Per scaricare l’articolo clicca qui:  Lectio Narrativa XXVIII Dom. Tempo Ord. A 2026

Mt 22,1-14; Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20

La XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) propone la lectio narrativa di uno dei racconti più festosi e al contempo drammatici di tutto il ciclo di Matteo: la parabola del banchetto di nozze del figlio del re (Mt 22,1-14). Dal punto di vista della struttura del racconto, questa pericope fa ancora salire la tensione escatologica e nuziale nel Tempio di Gerusalemme. Gesù compie ancora un radicale ribaltamento della logica dell’autosufficienza mercantile: il Regno non è un obbligo moralistico opprimente, ma l’invito gratuito a una festa di nozze. Il movimento narrativo è guidato dal contrasto tra il rifiuto cinico degli invitati della prima ora (bloccati dai loro affari economici) e l’eccedenza dello “spreco” d’amore del Re, che spalanca le porte della sala ai crocicchi delle strade, esigendo però la serietà dell’abito nuziale.

1. Prima Lettura (Isaia 25,6-10a)

  • Il movimento del racconto: Il profeta Isaia alza il velo della storia ordinaria per annunciare l’azione salvifica definitiva con cui Dio riscatterà l’umanità sul monte Sion.

  • Lectio Narrativa: Isaia apre la scenografia descrivendo una mensa imbandita in modo straordinario: «Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati». Ritroviamo la teologia dell’eccedenza d’amore che sazia la fame dei piccoli.

  • L’eliminazione della morte: Su questo monte, l’azione del Signore diventa medica: «Eliminerà il lutto… strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli… eliminerà la morte per sempre». Il Re-Salvatore asciuga le lacrime da ogni volto e cancella l’infamia del Suo popolo. Il testo si sigilla con il grido di giubilo nuziale dell’assemblea: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Esultiamo, rallegriamoci per la sua salvezza!».

2. Il Salmo responsoriale: Sal 22,1-3a.3b-4.5.6, SFI

Rit.: Abiterò per sempre nella casa del Signore.

Il Salmo 23 (nella numerazione liturgica Salmo 22, un salmo di fiducia individuale) costituisce il canto dell’intimità nuziale e del banchetto traboccante. Cantato subito dopo aver ascoltato la profezia di Isaia — che ha squarciato il velo della morte annunciando il pranzo di grasse vivande sul monte Sion — e prima della parabola della sala regia riempita di commensali, questo testo è il capolavoro della meditazione sulla fiducia. Letto narrativamente, il salmo abbandona i registri della paura e del calcolo economico per mettere in scena il cammino di un personaggio che si riconosce permanentemente custodito, nutrito e difeso dal suo Pastore, sperimentando il passaggio dal deserto dell’indigenza alla festa dell’abbondanza.

1. La Scenografia: Il pascolo del riposo e la fine dell’ansia (vv. 1-3)

Il testo si apre con un’affermazione lapidaria, che funge da roccia incrollabile contro l’ansia del domani e l’egoismo economico dei mercati del mondo:

«Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia».

  • La fine della scarsità: L’orante definisce la sua identità a partire da una relazione di appartenenza assoluta: il Signore è il mio pastore. Il verdetto immediato scardina la psicologia della mancanza: «non manco di nulla» (lō ’eḥsār in ebraico). Questa certezza contrasta radicalmente con il cinismo degli invitati della prima ora, che rifiutano l’invito alle nozze per rincorrere i propri interessi protettivi, recintandosi nell’illusione del possesso dei campi e dei commerci.

  • La coreografia del Ristoro: Il Pastore esegue un’azione amorevole e protettiva: conduce l’agnello ferito ad acque tranquille (mê mənūḥôt, le acque del riposo e della pacificazione) e lo fa sdraiare su pascoli erbosi, la stessa scenografia pasquale dell’erba verde su cui Gesù farà accomodare i cinquemila nel deserto. Il contatto con questa presenza viva rinfranca e rigenera l’anima spossata.

2. Il Colpo di Scena: La via del Sole dietro i passi dello Sposo (v. 4)

Al centro del racconto, l’inquadratura si sposta repentinamente verso uno spazio ostile, ma il tono del personaggio non cede al sentimento bloccante della paura:

«Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Versi olio sul mio capo; il mio calice trabocca».

