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Mt 14,13-21; Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39
Da questa Dom. XVIII sino alla Dom. XXII si proclameranno testi evangelici dalla sezione narrativa che segue il Discorso parabolico (c. 13) e precede il Discorso ecclesiastico (c. 18). I capitoli 14, 15, 16 e 17 dell’Evangelo di Matteo costituiscono la sezione drammatica della “Grande Svolta” del racconto. Dopo il rifiuto espresso dai capi del popolo nel Discorso in Parabole, Gesù lascia progressivamente le folle per concentrarsi sulla formazione intima dei suoi discepoli.
Narrativamente, questo blocco si muove lungo una traiettoria geografica e teologica precisa: inizia con il sangue del lutto per il Battista e culmina sul monte con lo splendore della Trasfigurazione, costringendo i personaggi a fronteggiare il paradosso di un Messia regale che vince la morte solo sottomettendosi al legno della croce.
1. Capitolo 14: La mensa del lutto e la barca nella tempesta
Il capitolo si apre con una scenografia cupa, dominata dall’ingiustizia del potere geopolitico, per poi spostarsi verso lo spazio aperto del deserto e del lago.
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Il Martirio del Battista (vv. 1-12): Erode Antipa fa decapitare Giovanni Battista nella fortezza a causa di un giuramento avventato fatto durante un banchetto lussuoso. Questo banchetto di morte, sottomesso ai capricci della carne e dell’orgoglio mondano, fa da contraltare drammatico al gesto successivo di Gesù.
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La Prima Moltiplicazione dei Pani (vv. 13-21): Ricevuta la notizia del lutto, Gesù si ritira in barca verso un luogo isolato. Raggiunto dalle folle, ne sente compassione (esplanchnísthē). Davanti alla logica restrittiva dei discepoli che vorrebbero congedare tutti per mandarli a comprarsi il pane, Gesù pronuncia il comando spiazzante: «Date voi stessi da mangiare». Con cinque pani e due pesci nutre cinquemila uomini, lasciando dodici ceste piene come monumento dell’eccedenza d’amore del Padre.
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Il cammino sulle acque (vv. 22-33 – cf. XIX Dom.): Di notte, la barca dei discepoli è agitata dalle onde in mezzo al lago. Gesù si avvicina camminando sul mare. Pietro, muovendosi tra audacia e paura, chiede di andargli incontro ma, guardando la forza del vento, inizia ad affondare. Il grido «Signore, salvami!» e la mano tesa di Gesù che afferra il “vaso di creta” di Pietro rivelano che l’unica roccia contro il caos della storia è l’affidamento relazionale.
2. Capitolo 15: La purezza del cuore e le briciole dei Pagani
Questo capitolo mette in scena lo scontro frontale sul moralismo burocratico della Legge e l’apertura universale della missione.
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Le tradizioni umane e la vera impurità (vv. 1-20): Scribi e Farisei accusano i discepoli di non lavarsi le mani prima di prendere pane. Gesù smaschera la loro ipocrisia con durezza chirurgica, citando Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me». Spiega alla folla che non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo (il cibo), ma ciò che esce dalla bocca, perché sgorga dal cuore (le travi del giudizio, i mormorii, le calunnie).
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La Donna Cananea (vv. 21-28 – cf. XX Dom.): Gesù si ritira verso la zona pagana di Tiro e Sidone. Una donna straniera urla dietro a Lui chiedendo la guarigione della figlia. Gesù oppone inizialmente un silenzio duro, restrittivo: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma la donna compie un colpo di scena teologico, accettando la metafora di Gesù e rispondendo: «I cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Questa fede umile, che si accontenta delle “briciole” della Parola, strappa a Gesù un grido di ammirazione e guarisce la ragazza.
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La Seconda Moltiplicazione dei Pani (vv. 32-39): Sullo sfondo del territorio pagano della Decapoli, Gesù ripete il gesto della mensa per quattromila persone, utilizzando sette pani e pochi pesciolini, raccogliendo questa volta sette sporte piene, a conferma che l’assimilazione del Pane della vita è ormai estesa anche ai Gentili.
