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4° Incontro di Quaresima 2026 a Pulsano

Giona: il dialogo nella famiglia

(Gio 1,1-16)

 

Il breve libro del profeta Giona (Yonàh) è davvero originale nell’insieme dei libri profetici. Si tratta infatti di un piccolo racconto senza alcun contesto storico preciso che, fin da subito, è chiaro nell’intento di presentarsi come una storiella edificante, intrisa dell’assurdo e dell’umorismo tipici del mondo ebraico, atta a istruire e far riflettere il lettore di ogni tempo. Composto in una data incerta (tra il VI e il II secolo a.C), è scritto – tranne il capitolo secondo – in prosa (diversamente dagli scritti profetici, che in genere sono poetici), da un autore anonimo. Il libro di Giona racconta la storia di un uomo che ignora la chiamata del Signore e intraprende, pur di scappare da questo compito, un viaggio che alla fine lo riporterà all’inizio del suo cammino senza ottenere alcun successo, almeno ai suoi occhi. Tanto da avere l’ardore di lamentarsi con Dio che, come diremmo oggi, lo “rimetterà al suo posto” riportandolo alla giusta proporzione che lo sguardo di un uomo dovrebbe avere su ciò che accade attorno a lui.

Giona è un personaggio “piatto” (non evolve) che si scontra con un Dio “rotondo” (che cambia idea, si pente del male minacciato, prova emozioni). nonostante il viaggio, Giona non è cambiato. È Dio che deve “ripetere la lezione”. I marinai e i Niniviti agiscono con verbi di movimento rapido. Giona, invece, spesso “si siede”, “si addormenta” o “aspetta”. La narrazione usa Giona come un punto di stasi ostinato in un mondo che invece risponde prontamente a Dio. Nella tempesta, vediamo Giona con gli occhi dei marinai: un passeggero inutile che dorme nel pericolo. A Ninive, vediamo la predicazione di Giona (solo 5 parole in ebraico!) che produce un effetto sproporzionato: il pentimento di massa. Questo serve a dimostrare che la Parola di Dio agisce nonostante il messaggero, non grazie a lui. Questa brevità suggerisce che Giona non stia cercando di convertire nessuno. Non menziona Dio, non elenca i peccati dei Niniviti, non offre una via di scampo o una chiamata al pentimento. È un freddo annuncio di esecuzione. Il termine nehpāket è un doppio senso volontario dell’autore biblico (distruggere – capovologere/trasformare) è la chiave di volta dell’intero libro, un termine scelto con estrema precisione dall’autore per la sua natura di “parola a doppio taglio”. In ebraico è il participio del verbo hāphak.

La sua potenza narrativa risiede nel fatto che contiene due significati opposti e simultanei:

  1. Il senso di Giona: La Distruzione (Sodoma). Giona usa hāphak come un termine tecnico per indicare il cataclisma. È lo stesso verbo usato nella Genesi (19,25) per descrivere il destino di Sodoma e Gomorra: la “distruzione totale” o il “radere al suolo”. Il profeta spera in un terremoto, in un fuoco dal cielo. Pronuncia la parola con la freddezza di un giudice che emette una sentenza di morte senza appello.
  2. Il senso di Dio: La Conversione (Il Ribaltamento). In molti altri passi biblici e nella lingua comune, hāphak significa “capovolgere”, “trasformare”, “cambiare stato” (come un vestito rivoltato o il cuore che cambia sentimento). La parola di Giona “colpisce” Ninive, ma invece di abbattere le mura, abbatte l’orgoglio dei suoi abitanti. La città viene effettivamente “ribaltata”, ma dal male al bene, dal peccato al pentimento.

 

Giona 1,1-3: 1Fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: 2«Àlzati, va’ a Ninive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me». 3Giona però si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.

 

L’incipit del Libro di Giona in lingua originale (ebraico biblico) è il seguente:

“Wayhî debar-Adonai ’el-Yônāh ben-’Amittay lē’mōr”

Analisi dei termini principali:

  • Wayhî: “E avvenne / Fu”. È la classica formula di apertura narrativa biblica.
  • Debar-Adonai: “La parola del Signore”.
  • Yônāh: “Giona”, che letteralmente significa “colomba”.
  • Ben-’Amittay: “Figlio di Amittài”. Il nome del padre deriva dalla radice

’emet, che significa “verità”.

Curiosamente, il nome completo del profeta può essere letto simbolicamente come “Colomba, figlio della Verità”, un contrasto ironico con il suo comportamento fuggitivo e ribelle nel resto del racconto.

Oltre a Giona (la “colomba”) e Amittài (la “verità”), il testo biblico gioca costantemente con i nomi e i luoghi per trasmettere messaggi teologici profondi. Ecco i più significativi:

  1. Ninive (Nīnĕwēh): Storicamente era la capitale dell’Impero Assiro, ma nel testo rappresenta la “Città Pagana” per eccellenza. L’etimologia è legata a Ninu (pesce) o alla dea Ishtar. Simbolicamente, Ninive è il caos, il nemico crudele, ma anche il luogo dove la Misericordia di Dio supera i confini d’Israele.
  2. Tarsis (Tarshîsh): Non è solo una città (probabilmente nell’attuale Spagna), ma rappresenta “la fine del mondo conosciuto”. Per Giona, fuggire a Tarsis significa letteralmente cercare di uscire dalla giurisdizione di Dio. È il simbolo della fuga dalle responsabilità e della distanza massima dalla propria vocazione.
  3. Giaffa (Yāpô): Il porto da cui Giona si imbarca. Il nome deriva dalla radice yāpâ, che significa “bello” o “piacevole”. C’è una sottile ironia: Giona sceglie una via “bella” e comoda (la fuga via mare) invece della via impervia e polverosa del deserto verso Ninive.
  4. Il Grande Pesce (Dāg Gādôl): Sebbene non sia un nome proprio, nel testo ebraico il pesce cambia genere:
  • Inizialmente è Dāg (maschile): simbolo di protezione e contenimento.
  • Poi diventa Dāgāh (femminile): richiama l’immagine di un grembo materno. Simbolicamente, il pesce non è un mostro punitivo, ma un luogo di gestazione dove Giona deve “rinascere” come profeta dopo aver toccato il fondo (lo Sheol).