  • Il Banchetto nel pericolo: Il colpo di scena si consuma sul terreno della sfida. Il Padrone di casa non attende che i nemici (le potenze della morte, i vizi o i mormorii della strada) siano distrutti per fare festa [Origene di Alessandria: Le “Porte dell’Ade” come i Vizi della mente, Il mormorio ostile: Egóŋgyzon (v. 11)]. Prepara la mensa lì, davanti a loro. Trasforma il vicolo della minaccia nell’aula gioiosa del banchetto regale, specchio speculare della sala delle nozze riempita dai crocicchi della terra.

  • L’Eccedenza del Calice: Il Re unge il capo dell’orante con il profumo dell’olio e compie il gesto dello “spreco” d’amore gratuito: il mio calice trabocca (kōsî rəwāyāh, saturo, straripante). È la firma straripante della Trinità, che non distribuisce la grazia con la parsimonia burocratica dei dotti, ma riempie i vasi di creta dei piccoli fino a farli traboccare.

3. Verdetto finale: L’Abito della Bontà nella dimora stàbile (v. 6)

Il testo si sigilla con una certezza escatologica che definisce l’identikit del commensale che ha accettato di rivestirsi dell’abito nuziale:

«Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni».

  • Le inseguitrici di Luce: In natura, sono i lupi o i cinghiali del bosco a inseguire l’agnello nel buio. Nel ribaltamento lirico del salmo, l’orante scopre di essere inseguito continuativamente da due giganti di luce: la bontà (ṭôb) e la fedeltà (ḥesed). Esse sono l’abito nuziale di cui il cristiano deve rivestirsi per non essere gettato fuori nelle tenebre.

  • La Tenda perenne: La promessa finale — «abiterò nella casa del Signore» — sancisce il traguardo dell’esodo. Il discepolo che ha imparato a camminare dietro i passi del Pastore non è più un vagabondo ozioso sulla piazza o un escluso della strada [Il riposizionamento del discepolo: Hypage opísō mou (Mt 16,23 è una celebre citazione biblica. Significa letteralmente “Va’ dietro a me“ o, nella traduzione italiana più famosa e comune, “Vade retro“ o “Lungi da me“). Cf anche i cinque passaggi sulla piazza e l’inventario dei disoccupati (Mt 20,1-7)]. È un eletto introdotto stabilmente nella dimora dello Sposo, saziato dal pane del Suo ristoro eterno.

Il collegamento liturgico con l’Assemblea

Domenica, cantando questo salmo l’assemblea dei fedeli ringrazia nella preghiera per la protezione ricevuta dal Signore. Cantare “Il Signore è il mio pastore” è la medicina radicale contro l’ansia del fallimento economico e della nudità spirituale che ci attanaglia sul mercato del mondo. Ci educa a spogliarci dei vecchi mantelli delle nostre recriminazioni per sederci con labbra gioconde al banchetto della Parola e dell’Eucaristia, certi che l’eccedenza d’amore della Trinità ha già preparato per noi il posto della festa nuziale eterna.

3. Seconda Lettura (Lettera ai Filippesi 4,12-14.19-20)

  • Il movimento del racconto: San Paolo, scrivendo dalle catene, confessa ai Filippesi il segreto della sua stabilità interiore, declassando le circostanze materiali a puro spazio di grazia.

  • Lectio Narrativa: L’apostolo mette in scena la sua spoliazione interiore, mostrando di aver assimilato le leggi della fisica dello Spirito: «So vivere nella povertà così come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e dappertutto: alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e alla indigenza». Paolo non dipende più dal calcolo aziendale del mercato.

  • La roccia della forza: Pronuncia una formula grandiosa che funge da rifugio contro l’ansia del domani: «Tutto posso in colui che mi dà la forza». L’apostolo rassicura i lettori ricordando l’archivio puntuale della fedeltà del Padre: «Il mio Dio a sua volta colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza, con magnificenza, in Cristo Gesù».

4. L’Evangelo (Matteo 22,1-14)

Il racconto prosegue nell’aula del Tempio. Gesù prende nuovamente la parola e lancia un terzo e fulminante enigma parabolico.

A. Il rifiuto degli affaristi e l’ira del Re (vv. 1-7)

Le nozze del Figlio: Gámous (v. 2)

  • Il testo greco: ἐποίησεν
    γάμους τῷ υἱῷ αὐτοῦ
    (epoíēsen gámous tō hyiō autoū).

