Per scaricare l’articolo clicca qui: Lectio Narrativa XXX Dom. Tempo Ord. A 2026
Mt 22,34-40; Es 22,20-26; Sal 17; 1 Ts l,5c-10
La XXX Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) propone una lectio narrativa ad altissima tensione e densità teologica, incentrata sull’ultimo grande scontro nel Tempio di Gerusalemme prima della Passione: il quesito sul comandamento più grande della Legge. Dal punto di vista della struttura del racconto, questo brano compie un radicale passaggio dalla frammentazione legalistica all’unificazione nuziale. Gesù compie il capolavoro comunicativo di ridurre l’intera foresta dei 613 precetti della Torah ad un unico comandamento di due parti, rivelando che l’autorità (exousía) di Dio non schiaccia l’uomo con un moralismo burocratico pesante, ma lo corteggia per immetterlo nel porto sicuro del Suo ristoro perenne (cf il giogo dolce di Gesù di Rm 13,8-10: «8Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. 9Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 10La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità»).
1. Prima Lettura (Esodo 22,20-26)
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Il movimento del racconto: Il Signore detta dal monte Sinai le clausole del Codice dell’Alleanza, stringendo l’inquadratura sulla protezione dei personaggi più deboli e indifesi della società.
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Lectio Narrativa: Dio apre la scena emettendo un divieto perentorio che cura il popolo dall’egoismo ordinario: «Non molesterai lo straniero e non lo opprimerai… Non maltratterai la vedova, né l’orfano». Il Signore ravviva la memoria del lettore: «perché anche voi siete stati stranieri in terra d’Egitto».
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Il verdetto delle viscere: Il testo stabilisce una legge di reciprocità viscerale basata sul grido del povero e sul dovere del soccorso: «Se egli grida a me, io ascolterò il suo grido, perché io sono misericordioso». Se presti denaro al povero, non farai l’usuraio e non esigerai l’interesse del mercato; se gli prendi in pegno il mantello per coprirsi la nudità, glielo restituirai (apódote) prima del tramonto del sole, perché la destra del Re veglia sulla stanchezza dei piccoli.
2. Il Salmo responsoriale: Sal 17,2-3a.3bc-4.47 e51, SR (Salmo regale)
Rit.: Ti amo, Signore, mia forza.
Il Salmo 18 (nella numerazione liturgica Salmo 17) nei versetti scelti per il canto liturgico costituisce la colonna sonora dell’unificazione amorosa e della stabilità assoluta. Cantato subito dopo la prima lettura dell’Esodo — che ha rivelato la cura viscerale del Padre verso lo straniero, l’orfano e la vedova — e intrecciato all’Evangelo sul comandamento dell’amore totale, questo testo è il grido con cui l’orante confessa che Dio è l’unica vera roccia capace di riscattare la vita dal baratro della morte.
Letto narrativamente, il salmo abbandona i mormorii della strada e i calcoli accademici dei dotti per mettere in scena il canto nuziale di un re (Davide) che, salvato dal fango dei nemici, si stringe con tutto il cuore all’abbraccio del suo Liberatore.
1. La Scenografia: L’unificazione sponsale della lode (vv. 2-3a)
Il salmo festivo si apre con una dichiarazione d’amore monumentale, che traspone in preghiera l’imperativo lucido dello Šemà («Amerai con tutto il cuore»):
«Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore».
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L’anatomia dell’Assimilazione: Il salmista esordisce con un verbo sfolgorante: «Ti amo» (’erḥāməkā in ebraico, che deriva dalla stessa radice delle viscere materne, raḥămîm). Non è un sentimentalismo emotivo stanco. È il reattore dell’amore intero che coinvolge l’anima e la mente.
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La cascata dei titoli di Roccia: L’orante inanella una sequenza di attributi lapidei: mio rifugio, mia roccia (sela‘), mia fortezza, mio liberatore. Il cuore dell’orante è guarito dalle doppiezze interiori che lo facevano vivere da schizzofrenico e trova finalmente il suo baricentro stabile, il cuore unificato. Dio non è una legge burocratica pesante, ma una forza che ci protegge e ci salva.
2. Il Colpo di Scena: Lo scudo che disarma il terrore (vv. 3bc-4)
Al centro del canto domenicale, la narrazione stringe l’inquadratura sulla fisica del soccorso divino durante il tempo della prova:
«Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo. Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici».
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La Rupe nel deserto: L’orante si nasconde dentro il fianco di una rupe (ṣūr). Questa scenografia rocciosa evoca la Pietra d’angolo che i costruttori del Tempio avevano scartato ma che il Padre ha conficcato come pilastro del cosmo [Il sasso scartato: Apedokímasan (Mt 21,42), La pietra d’angolo: Kephalḕn gonías].