3. Capitolo 16: La roccia della Fede e lo scandalo della Croce
È lo snodo strutturale di tutto l’evangelo: Gesù interroga i suoi sulla propria identità, aprendo la via verso Gerusalemme.
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La professione di fede di Pietro (vv. 13-20 – cf. XXI Dom.): Presso Cesarea di Filippo, Gesù pone la domanda cruciale: «Voi, chi dite che io sia?». Pietro prende la parola a nome del piccolo resto e proclama: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù risponde rivelando che questa conoscenza non nasce dall’intelletto accademico della carne, ma è il dono del Padre. Cambia il nome di Simone in Pietro (Pétros = è il sasso staccato, a sé stante, che può essere preso in mano e gettato o portato via) e dichiara: «Su questa pietra edificherò la mia Chiesa», consegnandogli le chiavi dell’autorità (exousía). Qui l’evangelista usa il termine Képhas = traduzione dell’aramaico kêfâ´ Pietra, è il sasso attaccato al monte, diverso da Pétros).
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Il Primo Annuncio della Passione e il rimprovero (vv. 21-23 – cf. XXII Dom.): Subito dopo la proclamazione del titolo regale, Gesù svela il finale drammatico della sua parabola terrena: dovrà soffrire, essere ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro non accetta questo “linguaggio duro” e si mette a rimproverare Gesù. Il Protagonista compie un voltafaccia spietato:
[Pietro fa da guida] ──► Si mette DAVANTI a Gesù per bloccargli la via ──► Diventa SATANA│▼(La correzione dura di Gesù)[Pietro torna discepolo] ──► Va' DIETRO a me! (Opísō mou) ──► Torna sulla roccia
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Le condizioni della sequela (vv. 24-28): Gesù convoca i discepoli e mostra la via “scandalosa” della Croce [cf. significato teologico della parola “Croce” nel contesto storico romano del tempo di Gesù]. Seguire il Re-Sposo richiede un triplice movimento: rinnegare se stessi, prendere la propria croce e camminare dietro di Lui. Chi trattiene la propria vita egoisticamente la perde; chi accetta di “spenderla” e “perderla” per causa dell’evangelo, la ritrova fiorita nell’eternità.
4. Capitolo 17: Lo splendore del monte e la pedagogia della discesa
Il blocco si chiude con la manifestazione visiva della gloria divina, che anticipa il trionfo pasquale sul Calvario.
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La Trasfigurazione (vv. 1-9): Sei giorni dopo, Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e sale su un alto monte, in disparte. Davanti ai loro occhi si consuma un colpo di scena visivo assoluto: il suo volto sfolgora come il sole e le sue vesti diventano bianche come la luce (
ἐγένετοegèneto
λευκὰ ὡς τὸ φῶς/leukà
hos
). Entrano in scena Mosè ed Elia (la Legge e i Profeti), che conversano con Lui, dimostrando che l’intera Scrittura converge verso la Sua persona.
to phos -
La nube e la voce: Una nube luminosa avvolge i personaggi e la voce del Padre pronuncia il verdetto definitivo: «Questi è il Figlio mio, l’amato… Ascoltatelo». I tre discepoli cadono con la faccia a terra, terrorizzati. Ma Gesù si avvicina, li tocca e dice: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi, non vedono altri se non Gesù solo. La gloria si nasconde nuovamente nella normalità della carne.
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La discesa dal monte e la fede piccola (vv. 14-21): Tornati a valle, in mezzo alla folla, i discepoli non riescono a guarire un ragazzo epilettico a causa della loro incredulità. Gesù guarisce il fanciullo e ricorda loro la forza dell’infinitamente piccolo: se avessero una fede grande quanto un granello di senape, potrebbero spostare le montagne (Il granello di senape: Il più piccolo di tutti i semi che, una volta masticato dalla terra, diventa un albero frondoso capace di accogliere gli uccelli del cielo).
