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3° Incontro di Quaresima 2026 a Pulsano

Ezechiele: la tragedia nella famiglia

(Ez 24,15-27)

Titolo del libro

Da sempre il libro è conosciuto con il nome del suo autore, il sacerdote e profeta Ezechiele (1,3; 24,24), peraltro mai menzionato altrove nella Scrittura. Il suo nome significa “fortificato da Dio” o “Dio dà forza” e ben si addice al ministero profetico a cui Dio lo aveva chiamato (3,8-9: «8Ecco, io ti do una faccia indurita quanto la loro faccia e una fronte dura quanto la loro fronte. 9Ho reso la tua fronte come diamante, più dura della selce. Non li temere, non impressionarti davanti a loro; sono una genìa di ribelli»).

Per proclamare e illustrare il messaggio che Dio rivolge al popolo esule, Ezechiele ricorre a visioni, profezie, parabole, immagini e simboli.

Autore e data

Partendo dal presupposto che il “trentesimo anno” di cui al v. 1,1 si riferisca all’età di Ezechiele, se ne deduce che il profeta aveva venticinque anni quando fu fatto prigioniero e trenta quando ricevette la chiamata al ministero. All’età di trent’anni i sacerdoti iniziavano il loro ministero: per Ezechiele si trattò, pertanto, di un anno molto importante.

Il suo ministero ebbe inizio nel 593/592 a.C. e si protrasse per almeno ventidue anni, fino al 571/570 a.C. (cfr. 29,17: «17Ora, nell’anno ventisettesimo, nel primo mese, il primo del mese, mi fu rivolta questa parola del Signore»).

Coevo di Geremia (più vecchio di lui di circa vent’anni), egli menziona Daniele (suo coetaneo) in 14,14. 20: «14anche se in quella terra vivessero questi tre uomini: Noè, Daniele e Giobbe, essi con la loro giustizia salverebbero solo se stessi, oracolo del Signore Dio. … 20anche se in quella terra ci fossero Noè, Daniele e Giobbe, giuro com’è vero che io vivo, oracolo del Signore Dio: non salverebbero figli né figlie. Essi soltanto si salverebbero per la loro giustizia»; 28,3: «3ecco, tu sei più saggio di Daniele, nessun segreto ti è nascosto» come profeta ben noto.

Come Geremia (Gr 1,1) e Zaccaria (cfr. Zac 1,1 con Ne 12,16), Ezechiele era sia profeta che sacerdote (1,3).

In virtù del suo retroterra sacerdotale, egli aveva una particolare familiarità e uno spiccato interesse per le questioni legate al tempio; pertanto Dio si servì di lui per parlare in modo specifico di questi aspetti (8,1–11,25; 40, 1–47,12).

Ezechiele e la moglie (menzionata in 24,15-27) facevano parte del folto gruppo dei 10.000 Giudei deportati a Babilonia nel 597 a.C. (2 Re 24,10-17: «10In quel tempo gli ufficiali di Nabucodònosor, re di Babilonia, salirono a Gerusalemme e la città fu assediata. 11Nabucodònosor, re di Babilonia, giunse presso la città mentre i suoi ufficiali l’assediavano. 12Ioiachìn, re di Giuda, uscì incontro al re di Babilonia, con sua madre, i suoi ministri, i suoi comandanti e i suoi cortigiani; il re di Babilonia lo fece prigioniero nell’anno ottavo del suo regno. 13Asportò di là tutti i tesori del tempio del Signore e i tesori della reggia; fece a pezzi tutti gli oggetti d’oro che Salomone, re d’Israele, aveva fatto nel tempio del Signore, come aveva detto il Signore. 14Deportò tutta Gerusalemme, cioè tutti i comandanti, tutti i combattenti, in numero di diecimila esuli, tutti i falegnami e i fabbri; non rimase che la gente povera della terra. 15Deportò a Babilonia Ioiachìn; inoltre portò in esilio da Gerusalemme a Babilonia la madre del re, le mogli del re, i suoi cortigiani e i nobili del paese. 16Inoltre tutti gli uomini di valore, in numero di settemila, i falegnami e i fabbri, in numero di mille, e tutti gli uomini validi alla guerra, il re di Babilonia li condusse in esilio a Babilonia. 17Il re di Babilonia nominò re, al posto di Ioiachìn, Mattania suo zio, cambiandogli il nome in Sedecìa.»).

Vivevano a Tel-Abib (3,15: «15Giunsi dai deportati di Tel-Abìb, che abitano lungo il fiume Chebar, dove hanno preso dimora, e rimasi in mezzo a loro sette giorni come stordito.»), sulle sponde del fiume Chebar, probabilmente nella regione a sud-est di Babilonia.

Ezechiele rievoca la morte della moglie in esilio (24,18), ma nel libro non vi è alcun accenno alla morte del profeta, avvenuta, secondo la tradizione rabbinica, attorno al 560 a.C. per mano di un principe israelita, la cui idolatria egli aveva condannato.

L’ultimo oracolo di Ezechiele di cui si abbia notizia risale al 571/570 a.C. (29,17: «17Ora, nell’anno ventisettesimo, nel primo mese, il primo del mese, mi fu rivolta questa parola del Signore»).

Contesto e ambiente del libro di Ezechiele

Uno sguardo alla storia di Israele permette di constatare che il regno rimase unito per più di 110 anni (1043-931 a.C. ca.), durante le monarchie di Saul, di Davide e di Salomone.

Nel 931 a.C. il regno fu diviso dando vita a due regni distinti, Israele ( a nord) e Giuda (a sud), per circa due secoli fino al 722/721 a.C., anno in cui Israele cadde nelle mani dell’Assiria. Giuda, il regno superstite, resistette per 135 anni prima di cadere nelle mani dei Babilonesi nel 605-586 a.C.