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Il disarmo dei Nemici: Quando il credente emette il grido d’aiuto («invoco il Signore»), scatta il colpo di scena del riscatto: la destra del Re si trasforma in uno scudo e in un baluardo potente. I nemici (le potenze dello Šeol, le insidie dei farisei e i vizi della mente) si schiantano contro questa muraglia (baluardo), esaurendosi per sfinimento. Le porte della città di Dio non saranno infrante come quelle degli inferi. [cf la frase “Pýlai hádou” (πύλαι ᾅδου) che tradotta dal greco antico significa letteralmente “Le porte dell’Ade” (o “le porte degli inferi”). Questa espressione è celebre soprattutto per il suo uso nel Nuovo Testamento (Mt 16,18), nella famosa frase di Gesù a Pietro:
“E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi (pýlai hádou) non prevarranno contro di essa.”
Nel contesto biblico e della cultura ebraico-greca dell’epoca, “le porte dell’Ade” non indicano semplicemente gli inferi come luogo di detenzione, ma rappresentano il potere della morte e delle forze distruttive. La frase indica quindi che la morte o il male non avranno mai l’ultima parola e non potranno sconfiggere la Chiesa. Cf anche Origene di Alessandria: Le “Porte dell’Ade” come i Vizi della mente.] L’orante viene strappato dalle foeze torturatrici della morte per essere introdotto nella città sicura della pace, la nuova Gerusalemme!
3. Verdetto finale: La fedeltà piena al Re Unto (vv. 47.51)
I versetti conclusivi del salmo si sigillano celebrando l’eternità del Regno dello Sposo e la fine di ogni esilio:
«Viva il Signore e sia benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza. Egli concede grandi vittorie al suo re, si mostra fedele al suo consacrato».
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Il grido del Giubilo: L’orante esplode con l’acclamazione solenne: «Viva il Signore!» (ḥay-YHVH). Il Dio di Gesù non è una statua di marmo inerte o un idolo monetario morto come il Cesare impresso sul denaro. È il Dio vivente e vero che fa sussultare le viscere dei piccoli.
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L’Eredità al Consacrato: Il salmo si chiude ricordando l’archivio vittorioso della fedeltà (ḥesed) promessa a Davide e alla sua discendenza per sempre. Questa fedeltà trova il suo compimento regale in Cristo, il Figlio amato e si estende gratuitamente ad ogni discepolo che ha accettato di rivestirsi dell’abito nuziale della carità. Da te più non ci allontaneremo, perché la Tua destra ci sostiene nel porto stàbile del tuo ristoro perenne.
Il collegamento liturgico con l’Assemblea
Domenica, cantando questo salmo l’assemblea dei fedeli prega con grande fede. Non recita poesie astratte, distanti dalle fatiche della settimana ordinaria: “cantiamo” la nostra risposta d’amore al Signore nostro.
Cantare “Ti amo, Signore, mia roccia” è l’antidoto radicale contro la frammentazione dei nostri pensieri e contro l’ansia da prestazione morale [cf la foresta dei precetti nella nostra vita ordinaria]. Ci educa a comprendere che l’amore per il Padre si verifica unicamente nello sguardo d’amore verso il prossimo: non possiamo dire “Ti amo” alla Roccia invisibile se continuiamo a calpestare lo straniero, l’orfano o il familiare ferito lungo i vicoli delle nostre giornate [cf Prima Lettura (Esodo 22,20-26), I due volti dell’unico specchio]. Accogliere il comandamento dell’amore unifica il cuore, trasformandoci in ceste piene della Sua misericordia per il futuro del mondo.
3. Seconda Lettura (1 Tessalonicesi 1,5c-10)
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Il movimento del racconto: San Paolo prosegue il suo inno di riconoscimento grato rivolto alla comunità di Tessalonica, mostrando come la Parola abbia compiuto un vero e proprio colpo di scena esistenziale nei loro cuori.
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Lectio Narrativa: L’apostolo nota che i destinatari della lettera hanno saputo imitare lo stile dei pastori e del Signore, compiendo un esodo radicale: «avendo accolto la Parola in mezzo a grandi tribolazioni, con la gioia dello Spirito Santo». Non si sono lasciati bloccare dal sentimento del terrore quotidiano.
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L’eco della stabilità: La fede di questo piccolo resto si è trasformata in un’eco acustica che risuona in tutta la Grecia: «vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero». Hanno gettato via i vecchi stracci delle finzioni pagane per attendere con pazienza dal respiro lungo il ritorno del Figlio risorto dai morti, l’unico Liberatore capace di riscattare la carne dal baratro che la inghiotte.