 

  1. 1,3 – «E Giona si alzò per fuggire verso Tarsis, lontano dalla presenza del Signore»: Questo passaggio di Giona 1,3 è il cuore del conflitto drammatico e ironico della storia. In ebraico suona come un eco distorto del comando divino:

“Wayyāqom Yônāh librōaḥ Taršîšāh millipnê Adonai”

 

L’ironia del “Movimento” del profeta si evidenzia dal contrasto verbale fortissimo che l’autore biblico usa per ridicolizzare la pretesa di Giona:

  1. L’ordine di Dio: “Qûm” (Alzati e va’ verso Est, a Ninive).
  2. La reazione di Giona: “Wayyāqom” (Si alzò, sì… ma per andare a Ovest, verso Tarsis).

La discesa verso il basso poi evidenzia il declino spirituale del profeta. Si noti bene il testo, da questo momento in poi Giona non fa altro che “scendere”, sia fisicamente che spiritualmente. L’autore usa ripetutamente il verbo ebraico yarad (scendere):

  • Scende a Giaffa (il porto).
  • Scende nella nave.
  • Scende nella stiva a dormire.
  • Scenderà poi nel ventre del pesce e, metaforicamente, negli abissi dello Sheol (il regno dei morti).

Un richiamo: Giona è un profeta che “scende” per scappare da Dio, il re di Ninive, un re pagano, “scende” per incontrarlo. Abbiamo in ebraico Wayyāqom mikkis’ô: “Si alzò dal suo trono”. È lo stesso verbo (qûm) che Dio aveva usato con Giona (“Alzati!“). Il Re ubbidisce immediatamente all’eco della Parola, lasciando il simbolo del suo potere assoluto.

  1. Wayya‘ăbēr ’addartô: “Si tolse il mantello”. Il mantello regale assiro era il simbolo della maestà e del terrore che incuteva il re. Togliendoselo, il Re si spoglia della sua identità politica per diventare un semplice uomo davanti a Dio.
  2. Waykas śaq: “Si coprì di sacco”. Il tessuto ruvido sostituisce la seta. È l’uniforme del penitente.
  3. Wayyēšeb ‘al-hā’ēper: “Sedette sulla cenere”. Questo è il punto più basso della sua discesa. Dal trono (il punto più alto della città) alla cenere (il punto più basso, simbolo di polvere e morte).

Il contrasto teologico: Il Re di Ninive compie una metanoia (cambiamento di mente) perfetta. Non mette in discussione la profezia di Giona, non chiede prove, non negozia. La sua reazione è l’esatto opposto della resistenza di Giona:

  • Giona: Conosce Dio ma gli disobbedisce.
  • Il Re: Non conosce Dio ma lo riconosce sovrano.

 

«Lontano dalla presenza del Signore»: Questa frase è teologicamente assurda per un profeta. Giona sa che Dio è il creatore del mare e della terra, eppure si comporta come se Dio fosse una divinità locale legata solo alla terra d’Israele. Tenta l’impossibile: uscire dal “raggio d’azione” dell’Onnipotente.

«Pagato il prezzo del trasporto»: Il testo specifica che Giona “pagò il prezzo del trasporto” (wayyittēn śĕkārāh). È un dettaglio realistico che sottolinea la sua determinazione: è disposto a spendere i propri soldi pur di non compiere la volontà di Dio.

Il risentimento e la paura di Giona non erano semplici capricci. Nel mondo antico, gli Assiri erano considerati il “flagello di Dio”, famosi per una crudeltà che superava quella di qualsiasi altro impero. Ecco i motivi storici per cui la missione a Ninive era vista come un incubo o un tradimento nazionale da parte del profeta Giona:

  1. Il “Terrorismo” Psicologico Assiro: L’esercito assiro non si limitava a vincere le guerre; usava la brutalità come propaganda. Le cronache dei re assiri (come Sennacherib o Assurbanipal) vantano con orgoglio pratiche atroci contro i popoli ribelli:
  • Scorticamento vivo dei capi nemici e affissione delle loro pelli sulle mura.
  • Creazione di piramidi di teschi fuori dalle città conquistate.
  • Deportazioni di massa (come accadde alle dieci tribù del Regno del Nord d’Israele nel 722 a.C.). Per Giona, andare a Ninive significava entrare nella “tana del lupo” che aveva distrutto o minacciato la sua stessa gente.
  1. Ninive – La “Città del Sangue”: Nella Bibbia, il profeta Naum definisce

Ninive “la città del sangue, tutta piena di menzogna, piena di rapine” (Naum 3,1: «Guai alla città sanguinaria, piena di menzogne, colma di rapine, che non cessa di depredare!»). Per un ebreo dell’epoca, Ninive non era solo una città pagana, era il simbolo dell’oppressione pura. Chiedere a Giona di predicare il pentimento a Ninive era come chiedere a un superstite di un massacro di andare a offrire una via di scampo ai suoi carnefici.

Il vero motivo della fuga di Giona è un paradosso teologico: Giona non fugge solo perché ha paura di morire, ma perché conosce Dio. Nel capitolo 4, Giona ammette: “Sapevo che tu sei un Dio misericordioso… che ti ravvedi riguardo al male minacciato”.