Nel contesto più immediato del libro, altri avvenimenti si rivelarono determinanti. Sul piano politico, la decantata potenza militare dell’Assiria si era sgretolata nel 626 a.C. e la capitale, Ninive, era stata distrutta nel 612 a.C. dai Babilonesi e dai Medi (cfr. Naum).

Il nuovo Impero babilonese aveva già manifestato la propria forza quando Nabopolassar (padre di Nabucodonosor II, giocò un ruolo chiave nella caduta dell’Assiria, dopo la morte dell’ultimo grande sovrano assiro Assurbanipal) era salito al trono nel 625 a.C.

Dal canto suo, sotto il faraone Neco II, l’Egitto aveva manifestato la propria determinazione a conquistare quanti più territori possibili.

Babilonia aveva annientato l’Assiria nel 612-605 a.C. e riportato una vittoria decisiva contro l’Egitto a Carchemis nel 605 a.C. senza lasciare, secondo le cronache babilonesi, alcun superstite.

Sempre nel 605 a.C. Babilonia, sotto la guida di Nabucodonosor, aveva dato inizio alla conquista di Gerusalemme e alla deportazione dei prigionieri, fra i quali anche Daniele (Dan 1,2).

Nel dicembre del 598 a.C. Nabucodonosor assediò nuovamente Gerusalemme e la espugnò il 16 marzo del 597 a.C. In tale occasione egli prese Ioiachin come prigioniero insieme a un gruppo di 10.000 uomini, fra cui anche Ezechiele (2 Re 24,10-17). La distruzione finale di Gerusalemme, la conquista di Giuda e la terza deportazione occorsero nel 586 a.C.

Sul piano religioso, il re Giosia (640-609 a.C. ca) si era posto alla guida di un moto di riforma spirituale in Giuda (cfr. 2 Cr 34). Purtroppo, nonostante gli sforzi di Giosia, l’idolatria aveva ottenebrato i Giudei a tal punto che la riforma ebbe scarso impatto. Nel 609 a.C. Giosia fu ucciso dall’esercito egiziano mentre attraversava la regione.

I Giudei continuarono a indulgere nel peccato, che sarebbe stato la causa del loro giudizio, sotto i regni di Ioacaz (609 a.C.), di Ioiachim (Eliachim, 609-598 a.C.), di Ioiachin (598-597 a.C.) e di Sedechia (597-586 a.C.).

Sul piano pratico, Ezechiele e i 10.000 Israeliti vissero in esilio in Babilonia (2 Re 24,14) più come coloni che come prigionieri, ricevendo il permesso di coltivare appezzamenti di terra in condizioni relativamente favorevoli (Ger 29). Ezechiele possedeva addirittura una casa (3,24; 20, 1).

Sul piano profetico, i falsi profeti ingannavano gli esuli rassicurandoli riguardo a un prossimo ritorno in Giuda (13,3.16; Ger 29,8).

Dal 593-585 a.C. Ezechiele avvertì il popolo che l’amata Gerusalemme sarebbe stata distrutta e l’esilio prolungato: non vi era pertanto speranza di un ritorno immediato. Nel 585 a.C. un fuggitivo di Gerusalemme, che era riuscito a eludere i Babilonesi, raggiunse Ezechiele (33,21) con la notizia della caduta della città (586 a.C.), avvenuta sei mesi prima.

Questa notizia mandò in frantumi le false speranze di una liberazione immediata per gli esuli. Pertanto, le rimanenti profezie di Ezechiele si concentrarono da allora sulla restaurazione futura di Israele nella sua terra e sulle benedizioni del regno messianico.

Schema del libro

Il libro può essere generalmente suddiviso in due sezioni sulla base dei principi: condanna/retribuzione e consolazione/restaurazione.

Un approccio più dettagliato comporta la suddivisione del libro in quattro sezioni:

  1. le profezie che annunciano la rovina di Gerusalemme (capp. 1–24);

  2. le profezie che annunciano la retribuzione delle nazioni vicine (cc. 25–32), con uno sguardo alla futura restaurazione di Israele (28,25-26);

  3. una transizione (c. 33) con istruzioni relative a un ultimo appello al pentimento rivolto a Israele;

  4. le magnifiche speranze di una futura restaurazione di Israele (cc. 34–48).

Insieme a Geremia, Ezechiele è dunque un profeta che vive la tragica esperienza dell’esilio babilonese, fino ad essere egli stesso deportato fuori della terra di Israele nel 597 a.C.

Ezechiele 24 segna la svolta tragica del ministero del profeta con la caduta di Gerusalemme. In ebraico, la formula ricorrente che apre questo capitolo (e molti altri in Ezechiele) è: «Mi fu rivolta questa parola del Signore (Wayhî dĕbar-Yĕhwāh ’ēlay lē’mōr)».

(Wayhî): “E avvenne” o “E fu”. È la forma verbale classica del racconto biblico.

(Dĕbar-Yĕhwāh): “La parola del Signore (YHWH)”. La parola Davar implica non solo un messaggio parlato, ma un evento concreto che sta per accadere.

(’Ēlay): “A me” (riferito al profeta).

(Lē’mōr): “Dicendo” o “Per dire”.

Questa formula assume un’urgenza particolare perché è seguita dall’ordine di segnare la data precisa: Figlio dell’uomo, metti per iscritto la data di oggi, di questo giorno (v. 2), sottolineando che la parola di Dio si sta trasformando in storia immediata e tangibile.

In ebraico, l’espressione “figlio dell’uomo” utilizzata costantemente nel libro di Ezechiele è: Ben-’ādām.

Significato e sfumature:

  1. Nella traduzione letterale: Significa “figlio di Adamo” o, più correttamente nel contesto semitico, “essere umano” o “mortale”.