4. L’Evangelo (Matteo 22,34-40)
Il racconto si sviluppa nell’aula del Tempio. I farisei, avendo udito che Gesù ha messo la museruola (ephimōthē) e ridotto al silenzio i sadducei, si radunano in un consiglio compatto per sferrare l’ultimo tranello.Matteo 22,34-40
L’analisi filologica del testo greco di assembramento strategico
illumina la precisione con cui Gesù disarma l’inquisizione
accademica dei farisei. L'evangelista utilizza termini legati
all',
alla casistica giuridicasospensione gravitazionale di tutta la Scrittura
e, soprattutto, una formidabile metafora architettonica che indica la
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A. L’inquisizione e il tranello accademico (vv. 34-36)
L’assembramento ostile: Synḗchthēsan epì tò autó (v. 34)
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Il testo greco:
οἱ(hoi dè Pharisaīoi… synḗchthēsan epì tò autó).
δὲ Φαρισαῖοι... συνήχθησαν ἐπὶ τὸ
αὐτό -
Analisi filologica: L’espressione συνήχθησαν ἐπὶ τὸ αὐτό (synḗchthēsan epì tò autó, aoristo passivo di synágō) è un calco semitico letterale del Salmo 2,2 («I re della terra si radunano insieme contro il Signore e contro il suo Consacrato»).
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Sfumatura narrativa: Matteo non descrive una semplice riunione di studiosi. I farisei si compattano come un esercito spiegato sul campo di battaglia per erigere una barriera e distruggere l’autorità (exousía) di Gesù, che ha appena messo la museruola (ephimōthē) ai sadducei.
La provocazione del Dotto: Nomikòs peirázōn (v. 35)
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Il testo greco:
καὶ(kaì epērṓtēsen heīs ex autōn nomikòs peirázōn autón).
ἐπηρώτησεν εἷς ἐξ αὐτῶν νομικὸς
πειράζων αὐτόν -
Analisi filologica: L’anima del complotto è un νομικός (nomikós), un accademico specializzato nel diritto della Torah. Questo dottore della Legge si fa avanti come araldo della trappola e interroga Gesù per metterlo alla prova (peirázōn): «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Il termine greco antico πειράζων (peirázōn) è il participio presente attivo del verbo peirázō (πειράζω). La traduzione italiana principale è “colui che tenta”, “il tentatore” o “colui che mette alla prova”.
Significato e Contesto
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Nel Nuovo Testamento: Questa parola è usata specialmente negli Evangeli come titolo per il Diavolo, inteso proprio come la figura che mette alla prova la fede dell’uomo o che spinge al peccato (ad esempio, durante le tentazioni di Gesù nel deserto).
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Significato letterale: Il verbo alla base significa mettere alla prova, saggiare, tentare o esaminare. Di conseguenza, il participio identifica il soggetto che compie l’azione di esaminare la resistenza morale o spirituale di qualcuno.
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È la stessa radice verbale utilizzata per descrivere le provocazioni del diavolo nel deserto (Mt 4,1) e il mormorio dei padri a Massa e Meriba (cf Es 17,1-7).
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La foresta dei precetti: La casistica rabbinica dell’epoca aveva scomposto la Torah in 613 comandamenti (365 divieti e 248 comandi positivi). I dotti si perdevano nel mormorio contabile delle precedenze e dei pesi burocratici, scartando i piccoli che non potevano conoscere una simile enciclopedia formale [cf Mt 11,25-30: 25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero»]. Chiedere il “grande” comandamento significava costringere Gesù a fare una cernita accademica, esponendosi alle critiche delle varie scuole teologiche del tempo.
B. Il Primo Movimento: L’Unificazione verticale dell’Amore (vv. 37-38)
La totalità dell’Essere: Hólē tē kardía (v. 37)
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Il testo greco:
Ἀγαπήσεις(Agapḗseis kýrion tòn theón sou en hólē tē kardía sou kaì en hólē tē psychē sou kaì en hólē tē dianoía sou).
κύριον τὸν θεόν σου ἐν ὅλῃ τῇ καρδίᾳ
σου καὶ ἐν ὅλῃ τῇ ψυχῇ σου καὶ ἐν
ὅλῃ τῇ διανοίᾳ σου -
Analisi filologica – Lo Šemà dell’unificazione: Gesù non si lascia incastrare dalla frammentazione legalistica. Compie il colpo di scena di citare la preghiera quotidiana dello Šemà (Dt 6,5), il midollo stesso della memoria d’Israele: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Nel rispondere al tranello Gesù, citando lo Shemà Yisrael (שְׁמַע יִשְׂרָאֵל), utilizza il futuro indicativo con valore di imperativo solenne: Ἀγαπήσεις (Agapḗseis, “Amerai”). L’evangelista inanella tre volte l’aggettivo totalizzante ὅλῃ (hólē, dativo femminile di hólos), che significa “tutto intero, intatto, completo, senza divisioni”.
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καρδίᾳ(kardía, cuore): Nella mentalità semitica è la cattedra della volontà, delle decisioni e della coscienza segreta. -
ψυχῇ(psychē, anima): L’energia vitale, la gola, il respiro biologico ordinario . -
διανοίᾳ(dianoía, mente): L’intelletto, il pensiero, la scomposizione logica.
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Sintesi per la Lectio: Gesù ordina una spoliazione totale dell’ego. L’amore verso il Padre non tollera la contabilità restrittiva dei Farisei; richiede un cuore integro, curando l’orante dal “cuore diviso” e dall’ipocrisia delle parole di facciata. Gesù ordina una spoliazione totale dell’ego. L’amore per il Padre esige un culto che coinvolga tutta l’interezza del nostro essere (cuore, anima, mente), curando l’orante dal “cuore diviso” e dalle finzioni teatrali delle labbra pulite ma sterili. Questo — dice il Maestro — è il grande e primo comandamento.
C. Il Secondo Movimento: Il riflesso nello specchio e il Compimento (vv. 39-40)
La parità speculare: Homoía autē (v. 39)
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Il testo greco:
δευτέρα(deutéra dè homoía autē: Agapḗseis tòn plēsíon sou hōs seautón).
δὲ ὁμοία αὐτῇ· Ἀγαπήσεις τὸν πλησίον
σου ὡς σεαυτόν -
Analisi filologica: Gesù compie un’eccedenza pedagogica: non si ferma alla prima battuta. Introduce un secondo comando definendolo ὁμοία αὐτῇ (homoía autē), che significa “simile ad esso, di pari peso, speculare”.
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La legge dello Specchio: Il termine
πλησίον(plēsíon) indica il prossimo, colui che è vicino lungo il vicolo della strada. Senza essere interrogato, saldando lo Šemà al Levitico (19,18), Gesù aggancia al primo un secondo comandamento ad esso simile: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Gesù dimostra che l’amore verticale e quello orizzontale sono le due facce della medesima moneta regale. Non si può risarcire il volto invisibile del Creatore se si continua a strozzare la carne ordinaria del fratello sulla strada [cf Mt 18,21-35 per cogliere i dettagli del verbo “strozzare” e del “condonare”. Cf anche commento s. di s. Agostino a Mt 22,15-22]. Il prossimo è l’unico specchio in cui verificare la verità della nostra fede.
Il gancio architettonico del Cosmo: Krémanntai (v. 40)
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Il testo greco:
ἐν(en taútais taīs dysìn entolaīs hólos ho nómos krématai kaì hoi prophētai).
ταύταις ταῖς δυσὶν ἐντολαῖς ὅλος ὁ
νόμος κρέμαται καὶ οἱ προφῆται -
Analisi filologica: È il verdetto che chiude il duello nel Tempio. Il verbo chiave è il passivo κρέμαται (krématai, terza persona plurale di
κρεμάννυμι/ kremánnymi), che significa “appendere, essere sospeso gravitazionalmente”. -
Il baricentro delle Scritture: Matteo compie un capolavoro narrativo, il monologo di Gesù si chiude con una sentenza che ridefinisce l’intera Scrittura: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». L’immensa foresta dei 613 precetti della Legge (
ὁ) e tutta la voce dei Profeti (
νόμοςοἱ) non sono un ammasso caotico di pietre inerti. Sono un corpo vivo che trova la sua stabilità e il suo baricentro dinamico solo se rimane “appeso” a questo doppio gancio dell’amore gratuito dello Spirito Santo. Se recidi questo legame relazionale dello Spirito Santo, l’intera impalcatura della Torah frana, trasformandosi in un cumulo di macerie moralistiche.
προφῆται
Il collegamento con la nostra vita ordinaria
Questo testo è la medicina radicale contro l’analfabetismo rituale, l’ansia da prestazione morale e le travi del giudizio che frammentano le nostre parrocchie e le nostre case durante la settimana. Ci ricorda che il Regno non è un elenco aziendale di timbri morali da accumulare davanti all’altare per “comprare” la salvezza.
Questo evangelo ci ricolloca all’essenziale. Ancora ci viene chiesto lo stile della mitezza di Gesù, unificare il cuore deponendo le nostre piccole guerre quotidiane per accorgerci che ogni frammento di amore donato al povero, allo straniero o al familiare ferito è l’unico vero risarcimento per restituire a Dio l’immagine splendente del nostro essere, gustando la gioia del Suo ristoro eterno.
lunedì 19 ottobre 2026
Abbazia Santa Maria di Pulsano