Per scaricare l’articolo clicca qui: Lectio Narrativa XXVII Dom. Tempo Ord. A 2026
Mt 21,33-43; Is 5,1–7; Sal 79; Fil 4,6–9
La XXVII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) mette in scena uno dei racconti più drammatici, profetici e tesi di tutto l’evangelo di Matteo: la parabola dei vignaioli omicidi. Dal punto di vista della struttura del racconto, questa pericope consuma l’atto finale del conflitto nel Tempio di Gerusalemme. Gesù stringe l’inquadratura sull’infedeltà dei capi del popolo, svelando che la brama del possesso geopolitico e l’orgoglio dei dotti portano all’uccisione del Figlio. Il movimento narrativo è guidato dal contrasto tra la teologia della cura del Padrone e la violenza dei servi, sfociando nel colpo di scena del ribaltamento della vigna, che viene tolta ai superbi e consegnata a un popolo capace di produrne i frutti.
1. Prima Lettura (Isaia 5,1-7)
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Il movimento del racconto: Il profeta Isaia intona il celebre «canto d’amore per la sua vigna», un’allegoria poetica e viscerale in cui l’affetto dello Sposo viene tradito dalla sterilità della terra.
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Lectio Narrativa: Isaia apre la scenografia descrivendo l’inventario della cura del Padrone: pianta la vigna su un colle fertile, la dissoda, sgombera i sassi, vi pianta viti pregiate, costruisce una torre e scava un torchio. Dio non ha fatto calcoli al risparmio; ha compiuto lo “spreco” della gratuità d’amore. Ma al momento del raccolto si consuma lo shock: «egli aspettò che producesse uva, ma essa produsse acini acerbi».
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Il verdetto dell’inversione: Dio lancia un’inchiesta d’ascolto agli abitanti di Gerusalemme: che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Davanti al fallimento della terra ordinaria, il Padrone emette una sentenza chirurgica di spoliazione: toglierà la siepe, distruggerà il muro e la lascerà devastata. La spiegazione finale svela i personaggi: la vigna è la casa d’Israele; il Signore si aspettava la giustizia (mišpāṭ) e vi fu spargimento di sangue, si aspettava la rettitudine (ṣədāqāh) e vi furono grida di oppressi.
2. Il Salmo responsoriale: Sal 79,9.12.13-14.15-16.19-20, Supplica comunitaria
Rit.: La vigna del Signore è la casa d’Israele.
Il Salmo 80 (nella numerazione liturgica Salmo 79) costituisce la colonna sonora del lamento orante e del restauro della Vigna. Cantato subito dopo aver ascoltato il drammatico “canto d’amore” di Isaia, in cui il Padrone minacciava di distruggere la siepe del campo sterile, questo testo ribalta la prospettiva liturgica: l’assemblea raccoglie i frammenti della devastazione e li trasforma in una supplica viscerale e corale, implorando il ritorno dello Sposo.
Letto narrativamente, il salmo mette in scena la psicologia di un popolo che riconosce la propria nudità e la rovina dei propri progetti geopolitici, abbandonando l’orgoglio dei dotti per rifugiarsi nell’unica vera roccia stabile: la cura amorevole del Pastore d’Israele.
1. La Scenografia: Il grido per la Vigna sradicata (vv. 9.12-14)
Il salmo domenicale adotta immediatamente la metafora agraria per tracciare l’archivio della memoria e del dolore comunitario:
«Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai piantata. Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli. Perché hai aperto brecce nella sua siepe e ne fa vendemmia ogni passante? La devasta il cinghiale del bosco e se ne pasce l’animale selvatico».
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L’inventario dell’Esodo: Il salmista fa memoria del passato glorioso per muovere il cuore del Protagonista. Ricorda che questa vite (
il) è stata strappata dalla schiavitù dell’Egitto con un esodo gratuito e piantata nella terra promessa, estendendo la sua ombra protettiva fino al mare e al fiume.
popolo -
Lo shock della scomposizione: Al centro del primo movimento scatta la domanda del travaglio: «Perché hai aperto brecce nella sua siepe?». I personaggi sperimentano la spoliazione delle proprie difese civili e religiose. La vigna, un tempo recintata e blindata dalla fedeltà di Dio, è ora esposta al saccheggio della strada, calpestata dal “cinghiale del bosco” (le potenze nemiche e i vizi della mente). Il moralismo contabile dei sacerdoti ha fatto crollare le mura del tempio, lasciando la terra nell’aridità.
2. Il Colpo di Scena: La visitazione del volto (vv. 15-16)
Di fronte a questa devastazione geopolitica e spirituale, l’orante non cade nel mormorio ostile, ma esegue l’unico vero capolavoro della fede dei piccoli, implora la svolta relazionale del Padre:
«Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna. Proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte».