  2. Il contrasto con Dio: Nel libro di Ezechiele, Dio usa questo titolo quasi 100 volte per rivolgersi al profeta. Serve a sottolineare la distanza insuperabile tra la maestà trascendente di Dio e la fragilità e finitezza del profeta come semplice uomo.

  3. Uso collettivo: Al plurale, benê ’ādām (figli dell’uomo), si riferisce semplicemente al genere umano o all’umanità nel suo complesso.

Differenza con il Nuovo Testamento:

Mentre in Ezechiele il termine evidenzia l’umiltà e la natura terrena del profeta, gli evangeli con Gesù lo utilizzano come titolo messianico (“il Figlio dell’uomo”), richiamando la figura gloriosa e celeste descritta in Dan 7,13.

Nel c. 24 poi, attraverso la parabola della pentola arrugginita e la morte improvvisa della moglie, Dio annuncia il giudizio inevitabile e invita a un lutto interiore profondo piuttosto che esteriore, simboleggiando la perdita definitiva del Tempio.

La parabola della pentola (vv. 1-14):

  • Il Simbolo: Gerusalemme è paragonata a una pentola posta sul fuoco, riempita con i pezzi di carne migliori (i suoi abitanti e leader).

  • Il Giudizio: La pentola è piena di “ruggine” o “verde rame”, simbolo della scelleratezza e del sangue versato nella città.

  • Il Messaggio: Poiché l’impurità non scompare nonostante i tentativi di purificazione di Dio, la pentola deve essere arroventata sul fuoco finché non si consumi del tutto. Rappresenta l’inevitabilità della distruzione totale come unico modo per eliminare il peccato.

Di famiglia sacerdotale, Ezechiele era sposato con una donna di cui non sappiamo il nome, ma che viene chiamata nel libro «delizia dei tuoi occhi» (Ez 24,16).

L’espressione “delizia dei tuoi occhi” si scrive in ebraico: (Maḥmad ‘êneykā)

  • Maḥmad: Deriva dalla radice ḥāmad (desiderare, bramare). Indica qualcosa di estremamente prezioso, un oggetto di desiderio, un tesoro o, appunto, una delizia.

  • Êneykā: Significa “i tuoi occhi”. È il plurale del sostantivo ‘ayin (occhio) con il suffisso possessivo di seconda persona maschile singolare (“tuoi”)

Curiosità linguistiche:

La radice della parola ebraica maḥmād è la radice triconsonantica: (Ḥ – M – D).

Questa radice esprime il concetto di “desiderare”, “bramare” o “trovare piacere in qualcosa”. È la stessa radice utilizzata in contesti fondamentali della Bibbia ebraica:

  • Desiderio proibito: È il verbo usato nel Decalogo per il comando “Non desiderare (lo taḥmōd) la donna d’altri” (Esodo 20,17).

  • Bellezza e valore: Indica qualcosa di prezioso, attraente o amabile alla vista.

Dalla radice Ḥ-M-D derivano diversi termini che sottolineano l’intensità del legame affettivo:

  1. Maḥmād: Sostantivo che indica l’oggetto del desiderio, il “tesoro” o la “delizia”. In Ezechiele 24, definisce sia la moglie del profeta sia il Tempio di Gerusalemme.

  2. Ḥemed: Indica la piacevolezza o la bellezza estetica di un oggetto o di una terra.

Questa radice semitica è comune anche ad altre lingue, come l’arabo, dove però ha assunto il significato prevalente di “lodare” (da cui derivano nomi come Muhammad o Mahmud, che significano “il lodato”). In ebraico biblico, invece, il focus resta sull’aspetto del desiderio profondo e del valore inestimabile di ciò che si ama.

La moglie di Ezechiele a un certo punto muore, e «la morte di lei acquista un rilievo grande anche nella missione del profeta, assurgendo a preannuncio simbolico della distruzione di Gerusalemme» (L. Monari): la biografia e la missione di Ezechiele, così, proprio come abbiamo visto precedentemente per il profeta Geremia, si intrecciano, e il lutto per la sposa diventa il lutto per la perdita del proprio paese e delle proprie istituzioni religiose e culturali.

Il comportamento anomalo del profeta a seguito della morte della moglie potrebbe disturbare e suscitare domande, rendendolo “strano”: secondo diversi esegeti, anche Ezechiele (come il re Saul) avrebbe avuto una personalità psicotica, e alcune sue azioni sono state interpretate come sintomo di schizofrenia paranoica, o epilessia, o isterismo. Non tutti però sono d’accordo con questa impostazione, e L. Alonso Schökel e J.L. Sicre Diaz, per esempio, ritengono che sia inadeguata a descrivere la personalità profonda del profeta.

Ezechiele, poi, non agisce per conto proprio. Deve eseguire un preciso comando divino, che gli chiede la più tragica delle azioni simboliche tra quelle compiute dal profeta (tra le quali la perdita della parola, lo stare sdraiato per più di un anno sul lato sinistro, il saltellare ecc.1): «d’improvviso gli muore la moglie; ma egli non può né piangere né portare il lutto. Dovrà soffrire in silenzio: come gli Israeliti, quando perderanno il santuario. […] Non solo il profeta è tale con la bocca, ma lo può essere anche con la vita: situazioni che per altri uomini sono comuni si trasformano in oracolo quando sono vissute dal profeta, quando cioè Dio le assume nella sua missione e nella sua parola. Non è più una pantomima quella che il profeta qui presenta, ma la sua stessa vita offerta come uno spettacolo che grida» (L. Alonso Schòkel – J.L. Sicre Diaz). Un detto rabbinico, attribuito a rabbi Iohanan, è chiarissimo a riguardo: «Quando muore la prima moglie di un uomo, è come se nei suoi giorni il Tempio venisse distrutto» (Talmud, Sanhedrin 22 a).