Il collegamento con la Lectio
L’architettura narrativa di questi quattro capitoli educa il lettore a non fermarsi alla superficie di una fede emotiva o miracolistica. Ascoltando (e ruminando) questa grande svolta del testo dall’ambone, impariamo che non si può trattenere la gloria del monte (la Contemplatio) senza accettare di scendere nella valle della storia quotidiana, prendendo sulle spalle la propria croce quotidiana con praǘs (mitezza), sorretti dall’unica certezza che la Parola del Figlio è la roccia che vince la morte e dona il ristoro eterno.
La XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) nel rito latino mette in scena la Prima Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci in Matteo (14,13-21). Il movimento narrativo di questa domenica è caratterizzato dal passaggio dall’isolamento del lutto alla condivisione feconda dell’eccedenza d’amore, inquadrando l’agire di Gesù non come un prodigio magico, ma come l’istituzione della mensa del Regno.
Ecco la lectio narrativa dei testi di questa liturgia:
1. Prima Lettura (Isaia 55,1-3)
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Il movimento del racconto: Il profeta rivolge un grido universale di convocazione a un popolo stanco e impoverito dall’esilio: «O voi tutti assetati, venite alle acque… venite, comprate e mangiate senza denaro».
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Lectio Narrativa: Isaia apre la scena con un paradosso economico dirompente. Nel mercato umano tutto si compra con il prezzo del denaro. Il profeta introduce invece il mercato della grazia gratuita: si può acquistare vino e latte «senza spesa».
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Il testo interroga duramente i personaggi sulla qualità dei loro affanni: «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?». Il profeta cura il popolo dall’illusione di poter comprare la felicità con i vecchi beni d’Egitto, invitandolo a seguire l’unica Alleanza eterna che guarisce la sterilità del cuore.
Salmo Responsoriale: Sal 145 (144), 8-9.15.16.17-18 Inno
Rit: Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente.
Il Salmo 145 (nella numerazione liturgica Salmo 144, previsto per la XVIII Domenica del Tempo Ordinario, Anno A) agisce nella trama della liturgia come la perfetta colonna sonora della Provvidenza. Cantato subito dopo la prima lettura di Isaia («venite, comprate senza denaro») e prima dell’evangelo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Matteo 14,13-21), questo testo è la risposta orante di un’assemblea che riconosce in Dio l’unico vero “Nutritore” della storia.
Letto narrativamente, il salmo mette in scena la psicologia dei piccoli (nēpíois) e degli affamati che alzano gli occhi verso il Signore, sperimentando il passaggio dalla debolezza della carne al ristoro della grazia gratuita.
1. La scenografia: Gli occhi tesi dell’Umanità (vv. 15-16)
Il salmo domenicale si concentra su un movimento visivo e corale di straordinaria intensità drammatica:
«Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa e tu dai loro il cibo a tempo opportuno. Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente».
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L’attesa dei personaggi: Il salmista descrive l’umanità intera (le folle del deserto, ma anche ogni creatura vivente) nella postura del mendicante. Gli occhi sono “tesi” verso l’alto. Questo sguardo contrasta radicalmente la logica restrittiva dei discepoli che vorrebbero congedare la folla per mandarla a comprarsi il pane nei villaggi.
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Il gesto della Mano aperta: Di fronte a questa fame biologica e spirituale, l’azione di Dio è un colpo di scena teatrale: il Padre apre la mano. Non distribuisce il cibo con la parsimonia burocratica del calcolo umano; spalanca le dita, immettendo nel campo della storia l’eccedenza del suo dono gratuito.
2. Il Verdetto: La fedeltà e la Misericordia (vv. 17-18)
Al centro della preghiera, il racconto definisce il ritratto emotivo del Protagonista, agganciandosi alla teologia del “Dio lento all’ira” che abbiamo meditado nelle domeniche precedenti (cf Sal 86): «Giusto è il Signore in tutte le sue vie e santo in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero».
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La Roccia della Vicinanza: Dio non è un monarca feudale che osserva gli affanni dei sudditi dall’alto di un trono distante. La sua exousía (autorità) si manifesta come prossimità terapeutica. Egli si fa vicino, cammina sulle spiagge del lago e scende nel deserto del lutto per intercettare il grido di chi lo cerca, offrendo la sua stessa persona come rifugio e stabilità contro il caos del mondo.