  • Il timore di Giona: Se io vado, loro si pentono e Dio li perdona.
  • La conseguenza: Se Dio li perdona, l’Assiria continuerà a esistere e, prima o poi, distruggerà Israele. Giona si sente un traditore del suo popolo, preferisce che Ninive venga distrutta per garantire la sicurezza d’Israele. La sua fuga è un atto di “patriottismo religioso” contro la generosità di Dio.

Giona è dunque interpellato dal Signore che gli affida un compito chiaro: andare nella grande città di Ninive e annunciare che la loro malvagità è giunta alle orecchie del suo Signore. «Suo Signore», di Giona, perché Ninive era la capitale del regno assiro e riconosceva altri dei. Come fece notare il teologo ed esegeta André Feuillet, se il re d’Assiria si fosse realmente convertito, ne avremmo traccia nei documenti assiri nonché nella Bibbia: questa è un’ulteriore prova della non storicità del racconto ma della sua funzione educativa.

Il libro di Giona è una narrazione profetica e sapienziale incentrata sulla misericordia universale di Dio, che supera i confini del popolo d’Israele per estendersi a tutti, persino ai nemici. Attraverso la figura del profeta riluttante, il libro insegna che Dio perdona chi si pente, criticando un atteggiamento giustizialista e rigido.

 

Significato Principale e Temi del libro:

  • Misericordia Universale: Dio non è solo il Dio dei giudei, ma di tutti i popoli (inclusi i pagani di Ninive). Il Suo perdono è gratuito e non condizionato.
  • Contrasto tra Giona e Dio: Giona rappresenta il profeta recalcitrante, che preferisce la distruzione dei malvagi (i Niniviti) alla loro conversione, evidenziando il contrasto tra la durezza del cuore umano e la compassione divina.
  • Il Pentimento: La città di Ninive si converte e viene perdonata, sottolineando l’importanza del pentimento sincero.
  • Profeta come figura di Israele: Giona, con la sua disobbedienza e le sue paure, simboleggia spesso Israele, chiamato ad essere testimone ma talvolta chiuso nel proprio particolarismo.
  • Il “Segno di Giona”: Nel Nuovo Testamento, Gesù cita Giona come prefigurazione della sua morte e risurrezione (tre giorni nel ventre del pesce come tre giorni nel sepolcro), interpretando l’episodio in ottica pasquale e missionaria.

Struttura del Racconto:

  1. Prima Chiamata e Disobbedienza: Giona fugge, tempesta, viene inghiottito dal grande pesce.
  2. Conversione e Seconda Chiamata: Giona predica a Ninive; la città si converte.
  3. Ira di Giona e Lezione di Dio: Giona si adira per la misericordia di Dio verso i nemici; Dio gli insegna il valore della compassione tramite la vicenda del ricino.

In sintesi, il libro invita a superare il pregiudizio e ad accogliere la misericordia, che è la vera natura di Dio.

Torniamo al nostro protagonista: uno dei tratti distintivi del profetismo biblico è proprio la doppia chiamata da parte del Signore. La prima chiamata a volte non viene ascoltata, altre volte il profeta ascolta ma non capisce, altre ancora il profeta agisce, ma non in maniera adeguata alle richieste. Qui Giona scappa. Nientemeno!

Già Mosè (cfr. Es 3) e Geremia (cfr. Ger 1) si erano sottratti alla prima chiamata del Signore perché non si sentivano adeguati al compito; invece Giona scappa perché non condivide la richiesta del suo Signore. Nella sua fuga c’è una certa ironia, tipica della letteratura ebraica: c’è un israelita che, pur conoscendo il Dio dei suoi padri e la sua potenza, pensa di potersi nascondere semplicemente cambiando paese, andando su un’altra costa del Mediterraneo.

E noi? Secondo me tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato a nasconderci dallo sguardo divino: quando le cose iniziavano a farsi difficili, le responsabilità troppo gravose, le nostre mancanze troppo evidenti o le conseguenze delle nostre azioni troppo gravi. È molto infantile, ma anche molto umano: vuol dire provare a evitare gli impegni presi, rompere le promesse fatte, ricercare la guerra al posto della più difficile pace. Insomma, nascondersi dallo sguardo divino vuol dire venir meno alla nostra vocazione di essere immagine e somiglianza di Dio, la vera essenza della nostra umanità.

 

Giona 1,4-6: 4Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e ne venne in mare una tempesta tale che la nave stava per sfasciarsi. 5I marinai, impauriti, invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono in mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più riposto della nave, si era coricato e dormiva profondamente.

 

Giona non corrisponde al disegno che Dio aveva su di lui e decide di scappare: così facendo mette in pericolo tanti altri che nulla c’entravano con lui. La conseguenza del nostro volerci ritirare da noi stessi e dalle nostre capacità, sovente ricade anche su coloro che ci circondano.

Questo succede molto spesso anche in famiglia, il luogo in cui spesso ci sentiamo più sicuri e, quindi, anche liberi di esprimerci. Per esempio sfogandoci per situazioni estranee alla vita familiare. All’estremo, la nave della nostra famiglia può arrivare vicina allo sfasciarsi. E magari capita anche che noi, come Giona, ci rintaniamo il più possibile dentro di noi – nel luogo più riposto della nave – per dormire come nulla fosse, illudendoci di essere tranquilli e al sicuro, consapevolmente o meno, senza renderci conto della tempesta che fuori impazza.

 

Giona 1,5-16: 5I marinai , impauriti, invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono in mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più in basso della nave, si era coricato e dormiva profondamente. 6Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse: «Che cosa fai così addormentato? Àlzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo»…

 

Per destarci improvvisamente, alle volte, è necessario che arrivi qualcuno da fuori a domandarci che diamine abbiamo fatto per essere arrivati a tanto. Qui emergono le bellissime figure dei marinai compagni di Giona, uomini buoni e giusti: non chiedono subito al forestiero la sua origine etnica, ma prima si informano sul suo mestiere, sulla città e il paese di provenienza e, solo alla fine, gli domandano il popolo al quale appartiene.