  • Analisi filologica: Il termine utilizzato al plurale, γάμους (gámous, da gámos), indica la festa di nozze, il banchetto nuziale. Nella tradizione semitica e patristica, il matrimonio è la metafora definitiva dell’unione indissolubile tra il Verbo e la carne umana. Il Regno non è presentato come una lista di divieti formali o un’azienda economica, ma come l’invito gratuito a una festa sponsale.

  • L’invito sponsale: Un re fa una festa di nozze (gámous) per suo figlio. Invia i suoi servi a chiamare gli invitati, ma si consuma il primo blocco drammatico: «questi non volevano venire». Il Re non si arrende; invia altri servi con un inventario culinario traboccante: «Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!».

L’indifferenza e l’alienazione economica: Emporían (v. 5)

  • Il testo greco: οἱ
    δὲ ἀμελήσαντες ἀπῆλθον, ὃς μὲν εἰς
    τὸν ἴδιον ἀγρόν, ὃς δὲ ἐπὶ τὴν
    ἐμπορίαν αὐτοῦ
    (hoi dè amelḗsantes apēlthon, hòs mèn eis tòn ídion agrón, hòs dè epì tḕn emporían autoū).

  • Analisi filologica: Davanti al secondo e più ricco invito del Re, si consuma il blocco drammatico dei personaggi. Il participio ἀμελήσαντες (amelḗsantes, da ameléō) significa “disinteressarsi, non curarsi, voltare le spalle con cinismo”.

  • Sfumatura narrativa: L’evangelista scompone la direzione della loro fuga: uno va al proprio campo (ἀγρόν) e l’altro alla propria ἐμπορίαν (emporían, da emporía), che indica il commercio, l’affare finanziario, il mercato. I capi e gli invitati della prima ora preferiscono il possesso egoistico della materia e il calcolo del portafoglio piuttosto che lasciarsi assimilare dall’abbraccio dello Sposo, cadendo nella medesima trappola del servo spietato e dei vignaioli omicidi.

  • La trappola dell’interesse economico: Gli invitati non si lasciano scalfire dall’eccedenza d’amore. Il testo nota il loro cinismo: «ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari (mercato)». Preferiscono il possesso materiale all’abbraccio dello Sposo. Altri, presi dalla violenza dell’orgoglio, afferrano i servi, li insultano e li uccidono.

  • Il verdetto del fuoco: Davanti a questo oltraggio nuziale, il Re si adira: manda le sue truppe, fa uccidere quegli assassini e dà alle fiamme la loro città, profetizzando la scomposizione formale di Gerusalemme.

B. Il colpo di scena dei crocicchi e l’aula riempita (vv. 8-10)

Le vie d’uscita: Diéxodous tōn hodōn (v. 9)

  • Il testo greco: πορεύεσθε
    οὖν ἐπὶ τὰς διεξόδους τῶν ὁδῶν
    (poreúesthe oūn epì tàs diéxodous tōn hodōn).

  • Analisi filologica: Davanti al rifiuto violento, il Re ordina l’esodo missionario immediato. L’espressione διεξόδους τῶν ὁδῶν (diéxodous tōn hodōn) indica letteralmente “le bocche d’uscita delle strade”, “i crocicchi”, i punti geometrici in cui le vie cittadine si interrompono per aprirsi verso la campagna e il mondo straniero. La salvezza viene decentrata, strappata al monopolio del Tempio per essere offerta a chiunque si trovi sulla strada.

  • Il decentramento universale: Il Re dichiara che la festa è pronta, ma gli invitati non erano degni. Ordina allora il grande esodo missionario: «Andate ora ai crocicchi delle strade (exitus viarum) e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze».

  • La mescolanza universale: I servi escono per le strade e raccolgono tutti quelli che trovano, cattivi e buoni (ponēroús te kaì agathoús). Ritroviamo la stessa ecclesiologia della pazienza e della mescolanza della rete a strascico e del campo misto: la Chiesa quaggiù è un corpo misto. L’aula delle nozze si riempie di commensali: gli ultimi arrivati, gli scartati della piazza, si ritrovano seduti alla mensa regale.

La mescolanza ecclesiale: Ponēroús te kaì agathoús (v. 10)

  • Il testo greco: συνήγαγον
    πάντας ὅσους εὗρον, πονηρούς τε καὶ
    ἀγαθούς
    (synḗgagon pántas hósous heūron, ponēroús te kaì agathoús).