La pagina che stiamo leggendo si trova, infatti, in quella che possiamo definire – dopo un’introduzione con la vocazione del profeta (Ez 1,1-3,15) – la prima parte del libro, che termina proprio al capitolo 24, con l’oracolo di giudizio contro Gerusalemme e Giuda. Qui gli Israeliti sono giudicati per i loro peccati, e il prezzo è la perdita di ciò che hanno di più caro: la Città Santa, col suo santuario, che verrà profanato, e i figli e le figlie, che saranno messi a morte (Ez 24,21). Al lettore moderno queste parole possono suonare spietate, e rimandano a un Dio che non è misericordioso, ma vendicativo. Ci sono diversi modi per leggere quella che è una delle pagine più difficili della Bibbia, ma non possiamo soffermarci ora sul messaggio profetico di Ezechiele nel suo complesso. Basterà dire che se il profeta è giunto a questo punto, fino a parlare di una condanna così violenta della città che ama, è perché ha fatto tutto il possibile, a nome e per conto di Dio, per evitarla, chiedendo al suo popolo di convertirsi dai sincretismi, dalle ingiustizie, dalle alleanze di comodo coi paesi stranieri, per prendere Yhwh sul serio; ma Ezechiele non è riuscito nel suo proposito.

Il lutto per la moglie, dunque, diventa il lutto per Gerusalemme che sta per “morire”. Ci tornano alla mente le parole di Gesù sulla città che amava, e che vide arrivandovi alla fine del suo pellegrinaggio: «Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”» (Luca 19,41-44).

Di lutto si parla varie volte nella Bibbia, e la sua pratica arriva fino al Nuovo Testamento, dove, nelle finali dei quattro evangeli, largo spazio viene dedicato alla sepoltura del cadavere di Gesù. Ma anche il racconto della morte di Lazzaro in Giovanni 11 è, a riguardo, esemplare, perché quella prassi sembra rappresentativa di quanto accadeva con la morte di una persona cara, almeno nel I secolo d.C. Il lutto era suddiviso in quattro momenti:

  1. avelùt, dal decesso alla sepoltura;

  2. shìvà, ovvero i sette giorni durante i quali la famiglia del defunto, dopo la sua sepoltura, era totalmente separata dalla società: non si lavorava, non si usciva di casa, si potevano solo ricevere le condoglianze da amici e parenti;

  3. sheloshiìm, i trenta giorni dalla sepoltura, durante i quali i familiari del defunto non potevano comunque lasciare la città, o tagliarsi i capelli, o partecipare a riunioni;

  4. un anno, dopo il quale si tornava alla normalità, ma solo dopo – almeno nel tempo a cui si riferiscono gli episodi narrati negli evangeli – la sepoltura secondaria, delle ossa. Dopo quel periodo, nessun lutto era più possibile, come scritto nella Mishnà: «Un uomo può raccogliere le ossa del padre o della madre, e questo è per lui un’occasione di gioia» (da intendere, appunto, nel senso della fine del lutto).

Se anche Gesù pianse per Gerusalemme e per il suo amico Lazzaro, invece a Ezechiele, ripetiamo, viene impedito di fare il lutto per la moglie. In particolare, sono queste le azioni comandate a Ezechiele: non fare il lamento; non piangere (non versare lacrime); non sospirare ad alta voce; non avvolgersi il capo col turbante; mettere i sandali ai piedi; non velarsi fino alla bocca; non mangiare il «pane del lutto» (Ez 24,16-17):

  • Il comando di Dio è precisissimo: «Sospira in silenzio» (gĕnâ dōm). Questo è forse l’ordine più difficile per il profeta. Mentre il cuore gli scoppia per la morte della moglie e la rovina della sua nazione, Dio gli impone una restrizione emotiva totale:

  1. Un gemito senza voce: Il termine ebraico indica un sospiro profondo, un gemito interiore, ma “dōm” significa silenzio, immobilità. Ezechiele può soffrire, ma non può trasformare il dolore in lamento pubblico o urlo rituale.

  2. Il dolore “secco”: Il sospiro silenzioso rappresenta il dolore di chi è rimasto pietrificato. Dio sta dicendo che la catastrofe di Gerusalemme sarà così immane da superare la capacità umana di piangere. Sarà un dolore che si consuma dentro («vi consumerete per le vostre iniquità», v. 23).

  3. La fine della mediazione: Fino a quel momento, Ezechiele aveva gridato e agito per avvertire il popolo. Ora, il tempo delle parole è finito. Il suo sospiro soffocato è l’ultimo segnale prima del grande silenzio che durerà fino alla caduta effettiva della città.

Ezechiele diventa così lo specchio del popolo: una nazione che ha perso tutto (la “delizia degli occhi“) e che può solo gemere tra sé e sé, senza la consolazione di un rito o di una parola divina.

  • Il comando di tenere il capo coperto con il turbante è un altro tassello della “controdanza” funebre di Ezechiele. Nella simbologia biblica, il modo in cui si tiene la testa rivela lo stato dell’anima e il rapporto con il giudizio di Dio:

  1. Il rito negato: Normalmente, l’israelita in lutto si scopriva il capo per versarvi sopra la cenere, segno di un io “frantumato” e umiliato. Dio dice a Ezechiele: “Annoda il turbante”, impedendogli questo sfogo.

  2. La “Gloria” trasformata in peso: Il turbante (pe’er) indica bellezza e splendore. Portarlo mentre il cuore è spezzato significa che la gloria di Israele (il Tempio) è diventata un simulacro vuoto. Il popolo dovrà restare con il capo coperto non per dignità, ma perché il loro dolore sarà così “secco” ed interiore da non trovare sbocchi rituali.