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L’inversione dello Sguardo: Il colpo di scena si consuma chiedendo al Re un triplice movimento d’azione: «Ritorna… guarda… visita!». I passeri e i piccoli sanno che la giustizia di Dio non è una legge fredda che distrugge per vendetta, ma è una prossimità salvifica.
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Chiedere che Dio visiti la vigna e protegga il tralcio significa invocare l’avvento del Figlio amato, l’Erede che scende dal cielo a piantare la Sua tenda in mezzo alla nostra carne ferita. La destra potente che un tempo aveva afferrato Pietro sul lago si tende ora a proteggere la debolezza del germoglio umano [La Destra che afferra].
3. Verdetto finale: La rinascita dietro i passi del Pastore (vv. 20.19)
I versetti conclusivi della preghiera domenicale si sigillano fissando il ritornello, la formula da meditare per l’intera giornata:
«Signore, Dio degli eserciti, facci ritornare, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi. Da te più non ci allontaneremo, ci farai rivivere e invocheremo il tuo nome».
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La fine dello smarrimento: Il verdetto finale ribalta la paura del naufragio ordinario. Chiedere «facci ritornare» (šībēnū in ebraico) esprime l’azione del pentimento viscerale che rimette in moto i due figli e i pubblicani. Quando il volto del Signore “splende”, lo sguardo del credente viene sanato dall’invidia dell’occhio cattivo e dall’orgoglio burocratico.
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La stabilità della Sequela: La promessa «da te più non ci allontaneremo» sancisce il ricollocamento definitivo del discepolo: camminare dietro i passi dello Sposo, custoditi dall’ombra delle Sue ali. Questo contatto fa “rivivere” la carne inerte, trasformando la comunità nell’unico vero popolo fecondo, capace di restituire al Padre i frutti giusti e l’eccedenza d’amore del cento per uno.
Il collegamento liturgico con l’Assemblea
Domenica, cantando questo salmo l’assemblea dei fedeli compie il terzo gradino della Lectio Divina (Oratio), prega! Non recitiamo poesie distanti dal nostro vicolo quotidiano: meditiamo la guarigione delle nostre crepe comunitarie e parrocchiali. Cantare “Fa’ splendere il tuo volto” è la medicina perfetta contro l’ansia dello scarto, del fallimento esistenziale e della sterilità spirituale. Ci educa ad abbandonare la pretesa di volerci impossessare dei doni della vigna come padroni egoisti, per farci umili e piccoli amministratori che attendono con gioia la visitazione del Figlio, pronti a edificare i propri giorni sulla Pietra d’angolo che vince la morte e dona il ristoro eterno.
3. Seconda Lettura (Lettera ai Filippesi 4,6-9)
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Il movimento del racconto: San Paolo si rivolge alla comunità con un linguaggio di forte pacificazione e alleggerimento sartoriale, offrendo la medicina contro l’ansia del domani.
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Lectio Narrativa: L’apostolo apre il testo con un imperativo perentorio contro l’angoscia: «Non angustiatevi per nulla». Esorta i personaggi a depositare ogni frammento e ogni necessità della propria settimana nell’archivio della preghiera e della supplica, rendendo grazie a Dio.
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La fisica della Pace: Compiendo questo esodo dall’egoismo ordinario, scatta un colpo di scena interiore: «la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù». Paolo ordina di meditare e assimilare solo ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile e onorato. Chi mette in pratica la via della mitezza ricevuta dall’apostolo, vedrà la roccia della stabilità del Dio della pace abitare stabilmente la propria vita.
4. L’Evangelo (Matteo 21,33-43)
Il racconto prosegue nell’aula del Tempio. Gesù aggancia la sua parola al canto di Isaia e lancia un nuovo enigma parabolico per smascherare i suoi interlocutori. L’analisi filologica del testo greco mette in luce la drammatica transizione dall’Antica alla Nuova Alleanza. L’evangelista utilizza un vocabolario edilizio, agrario e giudiziario per descrivere lo scontro tra l’avidità di possesso dei capi e la sovranità d’amore del Padrone, che culmina nel colpo di scena della Risurrezione.
A. Il furto dell’Eredità e il sangue del Figlio (vv. 33-39)
1. L’inventario della cura e l’esodo del Padrone (v. 33)
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L’inventario della cura: Gesù riprende la stessa coreografia di Isaia: un uomo pianta una vigna, la circonda con una siepe, scava un torchio e costruisce una torre. Poi compie un movimento spaziale: la affitta a dei vignaioli e se ne va lontano.
La blindatura della vigna: Phragmòn periéthēken
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Il testo greco:
Ἄνθρωπος(Ánthrōpos ēn oikodespótēs hóstis ephýteusen ampelōna kaì phragmòn autō periéthēken).
ἦν οἰκοδεσπότης ὅστις ἐφύτευσεν
ἀμπελῶνα καὶ φραγμὸν αὐτῷ περιέθηκεν -
Analisi filologica: Matteo apre la scenografia descrivendo l’inventario meticoloso della cura del Padrone (
οἰκοδεσπότης). Il termine φραγμόν (phragmón, da phrássō, recintare/proteggere) indica la siepe, il muro di sbarramento o la palizzata. Il verboπεριέθηκεν(pose intorno) evidenzia un’azione di protezione eccezionale. La vigna non è abbandonata al caos del deserto; è blindata e difesa per amore.
Il viaggio spaziale: Apedḗmēsen
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Il testo greco:
καὶ(kaì exédeto autòn geōrgoīs, kaì apedḗmēsen).
ἐξέδετο αὐτὸν γεωργοῖς, καὶ ἀπεδήμησεν -
Analisi filologica: Dopo aver scavato il torchio (
ληνόν) e costruito la torre (πύργον), il Padrone affitta la vigna ai contadini (γεωργοῖς) e compie un movimento spaziale: ἀπεδήμησεν (apedḗmēsen, aoristo di apodēméō, da apó, “fuori”, e dēmos, “popolo/patria”). Significa “partire per un lungo viaggio, andare all’estero, allontanarsi”. -
Sfumatura narrativa: Questo allontanamento temporaneo del Padrone crea lo spazio della libertà e della responsabilità dei coloni, svelando le intenzioni segrete del loro cuore durante il tempo della storia ordinaria.
2. Il complotto per il potere e il Sangue dell’Erede (vv. 37-39)
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La violenza dei servi: Al tempo del raccolto, il Padrone invia i suoi servi (
i) a ritirare i frutti. Ma i vignaioli, caduti nell’ansia del possesso economico e geopolitico, afferrano i servi: uno lo bastonano, uno lo uccidono, un altro lo lapidano usando la forza del terrore ordinario. Il Padrone manda altri servi, più numerosi, ma subiscono lo stesso verdetto violento.
profeti -
L’uccisione del Figlio: Con un’eccedenza d’amore spiazzante, il Padrone compie l’ultimo tentativo relazionale: «Mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”». Ma i vignaioli, vedendo il Figlio, cadono nel mormorio del complotto: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». Lo afferrano, lo cacciano fuori dalla vigna e lo uccidono. Questo movimento anticipa storicamente ciò che accadrà a Gesù, condotto nudo fuori dalle mura di Gerusalemme per essere crocifisso sul monumento del Calvario.
L’eccedenza dell’ultimo tentativo: Tòn huiòn autoū (v. 37)
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Il testo greco:
ὕστερον(hýsteron dè apésteilen pròs autoùs tòn huiòn autoū).
δὲ ἀπέστειλεν πρὸς αὐτοὺς τὸν υἱὸν
αὐτοῦ -
Analisi filologica: Dopo il rifiuto violento e l’uccisione dei primi servi (
i), il testo introduce l’avverbio ὕστερον (hýsteron, “infine, alla fine”). L’invio del Figlio amato (
profetiτὸν) costituisce il culmine della kenosi e dell’eccedenza d’amore del Padre. Il Padrone esprime un’attesa relazionale:
υἱὸν αὐτοῦἐντραπήσονται(avranno rispetto, si vergonogneranno davanti a lui).
Il furto dell’Eredità: Katáschōmen tēn klēronomían (v. 38)
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Il testo greco:
δεῦτε(deūte apokteínōmen autòn kaì katáschōmen tēn klēronomían autoū).
ἀποκτείνωμεν αὐτὸν καὶ κατάσχωμεν
τὴν κληρονομίαν αὐτοῦ -
Analisi filologica: I contadini, vedendo il Figlio, non si piegano in sottomissione mite; cadono nel mormorio del complotto. Usano l’imperativo d’azione
δεῦτε(Su, uccidiamolo!). Il nucleo del loro peccato è espresso dal verbo κατάσχωμεν (aoristo congiuntivo di
ἀποκτείνωμενκατέχω/ katéchō), che significa “afferrare con forza, trattenere per sé con violenza, impossessarsi illegalmente”. -
Verdetto psicologico: I vignaioli soffrono dell’ansia del possesso economico e geopolitico. Vogliono rubare l’κληρονομίαν (l’eredità) per farsi padroni assoluti della vigna, eliminando la presenza del Figlio. Questo movimento anticipa la Passione: lo afferrano, lo cacciano fuori (
ἐξέβαλον) e lo uccidono.