  • Analisi filologica: I servi radunano tutti indistintamente: πονηρούς τε καὶ ἀγαθούς (cattivi e buoni). Matteo ribadisce l’ecclesiologia della pazienza già raccontata nel campo misto e nella rete a strascico: la Chiesa quaggiù nella storia non è un club isolato di soli perfetti, ma un’aula mobile di mescolanza universale, in cui lo scarto della piazza viene ammesso alla mensa regale [Il Grano e la Zizzania: Il conflitto della fretta (vv. 24-30), La mescolanza universale: Ságēnē (v. 47), I cinque passaggi sulla piazza e l’inventario dei disoccupati (vv. 1-7)].

C. Il dramma dell’Abito nuziale e il silenzio del colpevole (vv. 11-14)

L’abito mancante: Éndyma gámou (v. 11)

  • Il testo greco: εἶδεν
    ἐκεῖ ἄνθρωπον οὐκ ἐνδεδυμένον ἔνδυμα
    γάμου
    (eīden ekeī ánthrōpon oūk endedyménon éndyma gámou).

  • Analisi filologica: Il Re entra nella sala e stringe l’inquadratura su un uomo privo di ἔνδυμα γάμου (éndyma gámou, abito da matrimonio/nuziale). Sebbene l’accesso alla festa sia stato gratuito e universale per i passanti della strada, stare a tavola esige una conversione. L’abito nuziale — che i Padri identificheranno con la carità e il pentimento viscerale — rappresenta la trasformazione reale dell’esistenza; non si può entrare alla festa presumendo di poter trattenere i vecchi stracci dell’egoismo o dell’impermeabilità.

Il collasso acustico della colpa: Ephimōthē (v. 12)

  • L’ispezione del Re: Il Re entra nella sala per vedere i commensali. L’inquadratura stringe chirurgicamente su un personaggio: «scorse là un uomo che non indossava l’abito nuziale».

  • Il testo greco: ὁ
    δὲ ἐφιμώθη
    (ho dè ephimṓthē).

  • Analisi filologica: Alla domanda intima del Re — «Amico, come sei entrato qui senza l’abito nuziale?» — si consuma il crollo psicologico del personaggio espressa da due sole parole: ὁ δὲ ἐφιμώθη (= ma egli ammutolì).

  • Sfumatura clinica: Il verbo ἐφιμώθη (aoristo passivo di φιμόω / phimóō, da phimós, la museruola) significa letteralmente “mettere la museruola, serrare la bocca, essere ridotto al mutismo forzato”. È lo stesso verbo forte utilizzato da Gesù per esorcizzare i demoni o per sgridare e mettere a tacere la tempesta sul lago.

  • L’uomo senza abito nuziale non ha argomentazioni da opporre; la sua bocca, un tempo abituata al mormorio clandestino della strada o alle finzioni, viene sigillata dalla verità del verdetto regale. Il suo silenzio non è adorazione contemplativa, ma il collasso di chi scopre di aver fatto bancarotta della propria anima [Origene di Alessandria: Il primato della Virtù sulla Carne e il Sangue, Il dramma dell’Abito nuziale e il silenzio del colpevole].

  • Lo shock del silenzio: Il Re gli si avvicina e lo interroga con dolcezza terapeutica: «Amico, come sei entrato qui senza l’abito nuziale?». Davanti a questa domanda che scava nelle intenzioni, il personaggio compie un crollo psicologico: «Quello ammutolì» (restò senza parole, con la bocca serrata). Non ha argomentazioni da opporre; è entrato alla festa presumendo di poter trattenere i vecchi mantelli delle sue abitudini egoistiche.

  • Il verdetto: Il Re ordina ai servitori di legarlo mani e piedi e di gettarlo fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti. La parabola si chiude con una sentenza lapidaria che definisce l’azione dello Spirito: «Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il collegamento con la nostra vita ordinaria

Questo evangelo è l’antidoto perfetto contro il rischio di trasformare la nostra fede in una burocrazia stanca, in un elenco di divieti formali o in un rifugio di finta perfezione. Ci ricorda che l’invito a frequentare la mensa dell’altare è una festa d’amore gratuita a cui siamo stati ammessi pur essendo “cattivi e buoni” presi dalla strada. Ruminando questo testo, siamo però avvertiti: non si può stare al banchetto dello Sposo trattenendo i vecchi stracci dell’orgoglio, dei risentimenti clandestini e delle travi del giudizio verso il fratello. Ci viene chiesto di rivestirci dell’abito nuziale della grazia e del pentimento viscerale, l’unico abito leggero capace di farci gustare l’eccedenza del ristoro perenne del Padre.

lunedì 5 ottobre 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano