bambino Geremia che ora non sai quale strada prenderà, quale sarà la sua missione: ma che è stato toccato-raggiunto-chiamato proprio in quel rapporto benedetto dell’unità madre-bambino.

Di più: nell’unità madre-bambino nasce la parola

E il linguaggio? Forse che Dio ”impara” da questo legame che apre al mondo della parola? Oggi vi sono studi che rendono ragione di un fenomeno che induce il piccolo a parlare: la lallazione. Il neonato di qualche mese sillaba (la-la-ma-ma-b-b ecc.) apparentemente a casaccio e invece interpone tra una sillaba e l’altra delle micropause in cui si ”infila” la voce materna: lei non ha ricevuto istruzioni, non è andata a lezioni di canto; eppure sofisticate registrazioni al rallentatore hanno scoperto che la sua voce («ba… ma… amore mio…») si insinua proprio nelle micropause della voce del bambino. Oppure, il che è lo stesso, è il neonato che insinua la sua voce tra le micropause della madre: insomma, i due si parlano, anche se dall’esterno i due sembrano non dirsi nulla. Si parlano, invece, e sembrano rispondersi: solo uno stolto orecchio adulto direbbe che i due emettono solo suoni. I due si danno reciprocamente il benvenuto!

Che sia così tra il Signore Dio e il suo profeta? A ragione Geremia risponde a Lui che lo invia (e che gli rivela di esserci stato ”già prima” nella sua vita): «Ecco, io non so parlare». E Dio gli risponde quasi da madre: «Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca». Forse l’intimità madre-bambino è una pallida ombra dell’intimità tra la persona e Dio, nel segreto: i due – il chiamato e Dio – imparano reciprocamente a mettere la propria voce nelle pause dell’altro. Dio non è uno che fa tutto per conto suo, non è uno che mette davanti al convocato un pacchetto già fatto (e lo potrebbe, ma sarebbe deterministico): che se ne farebbe di un interlocutore solo esecutore delle sue determinazioni (o invii, chiamate, vocazioni, come le vogliamo chiamare)? Non avrebbe un ”interlocutore”, uno che sillaba con la sua maldestra voce là dove Lui mette la micropausa: «il tono sottostante è quello della libertà umana» (P.C. Craigie – P.H. Kelley – J.F. Drinkard). Una cosa è certa, diciamo sorridendo: anche il neonato Gesù si è divertito nella lallazione con la sua mamma; anche lui ha inserito la sua voce nelle micropause di lei o, viceversa, lei ha inserito le sue sillabe nelle micropause di lui. E questa l’incarnazione. Agli inizi. Dio – lo sappiamo dalla Scrittura – è esperto in incarnazioni.

Siamo noi che non siamo esperti! È proprio questa un’aggiunta raffinata della nostra esegesi: egli ci informa che a Geremia fu impedito dal Signore Dio di sposarsi («Non prendere moglie, non avere figli né figlie in questo luogo») ma «la scelta celibataria di Geremia non è data né dal disprezzo del matrimonio né dal non aver trovato moglie»; come da citazione di Giovanni Paolo II riportata sopra, il celibato era per Geremia un tragico segno personale, «un ”segno profetico”, che simboleggiava il futuro abbandono e la distruzione del paese e del popolo».

Aggiungiamo un’osservazione, sia pure scontata, ma mai detta a sufficienza: la Scrittura ci informa che questa vita che esce dal seno materno non è nelle mani della madre. Non è lei – e nemmeno il padre – a sapere che ne sarà di quel figlio, non è lei che ha il potere di manipolare la sua vita (nemmeno a fin di bene, come si raccontano di solito le madri), non è lei che sa come va a finire, perché l’avventura di quel dialogo divino che inizia nel suo grembo non è nelle sue mani. Meno male!

II Domenica di Quaresima – Marzo 1, 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano

1 – Nota bibliografica: G. Michelini – G. Gillini – M. Zattoni, I Profeti e le relazioni familiari, Ed San Paolo 2018.