ἔξω τοῦ ἀμπελῶνος
B. La trappola del verdetto e la Pietra scartata (vv. 40-42)
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L’auto-condanna dei capi: Gesù interroga i dotti accecati dall’orgoglio burocratico: «Quando verrà il padrone della vigna, che cosa farà a quei vignaioli?» [La trappola della verifica]. I sacerdoti, applicando la rigida legge del taglione, emettono la propria condanna: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e affitterà la vigna ad altri vignaioli».
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Il colpo di scena della Scrittura: Gesù blocca il loro moralismo contabile citando il Salmo 118 [La correzione teologica]:
«La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi» (v. 42).
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Il Figlio, scartato e triturato e calpestato dai capi come un sasso sterile, viene risuscitato dal Padre e conficcato nell’eternità come la pietra d’angolo (pétra), il piolo incrollabile su cui poggia l’intera architettura della Chiesa.
Il sasso scartato: Apedokímasan (v. 42)
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Il testo greco:
Λίθον(Líthon hòn apedokímasan hoi oikodomoūntes).
ὃν ἀπεδοκίμασαν οἱ οἰκοδομοῦντες -
Analisi filologica: Gesù blocca il moralismo contabile dei sacerdoti citando il Salmo 118. Il verbo ἀπεδοκίμασαν (apedokímasan, da apodokimázō) appartiene al linguaggio dell’edilizia antica: indicava l’azione dei costruttori (
οἱ) che, dopo aver esaminato un sasso (
οἰκοδομοῦντεςλίθος), lo dichiaravano “non idoneo, difettoso, scartato”, gettandolo nel fango della discarica. I capi del Tempio scartano Gesù perché non corrisponde ai loro criteri di successo geopolitico.
Il pilastro del Cosmo: Kephalḕn gonías (v. 42)
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Il testo greco:
οὗτος(hoūtos egenḗthē eis kephalḕn gonías).
ἐγενήθη εἰς κεφαλὴν γωνίας -
Analisi filologica: Il sasso triturato e scartato subisce un colpo di scena architettonico attraverso il passivo teologico
ἐγενήθη(fu fatto da Dio). Diventa κεφαλὴν γωνίας (kephalḕn gonías), la “testata d’angolo”. -
Non si tratta semplicemente di una pietra decorativa. La testata d’angolo era il blocco d’angolo fondamentale che legava le due pareti maestre, oppure la chiave di volta posta al centro dell’arco, che reggeva l’intero peso dell’edificio. Gesù, scartato dai dotti, viene conficcato dal Padre come la roccia geologica incrollabile (πέτρα) su cui poggia l’intera struttura della Chiesa.
C. Il verdetto del decentramento universale (v. 43)
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Il testo greco:
ἀρθήσεται(arthḗsetai aph’ hymōn hē basileía toū theoū kaì dothḗsetai éthei poioūnti toὺς karpoùs autēs).
ἀφ’ ὑμῶν ἡ βασιλεία τοῦ θεοῦ καὶ
δοθήσεται ἔθνει ποιοῦντι τοὺς καρποὺς
αὐτῆς -
Analisi filologica: Gesù sigilla il monologo con due futuri passivi divini di spoliazione e dono:
ἀρθήσεται(sarà tolta) eδοθήσεται(sarà data). La vigna viene sottratta al monopolio privato dei sacerdoti e consegnata a un ἔθνει (éthnei, un popolo/una nazione, intesa come la Chiesa dei Gentili). La condizione della stabilità non è il titolo formale delle labbra pulite, ma il participio presente ποιοῦντι (poioūnti, da poiéō): “un popolo che produce continuativamente” i frutti giusti dello Spirito, l’eccedenza d’amore del cento per uno.
Il collegamento con la nostra vita ordinaria
Questo testo cura il credente dal rischio del clericalismo burocratico e dall’illusione di potersi impossessare dei doni di Dio. Ci ricorda che la parrocchia, i ministeri, i talenti e la nostra stessa vita ordinaria non sono proprietà privata da recintare con l’egoismo o da difendere con l’occhio cattivo. Siamo solo amministratori.
Meditando questo evangelo siamo chiamati a deporre le armi del nostro orgoglio. Ci viene chiesto di consegnare al Padre i frutti giusti della nostra settimana (l’amore vicendevole, il perdono reciproco, l’accoglienza dei poveri), certi che se edifichiamo i nostri giorni sulla Pietra d’angolo che è Cristo, nessuna tempesta della storia potrà mai schiacciare la stabilità del nostro cammino verso il Suo ristoro perenne.
lunedi 28 settembre 2026
Abbazia Santa Maria di Pulsano