  3. Espiazione nel silenzio: Al versetto 23, Dio spiega il senso di restare con i turbanti in testa e i sandali ai piedi: “Voi vi consumerete per le vostre iniquità e gemerete l’uno con l’altro”. Il capo coperto indica che il giudizio è così pesante da schiacciare ogni possibilità di lamento pubblico; rimane solo il gemito sommesso tra compagni di sventura.

  • I sandali assumono un valore simbolico fondamentale che si intreccia con i rituali di lutto, proprietà e rispetto del sacro nell’antico Israele. Dio ordina esplicitamente a Ezechiele: “mettiti i sandali ai piedi”. Per comprendere la stranezza di questo comando, occorre considerare le usanze dell’epoca:

  1. Segno di lutto: Nella cultura ebraica, camminare scalzi era un segno esteriore di grave lutto o estrema umiliazione

  2. Il paradosso: Ordinando a Ezechiele di indossare i sandali dopo la morte della moglie, Dio gli impone di non mostrare i segni del dolore. Questo serve a prefigurare lo stato di shock del popolo alla caduta di Gerusalemme: un dolore così vasto da non poter essere espresso attraverso i riti tradizionali.

Altri significati biblici dei sandali

Oltre al contesto di Ezechiele, i sandali e l’atto di calzarli o toglierli appaiono in altri passaggi chiave:

  1. Rispetto del Sacro: Togliere i sandali è un atto di sottomissione e riconoscimento della presenza divina, come accade a Mosè davanti al roveto ardente (Es 3,5).

  2. Diritto di Proprietà (Legge del Levirato): Sfilarsi un sandalo e consegnarlo a un altro era un gesto legale per ratificare il passaggio di un diritto o di una proprietà (come descritto in Rut 4,7-8 o nella legge del levirato in Dt 25,5-10).

  3. Lo “Zelo” dell’Evangelo: Nel Nuovo Testamento, i sandali diventano parte dell’armatura del cristiano (Ef 6,15), simboleggiando la prontezza e lo zelo nel diffondere il messaggio di pace.

  4. Umiltà del Servo: Giovanni Battista dichiara di non essere degno di “sciogliere i lacci dei sandali” di Gesù, un compito che spettava agli schiavi più umili.

  • Il gesto di velarsi la bocca (o coprirsi i baffi/barba) era un rito funebre tipico dell’epoca, carico di significati specifici:

  1. Segno di isolamento e impurità: Chi era in lutto o colpito da lebbra si copriva la parte inferiore del volto per segnalare la propria condizione di “separato” e impuro, evitando che il proprio fiato o le proprie parole contaminassero gli altri (Lev 13,45).

  2. Il silenzio del dolore: Coprire la bocca simboleggiava l’incapacità di parlare per l’angoscia o la sottomissione al destino amaro imposto da Dio.

  • Il “pane del lutto” (o pane degli uomini) non era un semplice pasto, ma un’usanza sociale e religiosa ben precisa:

  1. Il Pasto della Consolazione: Era tradizione che, dopo un funerale, amici e vicini portassero cibo alla famiglia del defunto. Questo perché chi era in lutto, considerato impuro e sopraffatto dal dolore, non doveva cucinare per se stesso.

  2. Solidarietà comunitaria: Mangiare questo pane significava accettare il conforto della comunità e rientrare gradualmente nel ciclo della vita sociale.

Il significato del divieto: Impedendo a Ezechiele di mangiare il pane offerto da altri, Dio indica che non ci sarà consolazione.

  1. Per il profeta, è un sacrificio personale immenso: deve vivere il dolore in totale isolamento.

  2. Per il popolo, simboleggia che quando Gerusalemme sarà distrutta, non ci sarà nessuno rimasto a offrire “pane di consolazione”, perché tutti saranno ugualmente colpiti dal disastro.

Insieme ai sandali ai piedi e al volto scoperto, il rifiuto del pane del lutto trasforma Ezechiele in un “morto che cammina” che non può essere pianto, prefigurando l’imminente agonia della nazione.

Tutte queste azioni esprimono l’idea che Ezechiele non possa dare sfogo al suo dolore e debba soffrire in silenzio. Ma perché il profeta non può piangere la sua sposa? Il testo che stiamo leggendo non lo dice. Possiamo però immaginare che si tratti di un ulteriore, severo, insegnamento di Dio, col quale viene detto che Israele, che ha causato con le sue stesse mani la catastrofe nazionale, non è nemmeno degno di piangere su se stesso (Y. Shemesh). Si intuisce, a questo punto, che quanto viene richiesto al profeta è davvero un prezzo enorme da pagare, e che egli paga a nome di tutti.

Al lamento per il lutto sono state dedicate alcune ricerche, tra le quali segnaliamo quella di una studiosa che si sofferma su un altro modo, completamente diverso rispetto a quello di Ezechiele, di fare il lutto per Gerusalemme. Infatti, mentre il profeta deve stare in silenzio, ecco che un intero libro della Bibbia, quello delle Lamentazioni – che si riferisce per lo più al periodo in cui Ezechiele diventa vedovo – offre una prospettiva opposta: «Gerusalemme viene rappresentata come seduta a terra, mentre piange e si lamenta per gli eventi del 587 a.C. e l’esilio. Lo sfondo è quello del lutto dell’Israele biblico, e più in generale, del Vicino Oriente Antico» (X.H.T. Pham). Quanta differenza tra i due comportamenti, e, anche all’interno dello stesso canone delle Scritture, quanta varietà, dialettica e ricchezza. Si potrebbe dire che il dolore può essere vissuto ed espresso in molti modi, e quanto Ezechiele non può dire e fare è compensato da quello che si legge nel libro delle Lamentazioni, per esempio nei primi due versetti: «Come sta solitaria la città un tempo ricca di popolo! È divenuta come una vedova, la grande fra le nazioni; la signora tra le province è sottoposta a lavori forzati. Piange amaramente nella notte, le sue lacrime sulle sue guance. Nessuno la consola, fra tutti i suoi amanti». Questo testo è riletto ogni anno all’interno della tradizione vivente di Israele, nel giorno di Tishà beAv (il nono giorno del mese di Av), ovvero il giorno della memoria della distruzione del Tempio di Gerusalemme, che ricorre tra luglio e agosto. Come solo la liturgia sa fare, vengono messe insieme, per l’occasione, le due cadute di Gerusalemme e del suo Tempio, quella del 586 a.C. e quella del 70 d.C, a opera dei Romani, come anche la definitiva distruzione della città, sotto l’imperatore Adriano, nel 135 d.C.

Arriva comunque per Ezechiele il periodo della vedovanza. Su questo aspetto della vita del profeta il libro omonimo non dice nulla, e noi non possiamo fare altro che ricordare altre storie di vedovi e vedove del Primo Testamento (Abramo, Rut e Noemi, per esempio, o la vedova di Sarepta di cui abbiamo parlato nel primo incontro), come anche l’importanza che nella Chiesa primitiva avevano le vedove: non solo sono attestate nel libro degli Atti degli Apostoli, e alla loro assistenza si deve l’istituzione dei sette diaconi (Atti 6,1), ma soprattutto è Paolo a descriverne lo stato e il ruolo nella comunità (1 Timoteo 5).

Vorremmo concludere ribadendo l’importanza delle relazioni, con la sposa e con la famiglia, di cui ci parlano i libri profetici. I protagonisti della profezia di Israele non sono persone sole o isolate, e la storia della coppia Ezechiele e «la delizia dei tuoi occhi» diventa essenziale per la stessa missione del profeta. Così hanno un ruolo fondamentale la moglie e i figli di Osea (capitoli 1-3), come anche la moglie e i figli di Isaia (7,3; 8,1-4). Lo stesso profeta Geremia, della cui scelta celibataria si è detto nell’incontro precedente, diventa -proprio come Ezechiele – un segno del giudizio imminente su Gerusalemme. La vita di coppia e di famiglia (anche nella scelta celibataria di Geremia) ha a che fare con Dio e con la storia del popolo, eccome.

Lettura contestuale familiare2

Al di là di una interpretazione letteralista

Le pagine precedenti ci hanno condotto per mano a intuire come vada inteso questo Dio che – a una lettura superficiale e fondamentalista – farebbe morire di colpo la donna del profeta solo per dare strane istruzioni a lui su come deve fare il lutto e mostrare con ciò al popolo che è imminente un lutto grandissimo che coinvolgerà tutti: la distruzione della Città Santa. Una simile lettura ingenua ci porta non solo a misconoscere la passione di Dio per il suo popolo, ma anche a chiudere gli occhi sul significato di un’identificazione tra «la delizia dei tuoi occhi» che è la moglie per il profeta e «la delizia dei vostri occhi» che è il «mio santuario» che sta per andare in rovina a causa dei peccati del popolo (sopra si è richiamata la frase di Gesù in Luca che ne dice il senso profondo: Gerusalemme non ha riconosciuto il tempo in cui è stata visitata!). Vi è dunque un’identificazione tra colei che sta per morire e la Città Santa che sta per essere distrutta. Vale a dire: come la moglie sta per essere portata via all’amore di Ezechiele, così la Gerusalemme sta per essere portata via all’amore del Signore.

Osiamo dire: forse Dio si sente “vedovo” quanto il profeta! Dio stesso che non tratta i suoi come dei burattini che i suoi fili muovono sul palcoscenico della storia è in qualche modo costretto a subire le conseguenze della loro libertà. Un lutto che il Figlio conosce benissimo quando piange su Gerusalemme.

Perché oltre le regole del lutto?

E perché mai Ezechiele non può fare il lutto secondo le sacre regole? Le regole del lutto – più o meno esplicite – in ogni cultura tendono a due scopi: incanalare il dolore con i riti prescritti e permettere a parenti e amici di partecipare, di mettere i piedi in quel lutto che – in una società coesa – non può essere di uno solo.

L’inizio di un intenso e profondo film di Margarethe von Trotta, Rosenstrafie, si apre appunto con la celebrazione di un lutto nella società americana; la vedova (un’ebrea laica e poco interessata alla religione) improvvisamente impone a figli e amici gli antichi rituali: tutte le immagini sono coperte, ci si deve levare le scarpe entrando, si sta in un silenzio attonito e si mangia per sette giorni soltanto ciò che portano i parenti. E la shivà che relega tutti in casa, in atteggiamenti rigidi, apparentemente scostanti. Nel prosieguo del film si vede come tale rituale, incomprensibile per una società ormai pagana, non solo aiuta ad assorbire il lutto, ma permette di “abitare” i propri fantasmi, di intrecciarli, di dare loro un nome. Sarà la figlia Annah che si permetterà di dare voce ai fantasmi della madre, in una ricerca generosa e coraggiosa del misterioso passato della madre (Trama del film: Ruth è una signora newyorkese che ha appena perso il marito. Nei giorni di lutto comincia a riflettere sempre più sulla religione ebraica ortodossa e questo la porta a disapprovare anche il matrimonio della figlia Hannah con il sudamericano Luis. Per capire le ragioni di un cambiamento tanto radicale, Hannah si reca a Berlino dove conosce Lena Fisher, che da bambina aveva incontrato sua madre a Rosenstrasse: la strada in cui, nel 1943, centinaia di donne si riunirono per manifestare contro la deportazione dei loro mariti ebrei.).

Il lutto, dunque, rende possibile fare i conti con il dolore, senza dargli il potere di essere devastante, onnipresente, in grado di fagocitare tutta la vita. Specie se è il lutto di una persona (la delizia dei tuoi occhi) con cui si è condivisa la vita, che diviene in qualche modo “nuova” nella morte.

Ci viene in mente La fidanzata del bersagliere, una pièce teatrale di Edoardo Anton interpretata nel 1963 da Ornella Vanoni che, su musica di Ennio Morricone, cantava una canzone con lo stesso titolo: «Quando c’eri, spesso eri lontano, quando c’eri spesso ero sola, ma adesso che non sei più qui io ti sento sempre dentro me. Col tuo cuore sul mio cuore, col tuo fiato sul mio fiato, or sei mio come mai, mai nessuno prima fu con me. No, non è il ricordo di te, è il pensiero, e l’idea di te vive dentro, dentro di me. Non ci sei, non so com’è, ma il mio cuore è sempre più con te». E vero: la morte trasforma sia chi se ne è andato (sono curiose le locandine funebri: «E mancato all’affetto dei suoi cari», «non è più tra noi»… insomma: è sparito!) sia chi rimane, e tra poco tenteremo di dire come.

Vedovanza, un nome in disuso

Osserviamo ora che un coniuge è destinato a rimanere vedovo/a (a meno di non pensare al raro caso di morte di entrambi per incidente); eppure nella nostra cultura è quasi proibito pensarci. I due coniugi al massimo si dicono: «Meno male che siamo ancora assieme!» cioè non parlano neppure lontanamente della (ineluttabile) vedovanza!

È così che il coniuge vedovo si trova a passare, in maniera soggettiva e in solitudine, alcune fasi del lutto che si dilatano più o meno a lungo a seconda del rapporto coniugale preesistente. Delineiamo grosso modo almeno tre fasi:

  1. La prima: santificazione del morto. I parenti stretti, in particolare il coniuge, ne esaltano le buone doti, le azioni coraggiose ecc. E il periodo in cui è tabù parlare male del morto; naturalmente, più è lunga questa fase, più la mancanza è dolorosa, se ne sente l’assenza in modo costante («Come posso vivere senza di lei/lui?» «Mi sento solo/a, non c’è niente che mi consoli, niente che lo/la rimpiazzi» ecc.).

  2. Nella seconda fase spuntano anche i difetti del coniuge morto, le sue fisse, le sue richieste… È il periodo dei “vantaggi secondari” dell’assenza («Almeno non ho più tutte quelle camicie da stirare!» «Il risotto me lo posso fare scotto quanto mi pare»). I difetti del morto sono portati a parola, senza grossi sensi di colpa.

  3. C’è poi la terza fase, in cui si sviluppa un nuovo modo di “sentirsi in compagnia” del coniuge defunto: il soliloquio del vedovo/a che parla solo in “io”, diventa un dialogo dove il vedovo/a parla in “noi”. Questa terza fase apre orizzonti nuovi e induce profonde trasformazioni. Per illustrarla ci facciamo aiutare da una storia vera. Luigia era la nostra colf, una milanese tutta d’un pezzo, cordiale, attivissima, piena di iniziative. Si lamentava del marito, «un pulentùn», uno che si lasciava sempre spronare, uno che andava al rallentatore: un gigante, grosso due volte più di lei, buono e mite. Lui si lasciava indirizzare, guidare, comandare e l’allegra Luigia gli faceva da pungolo. Se lui faceva qualche lavoretto in casa nostra (era falegname) lei gli dava i tempi, i suggerimenti, gli metteva perfino in bocca le parole (con grande pace di lui, a dire il vero). Dopo la sua morte, Luigia passò le prime due fasi: dapprima sembrava incredibile che fosse diventata una vedova adorante, poi una vedova critica, che nei suoi soliloqui gli metteva davanti tutti i propri meriti. Se non c’ero io, tu non saresti stato capace di fare questo e quello. La terza fase trovò impreparati anche noi, che ormai eravamo diventati amici. Ci spiace non poter trascrivere nel suo limpido dialetto milanese i dialoghi che ci confidava svolgersi tra lei e il suo Gianni. «Mi ghe disi» (Io gli dico) era l’esordio con cui, quando andavamo a farle visita, lei ci riferiva i dialoghi con suo marito. Però, a un certo punto il tono era cambiato: dopo il «mi ghe disi» appariva uno strano verbo, mai apparso sulle sue labbra: «Fa’ ti», cioè: «Fa’ come vuoi», «Fa’ come puoi». Se gli parlava di un nipote che dava esami all’università, prima gli dava le istruzioni sui voti che doveva prendere, poi aggiungeva con una voce sconosciuta: «Fa’ ti, però». Sono passati anni e Luigia rimane dolcemente nella fase del «Fa’ ti» («El me lascia qui [“mi lascia qui”], só mia [“non so”] perché). Luigia ci insegna che un lutto ben elaborato può trasformare la vedovanza in una “vita a due” sui generis, che ha molto da insegnare alle nuove generazioni.

Ebbene, ci chiedevamo: perché il nostro vedovo Ezechiele non può fare il lutto secondo le regole della sua cultura? Perché – ci sembra – proprio in funzione di un lutto fuori dalle regole può profetare alla sua gente una vicinanza nuova: ciò che succede a lui, succederà alla Città Santa «delizia dei vostri occhi» e voi non sarete nemmeno capaci di portarne il lutto, di prevederne gli sviluppi. Questo dolore vedovile di Ezechiele è, ancora una volta, un dono perché il suo popolo apra gli occhi non in nome della propria umanità disperata, ma in nome di Dio.

III Domenica di Quaresima – Marzo 8, 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano

Gesti simbolici estremi compiuti da Ezechiele

Ezechiele è noto come il profeta dei “gesti-segno” (ot), azioni drammatiche e spesso scioccanti comandate da Dio per comunicare messaggi che le sole parole non riuscivano più a trasmettere a un popolo “testardo”.

Oltre a dormire sui fianchi, ecco i suoi gesti simbolici più estremi:

  • L’assedio sulla mattonella (Ez 4,1-3): Ezechiele deve incidere l’immagine di Gerusalemme su un mattone d’argilla e simularne l’assedio con torri, terrapieni e arieti, ponendo tra sé e il mattone una piastra di ferro come muro invalicabile.

  • Nel capitolo 4, per rappresentare il giudizio imminente su Israele e Giuda, Dio comanda a Ezechiele di restare sdraiato su un fianco per un tempo prolungato:

  • Il lato sinistro (vv. 4-5): Ezechiele deve dormire sul fianco sinistro per 390 giorni. Ogni giorno rappresenta un anno di iniquità della casa d’Israele (il regno del Nord). Rimanendo su quel lato, il profeta “porta” simbolicamente il loro peccato.

  • Il lato destro (v. 6): Successivamente, deve girarsi e dormire sul fianco destro per 40 giorni, che rappresentano gli anni di iniquità della casa di Giuda (il regno del Sud).

Il significato del gesto:

In questo contesto biblico, dormire sul lato sinistro non ha a che fare con la salute o il benessere ma è una forma di profezia mimica. Ezechiele diventa un “prigioniero” di Dio, legato con corde e costretto all’immobilità, per mostrare visivamente al popolo che l’assedio e la punizione sono inevitabili e pesanti da sopportare.

Il significato numerologico dei 390 e 40 giorni (Ez 4,4-6) è uno dei rompicapi più complessi per gli studiosi biblici, poiché i numeri non corrispondono linearmente alle cronologie storiche dei regni.

Ecco le interpretazioni principali:

1. Il significato dei 40 giorni (Giuda)

Il numero 40 nella Bibbia indica quasi sempre un tempo di prova, penitenza o transizione (i 40 anni nel deserto, i 40 giorni di Gesù nel deserto).

  • Rappresenta la durata simbolica della punizione per il Regno di Giuda.

  • Alcuni studiosi lo collegano al periodo che intercorre tra l’inizio del ministero di Geremia (627 a.C.) e la distruzione del Tempio (586 a.C.), circa 40 anni.

2. Il significato dei 390 giorni (Israele)

Questo numero è più difficile da decifrare. Esistono tre filoni interpretativi:

  • Interpretazione Storica (Cronologica): Si tenta di calcolare il periodo che va dalla rivolta di Geroboamo (scissione delle 10 tribù) fino alla caduta di Gerusalemme. Tuttavia, i conti raramente tornano esattamente a 390.

  • Interpretazione della Settanta (LXX): In alcune versioni greche della Bibbia, il numero riportato è 190 invece di 390. 190 corrisponderebbe più da vicino al periodo tra la caduta di Samaria (722 a.C.) e il ritorno dall’esilio.

  • Interpretazione Sommativa: 390 + 40 = 430. Questo numero è altamente simbolico: è la durata della schiavitù in Egitto (Esodo 12,40). Ezechiele starebbe dicendo che il nuovo esilio (quello babilonese) è grave quanto quello egiziano; il popolo è tornato in una condizione di schiavitù totale.

3. La Gematria (Valore numerico delle lettere)

Un’ipotesi affascinante suggerisce che 390 sia il valore numerico della frase ebraica “L’assedio di Gerusalemme” (Yeme mitsor Yerushalaim). In questo caso, il numero non indicherebbe un tempo storico, ma l’evento stesso che il profeta sta vivendo.

In sintesi, i numeri servono a dire al popolo che la sofferenza ha un termine stabilito da Dio: non è un caos infinito, ma un periodo misurato con precisione divina per espiare le colpe accumulate.

  • Il cibo cotto sullo sterco (Ez 4,9-15): Per simboleggiare la carestia e l’impurità rituale durante l’esilio, il profeta deve mangiare pane fatto con una miscela di cereali poveri, pesato con cura, e inizialmente Dio gli ordina di cuocerlo su sterco umano (poi commutato in sterco vaccino dopo la supplica del profeta).

  • Il taglio radicale di capelli e barba (Ez 5,1-4): Ezechiele usa una spada come rasoio per radersi completamente. Divide poi i peli in tre parti: un terzo da bruciare, un terzo da colpire con la spada e un terzo da disperdere al vento, rappresentando il destino dei cittadini di Gerusalemme (morte per peste, per spada o esilio).

  • Il bagaglio dell’esiliato (Ez 12,1-7): Sotto gli occhi di tutti, il profeta deve preparare un bagaglio da deportato, scavare un foro nel muro di casa sua e uscirne al crepuscolo con il volto coperto, mimando la fuga disperata e la cecità del re Sedecìa.

  • Mangiare con tremore (Ez 12,17-20): Ezechiele deve consumare i suoi pasti tremando e bevendo con ansia, per mostrare lo stato di terrore e angoscia che avrebbe colpito gli abitanti rimasti in Israele.

  • Il silenzio e l’immobilità (Ez 3,24-27): Dio ordina al profeta di chiudersi in casa, legato con funi e reso muto, affinché non possa più rimproverare il popolo finché non sarà Dio stesso a riaprirgli la bocca.

I due bastoni uniti (Ez 37,15-28): In una fase successiva di speranza, Ezechiele prende due bastoni (uno per Giuda e uno per Israele) e li tiene uniti nella mano per simboleggiare la futura riunificazione dei due regni sotto un unico pastore.

1 – Vedi allegato in fondo: Gesti simbolici estremi compiuti da Ezechiele.

2 – Nota bibliografica: G. Michelini – G. Gillini – M. Zattoni, I Profeti e le relazioni familiari, Ed San Paolo 2018.