Sembrano cercare punti di contatto, come se l’appartenenza etnico-religiosa fosse un’informazione di second’ordine per comprendere la situazione. Da qui emerge l’universalità della storia: i marinai, pagani, e poi gli abitanti di Ninive, anch’essi pagani, sono personaggi positivi che sembrano tornare a Dio ancora più profondamente di Giona.

Molte volte per scuoterci, per farci rendere conto di una situazione e spingerci ad agire per risolverla, bastano delle parole buone, delle domande sincere che ci guidino sulla strada giusta senza pregiudizi né precomprensioni. Altre volte, invece, è necessario un arresto brusco, una porta sbattuta in faccia anche in malo modo, ovvero qualcuno che ci butti in mare.

 

  1. 16 – «Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse»: Questa frase segna il culmine del paradosso ironico voluto dall’autore. Mentre il “profeta di Dio” sta scappando e mettendo in pericolo la vita di tutti, i marinai pagani diventano i veri credenti della storia.

In ebraico suona così:

“Wayyîr’û hā’ănāšîm yir’āh gĕdôlāh ’et-Adonai” (E quegli uomini temettero con un grande timore il Signore).

Nel contrasto tra Giona e i Marinai l’autore biblico mette in ridicolo la spiritualità di Giona attraverso tre passaggi chiave:

  1. Dalla tempesta fisica al timore spirituale: All’inizio della tempesta, i marinai avevano paura (yārē’) per la loro vita. Dopo aver visto il mare calmarsi istantaneamente non appena Giona viene gettato in acqua, la loro paura cambia oggetto: non temono più il mare, ma il Dio che lo governa.
  2. La professione di fede “vuota” di Giona: Giona aveva detto a parole: “Io sono Ebreo e temo il Signore” (1,9). Ma il suo comportamento (la fuga) smentiva le sue parole. I marinai, invece, non dicono nulla, ma agiscono: offrono sacrifici e fanno voti a Dio.
  3. La bontà dei “pagani”: I marinai cercano in tutti i modi di salvare Giona, remando con forza per tornare a riva nonostante la tempesta. È un’ironia amara: i “peccatori” pagani mostrano più rispetto per la vita umana di quanto il profeta ne mostri per gli abitanti di Ninive. Dopo che Giona stesso suggerisce di essere gettato in mare per placare l’ira divina, i marinai si rifiutano. Il testo ebraico dice: (Wayyaḥtĕrû hā’ănāšîm lĕhāšîb ’el-hayyabbāšāh). Letteralmente: Gli uomini scavarono [coi remi]. Remano con una forza tale da sembrare che stiano scavando l’acqua. Nonostante Giona abbia ammesso la sua colpa, loro non vogliono la sua morte. Hanno più rispetto per la vita del profeta di quanto il profeta ne abbia per la propria vocazione.

Prima di cedere e gettare Giona in mare (v. 14), i marinai innalzano una preghiera commovente a YHWH (usando il nome sacro del Dio di Israele, che non è il loro):

  • “Signore, non farci perire per la vita di quest’uomo e non caricarci di sangue innocente.
  • Questi “pagani” mostrano una sensibilità etica verso l’omicidio che Giona sembra aver smarrito. Temono il giudizio di Dio più di quanto lo tema l’uomo che dovrebbe rappresentarlo.

La “conversione” senza predica dei marinai è un paradosso teologico: Giona non ha fatto nulla per convertirli (anzi, ha cercato di scappare). Eppure, la sua disobbedienza diventa, nelle mani di Dio, occasione di fede per gli altri. Mentre Giona sprofonda nell’abisso (segno della sua chiusura), i marinai offrono sacrifici e fanno voti (segno della loro apertura).

Il termine ebraico yārē’ è la radice verbale che attraversa tutto il primo capitolo di Giona, creando un raffinato gioco di parole che mostra l’evoluzione interiore dei personaggi. Significa “temere”, ma nella Bibbia ha una sfumatura doppia: la paura viscerale e il timore reverenziale.

Ecco come l’autore usa questa parola per evidenziare il paradosso di Giona:

  1. La paura fisica (v. 5): Quando scoppia la tempesta, i marinai “ebbero paura” (wayyîr’û). È la reazione naturale di chi sta per morire. In questo momento, Giona invece dorme: è l’unico a non provare alcun timore, mostrandosi apatico e indifferente al destino altrui.
  2. La professione di fede “tecnica” (v. 9): Interrogato dai marinai, Giona risponde: “Io sono Ebreo e temo (yārē’) il Signore”. Qui l’ironia è massima: Giona usa il termine religioso corretto, ma la sua azione (la fuga) dimostra che non ha affatto timore di Dio. È un “timore” solo a parole, una formula liturgica vuota.
  3. Il timore dei pagani (v. 10 e v. 16): Dopo la confessione di Giona, i marinai “ebbero un grande timore” (wayyîr’û… yir’āh gĕdôlāh).
  • Il ribaltamento: I pagani, che inizialmente temevano il mare, ora temono il Dio di Giona. Loro provano ciò che Giona dovrebbe provare ma non prova.
  • La conversione: Alla fine (v. 16), il loro timore diventa culto. Passano dalla paura del pericolo al riconoscimento della maestà divina.

Una curiosità fonetica

C’è un gioco di parole sottile con un altro verbo ebraico molto simile: yārad (scendere). Mentre i marinai “salgono” nel loro timore (yārē’), Giona continua a scendere (yārad) verso l’abisso. L’autore suggerisce che chi non ha il sano “timore di Dio” finisce per sprofondare nel nulla.

Il significato dei Sacrifici e dei Voti dei marinai

Il testo dice che “offrirono un sacrificio al Signore e fecero voti”. Questo dettaglio è fondamentale per l’autore biblico per dire al suo popolo: “Dio non appartiene solo a voi”. Quei marinai, che non conoscevano la Torah, arrivano alla fede attraverso l’esperienza della potenza e della misericordia divina, proprio ciò che Giona cercava di evitare fuggendo.

Mentre i marinai si convertono sulla superficie del mare, Giona continua la sua discesa negli abissi.

Quello di Giona è probabilmente uno dei libri biblici più scandalosi, anche se a prima vista, a una lettura superficiale, si rischia di non accorgersene. La verità del messaggio del libro non viene dalla conformità tra quanto narrato (per esempio, Giona inghiottito da un pesce, nel cui ventre sopravvive tre giorni…) con quanto realmente accaduto (nel caso, siamo certi che non sia così), e non si possono prendere alla lettera elementi evidentemente fiabeschi (come quello della pianta di ricino che cresce in una notte): il libro è da leggere all’interno del genere parabolico, cercandone il messaggio che l’autore voleva dare, più che l’aderenza alla verità storica.

Come abbiamo visto nel primo incontro la tradizione giudaica collega Giona, figlio della vedova di Sarepta, al profeta che lo avrebbe riportato in vita, Elia, ma più importante è la lettura che Gesù farà di se stesso, a partire dalla biografia di Giona e dal suo annuncio di conversione ai Niniviti. Per Gesù, Giona potrebbe essere stato importante anzitutto a ragione della prossimità geografica. Giona era un profeta della Galilea; dunque doveva essere molto noto in quella terra dove Gesù ha trascorso tutta la sua vita. Secondo la Bibbia e come abbiamo già detto, Giona era «figlio di Amittai, di Gat-Chefer» (2 Re 14,25), ovvero una delle città della tribù di Zàbulon, presso i cui territori Gesù si reca all’inizio del suo ministero (Mt 4,12-17: «12Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, 13lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, 14perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: 15Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! 16Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta. 17Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino»).

Secondo quanto riferisce san Girolamo, la tomba del profeta si trovava vicino a Sefforis, importante città, distante pochi chilometri da Nazaret. Da questo punto di vista, Giona è un profeta paradossale non solo per la sua stessa vita, o per il messaggio che il suo libro vuole lasciare, ma anche per quei farisei del tempo di Gesù che – secondo quanto si legge nell’evangelo di Giovanni – credevano che «dalla Galilea non sorge profeta» (Gv 7,52): essi, che rimproverano Nicodemo di non conoscere le Scritture («Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta»), non sembrano averle lette fino in fondo (cf Gv 7,40-53: «40All’udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». 41Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? 42Non dice la Scrittura: Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo?». 43E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui. 44Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. 45Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». 46Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». 47Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? 48Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? 49Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». 50Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: 51«La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». 52Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». 53E ciascuno tornò a casa sua».

Giona però è importante specialmente per il Gesù dell’evangelista Matteo, sia perché questi ne riprende la figura due volte nel suo racconto (Mt 12,38-42: «38Allora alcuni scribi e farisei gli dissero: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno». 39Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. 40Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra. 41Nel giorno del giudizio, quelli di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! 42Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!» e 16,1-5: «1I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. 2Ma egli rispose loro: «Quando si fa sera, voi dite: «Bel tempo, perché il cielo rosseggia»; 3e al mattino: «Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo». Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? 4Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona». Li lasciò e se ne andò», contro l’unica volta che si ritrova in Lc 11,29-32: «29Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. 30Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. 31Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. 32Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona»; Marco non parla di Giona), riferendosi al suo «segno», sia perché Gesù sembra condividere qualche altro tratto col profeta galileo. Solo nell’evangelo di Matteo, infatti, troviamo un divieto esplicito di Gesù ad andare a predicare tra i pagani (Mt 10,1-6: «1Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. 2I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello; 3Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; 4Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì. 5Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; 6rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele»), che viene confermato dalla riluttanza con la quale il Signore concede a due di loro un miracolo, ma solo dopo averne constatato la fede (il centurione di Mt 8,10: «Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!» e la donna cananea di 15,28: «Allora Gesù le replicò: Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri. E da quell’istante sua figlia fu guarita»).

Ma, finalmente, le cose cambieranno quando il Risorto – apparentemente contro quanto aveva prima detto nel discorso missionario del capitolo 10 – invierà i suoi alle nazioni pagane: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli»[1]. Potremmo dire che il Gesù di Matteo, proprio come Giona – che si apre ai Niniviti solo dopo essere tornato dai tre giorni e dalle tre notti nel ventre del grosso pesce – solo dopo la sua morte, sepoltura e risurrezione, permette che l’Evangelo sia annunciato anche ai pagani.

Lasciando ora da parte le interpretazioni successive del libro del profeta Giona (compresa quella autorevolissima di Gesù), che comunque ci hanno in qualche modo già introdotto nel messaggio del libro, dobbiamo riconoscere che tale messaggio è molteplice e affatto banale.

In primo luogo, la riluttanza di Giona ad adempiere l’ordine del Signore, che si esprime attraverso le discese di cui diremo, è data dal fatto che egli viene non solo inviato ai nemici giurati del popolo ebraico – quelli che poi distruggeranno la loro nazione – ma dal fatto che essi siano pagani. Non sembra sia mai esistita, infatti, un’attività missionaria profetica al di fuori del popolo di Israele. L’unica eccezione, rappresentata dal profeta Geremia o dal Servo del Signore nel libro di Isaia, viene dalla condizione di cattività in cui questi si trovano.

Il libro di Tobia sembra stare sulla stessa linea quando chiede ai figli di Israele di lodare Dio «davanti alle nazioni, perché in mezzo ad esse egli [li] ha dispersi» (Tobia 13,3): l’esilio, in sé un male, diventa un’opportunità per i pagani di conoscere la legge di Dio. Forse qualcosa del genere c’è anche nelle parole di Gesù nel citato discorso missionario di Matteo 10: se i suoi discepoli non sono (ancora) inviati ai pagani, quando però saranno condotti davanti ai governatori stranieri per essere processati potranno «dare testimonianza a loro e ai pagani» (Mt 10,18).

Un altro dei punti centrali del libro di Giona è quello riguardante il tema della teshuvà (in ebraico) o conversione. Non per nulla, infatti, il libretto è oggetto di una vera e propria venerazione da parte degli ebrei, se viene proclamato e commentato nel pomeriggio della festa più suggestiva e importante per Israele, quella di Yom Kippur, il Giorno dell’espiazione. In quell’occasione gli ebrei si rivolgono a Dio riconoscendo le loro colpe e i loro peccati, e domandando perdono per le loro infedeltà. Nel libro di Giona è sottinteso che il Signore prima decide di castigare i Niniviti per i loro misfatti, poi si ricrede e li perdona, quando essi si mostrano pentiti. Se però questa è una delle chiavi del libro, a guardar bene, chi si converte, nella logica del racconto? I cittadini di Ninive, di sicuro; Dio, anche («Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si pentì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece»; Giona 3,10); Giona, forse. Non lo sappiamo: questo è l’unico libro della Bibbia che termini con una domanda, posta da Dio al suo profeta (Giona 4,11: «E io non dovrei avere pietà di Ninive, quella grande città, nella quale vi sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?»).

Da queste ultime considerazioni comprendiamo che l’interpretazione del libro è davvero complessa. Ecco perché la questione dell’annuncio ai pagani, su cui ci siamo soffermati sopra, forse non è nemmeno la più importante. Infatti, se tra gli scopi del libro c’è anche quello di polemizzare contro qualche corrente o visione religiosa che vuole chiudere nei confronti degli stranieri o dei pagani, il vero punto fondamentale di Giona, come bene spiega Donatella Scaiola, è teologico, ovvero il modo in cui si parla di Dio. Da questo punto di vista

Il libro apre un dialogo serrato con tradizioni bibliche precedenti che riguardano Dio in sé e nel suo rapporto con Israele.

Detto questo, ritorniamo ai primi versetti del primo capitolo, sopra riportati, per descrivere meglio le quattro discese del profeta. Giona, infatti, per quattro volte è soggetto del verbo ebraico yaràd, «scendere»: tre nel brano di inizio libro, in 1,3 (due volte), una volta in 1,5 e una, invece, nel secondo capitolo, in 2,7, in quello che si può chiamare il salmo di Giona (2,3-10), allorquando il profeta parla di sé, dicendo: «Sono sceso alle radice dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre. Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore, mio Dio». Nelle traduzioni moderne, anche in quella attuale della CEI, si perde di vista la forza semantica dell’espressione, anche perché, come in questo caso, la stessa parola non viene tradotta sempre allo stesso modo. Ecco dunque che l’originale ebraico di 1,3, anziché dire «Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis» (CEI), ha, alla lettera: «scese in essa [nella barca] per andare con loro verso Tarsis». Eppure non si deve perdere di vista la forza di questo verbo: scendere «è un termine chiave del capitolo primo e in generale della prima parte del racconto; esso non esprime solo un movimento di tipo fisico o geografico, ma soprattutto il rifiuto, per il momento ancora immotivato, che il profeta assume nei confronti della missione che Dio gli affida» (D. Scaiola).

Le quattro discese del profeta sono dunque l’una più profonda delle altre, e rappresentano, a guardarle bene, delle vere e proprie fughe. La prima quando, proprio all’inizio della vocazione profetica, egli avrebbe dovuto eseguire il comando, e invece Giona scende al porto più grande di Israele (vicino all’attuale città di Tel Aviv) per trovare una nave che salpi verso la direzione opposta a cui era inviato. Ironico è il modo in cui questo quadruplice movimento di discesa ha inizio: il primo verbo di cui è soggetto il profeta, in 1,3, è infatti un suo contrario, «alzarsi» (In ebraico qum, che i cristiani conoscono bene, perché è l’aramaico con cui Gesù dice alla fanciulla «Alzati»; cfr. Marco 5,41: «E le disse “Talità qum“‘, che significa: “Fanciulla, io ti dico, alzati!“»).

La seconda discesa ha luogo quando Giona si cala ancor più profondamente all’interno dell’imbarcazione, per allontanarsi dal Signore. La terza discesa avviene quando (durante la tempesta, scatenata da quel vento/Spirito che Giona non voleva ascoltare) il profeta scende sotto coperta. Infine, l’ultima discesa, quella non voluta e non cercata dal profeta, quando viene inghiottito dal pesce che gli salva la vita, e con esso scende fin sotto terra, alle radici dei monti; per usare un linguaggio a noi noto, agli inferi. Il messaggio qui è ancora più esplicito: per andare verso gli “altri”, che possono essere di volta in volta i nemici, gli stranieri, i pagani, per poterli raggiungere, e – ancor di più, per andare verso Dio – si deve prima morire.

In conclusione, è necessario un breve chiarimento. Il libro di Giona racconta, almeno in superficie, la storia di un singolo profeta, e non parla di una coppia. Come si è visto, poi, se si va in profondità, in gioco c’è ben altro: il modo di vedere Dio, il modo di porsi di fronte alla differenza. Ma è comunque lecito – ed è esattamente questo il punto a cui vogliamo arrivare – passare ad altri livelli di lettura del testo. La Chiesa l’ha capito già dall’antichità, attribuendo alle pagine della Sacra Scrittura diversi piani di significato, e l’ha ribadito recentemente lasciando aperta la lettura della Bibbia a tanti metodi e tanti approcci possibili, come si evince dal documento della Pontificia Commissione Biblica L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa (15 aprile 1993). Nel citato documento si ribadisce come proprio le moderne scienze del linguaggio, affermando la polisemia dei testi scritti, permettano l’interpretazione della Bibbia a più livelli: indagato il significato che l’autore sacro esprimeva nel suo testo, e che quel testo trasmetteva nel momento preciso e nelle circostanze in cui fu composto (il senso letterale; nel caso di Giona, è quanto abbiamo provato a ricercare sopra), si possono trovare in quella pagina anche altri significati, per primo un senso spirituale. Così, nel nostro caso, anche se a compiere le quattro discese è un singolo personaggio (Giona), si può ritrovare nei suoi movimenti un contenuto di verità e di sapienza che bene illumina anche altre “discese”, come quelle di cui hanno scritto Mariateresa Gillini e Gilberto Zattoni.

 

Lettura contestuale familiare[2]

 

Un comando paradossale per il profeta

 

Le pagine precedenti sono riuscite a farci assaporare la storia del profeta Giona: una storia complessa, a più spessori di significati. Dal nostro punto di vista relazionale familiare, ci sentiamo quindi autorizzati ad accostarci a questo vivacissimo profeta di Galilea con un’interpretazione simbolica che riguarda la coppia; o, meglio, riguarda come la coppia -proprio nel suo essere coppia che ha chiesto e ricevuto un sacramento – parla di Dio. A dire il vero, il nostro profeta Giona riceve un comando a dir poco inverosimile, quello di «alzarsi» e andare a Ninive: situazione paradossale, perché Giona si sta chiedendo come mai a Dio interessa tanto Ninive, la grande nemica del suo popolo. Il testo, nella sua sobrietà, non dice quale rimuginio interiore abbia fatto l’indifeso profeta. Dice solo in maniera lapidaria: «Giona invece…» Il profeta volta le spalle al comando di Dio che gli giunge paradossale.

 

Un comando paradossale per la coppia

 

Ammettiamo ora che anche la coppia sacramentale riceva (e lo riceve sicuramente) il comando paradossale di «andare a Ninive», cioè testimoniare Lui in mezzo ai pagani, anzi: agire in suo nome. Ninive, non facciamo fatica a immaginarlo, è appunto il luogo violento e pagano per eccellenza, il luogo dove si vive senza Dio (e magari fra i molti dèi che tornano utili, come il successo, il potere, i soldi). Immaginiamo il rimuginio risentito di una coppia che si è sposata in chiesa con una bella cerimonia, un ristorante prenotato da mesi, invitati allegri e felici per la festa. Ascoltiamola: «Ma come, Signore, noi ci siamo sposati per noi stessi, abbiamo fatto tutto per noi: ci siamo innamorati, abbiamo fatto il corso per i fidanzati, abbiamo messo insieme la festa religiosa e gaudente che tutti desideravano, specie i nostri genitori. Tu hai benedetto le nostre nozze e ora siamo a posto: che vuoi ancora!? Ci siamo sposati per noi due e di andare a Ninive non se ne parla, non abbiamo certo intenzione di scoprirci profeti che parlano in nome tuo attraverso il nostro amore! Insomma, lasciaci fare i fatti nostri. Parlare in nome tuo attraverso il nostro amore è troppo rischioso; è perfino inutile. Il mondo va come va, che ci possiamo fare noi? Cosa c’entriamo noi con il tuo desiderio di salvare i Niniviti, cioè i perduti, quelli che si gloriano della loro violenza e del loro potere e non hanno bisogno di te?»

La coppia prende quindi le sue misure per fuggire a Tarsis, luogo del benessere, della privacy, dell’individualismo, del «fatti i fatti tuoi» e cerca di star bene. Certo, la coppia ha pagato il biglietto per trovare la nave giusta per Tarsis. La logica di questo mondo-Tarsis infatti è: nessuno ti dà niente per niente. Del resto, la coppia sta bene nella nave, ha il suo angolino giusto, mutuo compreso.

 

Le discese della coppia verso il mondo di Tarsis

 

E cominciano le sue prime due discese: trovare la nave giusta e accomodarcisi dentro. «Ho detto all’avvocato presso cui faccio tirocinio – ci diceva una giovane donna – che non ero sposata, figuriamoci in chiesa, avevo solo una traballante convivenza: so che così sono più interessante, più adatta a fare gli orari che vuole il capo». Non avere impegni familiari è una chance, a Tarsisi «Non ho detto alla mia assistente adorante che sono sposato – diceva un chirurgo – se no come potevo avere qualche gratificante (e gratis) rapporto con lei, così giovane e sexy?» Le coppie che sono dirette a Tarsis si devono mimetizzare, quasi che gli altri non possano scoprire il loro rapporto d’amore; ciascuno, nella logica di Tarsis, si tiene a galla da solo, si aggiusta come può, si scava la sua nicchia. E crede di essere furbo.

Intanto non coltiva il rapporto coniugale, perché quello è dato per scontato, ciascuno dei due coniugi dà per scontato che l’altro “capisca”: se rientro stanco la sera, è chiaro che ci deve essere qualcosa nel piatto, non mi rimbocco certo le maniche, dopo una giornataccia. Se sono al cellulare con le amiche, molto più interessanti di mio marito pantofolaio, è chiaro che non ho organizzato la cena, a me basta un panino, che cosa vuole, poi, lui? Nella nave diretta a Tarsis i rapporti sono rapporti di sfruttamento: reciproco. Tu mi devi andare bene, rispondere ai miei bisogni, amarmi come sono: se no, che cosa ti ho sposato a fare?

Siamo alla terza discesa, quella del sonno profondo nella stiva della nave: la coppia non è più attenta a se stessa, dà tutto per scontato. Avanzano altri problemi che hanno carattere di urgenza: trovare un lavoro migliore, un figlio, un problema economico ecc.; la coppia si è persa, non ha più voce profetica in nome del Dio dell’amore. Ma il Signore Dio scatena una tempesta, non lascia le cose come stanno, non abbandona la coppia che ha unito in sacramento, a costo di mandare marinai a svegliarla di soprassalto. C’è uno scuotimento, un evento non dominabile, per quanto esperti siano i marinai della nave di Tarsis. Possiamo perfino pensare a un evento catastrofico che coinvolge tutti, oppure a un evento familiare inaspettato: un coniuge perde il lavoro, si ammala gravemente, un figlio ha problemi, un genitore anziano muore ecc. Possiamo anche pensare a tradimenti, a una doppia vita: la coppia si è data così per scontata che uno dei due si è allontanato e magari un brutto giorno a tavola, quattro occhi spalancati di bambini, uno dei due annuncia: «Non ci amiamo più, ci separiamo» (annuncio a volte unilaterale, come ci ha riferito un coniuge ignaro e tradito).

Tutte tempeste, tempeste della vita, dietro le quali non è necessario pensare a un Dio burattinaio che fa andar male le cose per mettere in castigo chi non gli obbedisce. Questa è invece un po’ l’idea dei marinai che cercano un colpevole, uno che ha fatto arrabbiare un dio che va perciò risarcito. A dire il vero, i marinai ce l’avevano già messa tutta per rabbonire il dio irato, avevano persino alleggerito la nave di tutti i loro bagagli.

La coppia-Giona, quindi, viene svegliata dal sonno profondo, ma la cosa che più fa amarezza è il fatto che Giona chiede di essere buttato a mare, piuttosto che pentirsi e tornare indietro, obbedendo al Signore Dio che lo aveva inviato a Nini-ve. Preferisce il mare, che per un ebreo è il caos, il regno nemico, invincibile. E proprio così: Giona ha perso ogni speranza, Giona è contro se stesso. Pare dire: «Non c’è più niente da fare». Si è stancato di se stesso, ma Dio non si è stancato di lui; egli ha perso fiducia in sé, ma Dio fa ancora affidamento su di lui. Quante volte abbiamo sentito con le nostre orecchie coppie che hanno lasciato ogni speranza: «Non c’è più niente da fare, non ci capiamo più, non abbiamo più fiducia l’uno nell’altra». Amare litanie dell’ultima discesa, quando pare che le profondità marine – le tenebre dell’amore – siano perfino più desiderabili che sforzarsi di ricominciare.

 

Il grande pesce

 

Ma ecco il grande pesce che inghiotte Giona per salvarlo. Se lo vogliamo, c’è un grande pesce che “ospita” la coppia: un mezzo di salvezza, un aiuto insperato, un incontro, una preghiera quando manca il fiato perfino per respirare. In uno dei nostri corsi ad Assisi, abbiamo chiamato questo pesce coincidenza: niente di magico, perché ciascuno di noi è ben attrezzato a chiudere gli occhi alle coincidenze, cioè agli infiniti modi in cui l’Amore vuole raggiungerci. La parola più usata che ci chiude in una fortezza è «caso». Quando la coppia dice: «E un caso», allora può star sicura che non troverà la via d’uscita dal ventre del grande pesce.

Ma il pesce potrebbe essere simbolo anche, come nel cristianesimo primitivo, della comunità dei credenti che nel segno del pesce si riconoscevano. Infatti, nel segreto dell’incontro misterioso tra Dio e la coppia accade la preghiera: Giona canta alla salvezza che lo sta aspettando, ha in qualche modo capito che, se può essere vivo nel ventre del grande pesce, lo aspetta la soluzione del suo male. Proprio mentre tutto sembra perduto, percepisce (non con l’evidenza, ma con il lume della speranza) che non tutto è perduto. Non è questa la funzione di mutuo aiuto della comunità dei credenti che si riconoscono nel pesce, simbolo di Gesù?

 

Una seconda volta

 

Ed ecco che il Signore Dio manda Giona a Ninive «una seconda volta». E vero, se noi coppie siamo ancora in piedi, è perché c’è una seconda volta; siamo tutti debitori della seconda volta, dopo le nostre cocciutaggini, i nostri errori, le nostre mappe rovesciate.

Ci resta ora da intuire come mai Dio sia così interessato a inviare la coppia a Ninive, cioè tra coloro che credono alla violenza piuttosto che all’amore, al diritto a ricevere piuttosto che a dare. Risponde in modo lapidario L’Amoris laetitia di papa Francesco: «La coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce), capace di manifestare il Dio creatore e Salvatore» (11). Dunque, noi coppie siamo inviati a Ninive come suoi testimonial, suoi diffusori d’amore. Nella coppia che gli consegna il suo piccolo e povero amore è Dio che ama e che abbraccia il mondo. Lo diceva bene san Giovanni Paolo II: «Il futuro del mondo e della Chiesa passa attraverso la famiglia» (Familiaris consortio 75).

 

 

IV Domenica di Quaresima – Marzo 22, 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano

[1]  Alla lettera «le nazioni pagane»; lo stesso vocabolo di Matteo 10,5.

[2] – Nota bibliografica: G. Michelini – G. Gillini – M. Zattoni, I Profeti e le relazioni familiari, Ed San Paolo 2018.