[La logica del Mercato] ──► Calcolo economico, Scarsità, Prezzo ──► Congeda e allontana│▼(Il ribaltamento del Salmo)[La logica del Padre] ──► Mano aperta, Gratuità, Vicinanza ──► Sazia a tempo opportuno
3. Il compimento della mensa del Regno
Il salmo si sigilla cantando la fedeltà e la cura attenta di Dio per le sue opere, legandosi alla perfezione alla coreografia liturgica compiuta da Gesù sul far della sera:
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Quando Gesù prende i cinque pani, alza gli occhi al cielo e recita la benedizione, sta pronunciando esattamente le parole di questo salmo: ringrazia il Padre che sazia il desiderio di ogni vivente.
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La terra buona che ha saputo compiere la ruminatio di questa lode scopre nel deserto che le proprie briciole, se deposte nelle mani aperte del Signore, traboccano nelle dodici ceste dell’eccedenza d’amore, saziando non solo la fame dello stomaco, ma innestando l’anima nella corrente della vita eterna della Trinità.
2. Seconda Lettura (Rm 8,35.37-39)
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Il movimento del racconto: San Paolo interroga i lettori ponendo una serie di ostacoli drammatici (tribolazione, angoscia, persecuzione, spada), per poi abbatterli con una certezza granitica.
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Lectio Narrativa: L’apostolo evoca una scenografia di minacce reali che i cristiani affrontavano nei tribunali dell’Impero, incluse la violenza della spada e della condanna a morte.
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Ma Paolo compie un colpo di scena teologico assoluto. Nessuna di queste forze cosmiche o politiche ha l’autorità (exousía) di spezzare il legame profondo con il Protagonista [Matteo 10,1-4]: «In tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati». La morte biologica è declassata a semplice passaggio; l’amore di Dio in Cristo Gesù è la roccia incrollabile che custodisce l’identità del credente nell’eternità.
3. L’Evangelo (Mt 14,13-21)
Mentre il racconto si sviluppa in un luogo isolato, strutturandosi attraverso tre grandi movimenti drammatici l’analisi del testo greco di Matteo mette in luce una precisa terminologia legata all’emotività viscerale di Gesù, al contrasto economico con i discepoli e alla struttura rituale ed eucaristica della condivisione:
A. La ritirata nel deserto e lo sguardo del Protagonista. La fuga nel lutto e lo Sguardo viscerale (vv. 13-14)
La fuga strategica: Anachōréō (v. 13).
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Il testo greco:
ἀνεχώρησεν(anechōrēsen ekeithen en ploíō eis erēmon tópon kat’ idían).
ἐκεῖθεν ἐν πλοίῳ εἰς ἔρημον τόπον
κατ’ ἰδίαν
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Analisi filologica: Il verbo
ἀναχωρέω(anachōréō) significa “ritirarsi, cedere il passo, fuggire”. Gesù non compie un viaggio pastorale programmato; si ritira in un luogo deserto (ἔρημος) per vivere in disparte (
τόποςκατ’) l’impatto emotivo del martirio di Giovanni Battista.
ἰδίαν
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L’intreccio: Gesù riceve la notizia del martirio di Giovanni Battista (decapitato da Erode). Davanti a questa morte violenta, compie un movimento spaziale di ritirata: sale su una barca e si dirige in disparte, in un luogo deserto. Ma le folle lo scoprono, lasciano le città e lo seguono a piedi lungo la riva.
Le viscere scosse: Esplanchnísthē (v. 14)
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Il testo greco:
καὶ(kaì esplanchnísthē ep’ autoīs kaì etherápeusen toùs arrōstous autōn).
ἐσπλαγχνίσθη ἐπ’ αὐτοῖς καὶ
ἐθεράπευσεν τοὺς ἀρρώστους αὐτῶν -
Analisi filologica: Il verbo passivo ἐσπλαγχνίσθη (esplanchnísthē, da splánchna, le viscere materne) indica un fremito fisico, un dolore acuto all’utero o al fegato.
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Sfumatura narrativa: Davanti alla folla che lo ha inseguito a piedi spezzando la sua solitudine, Gesù non reagisce con il fastidio del personaggio disturbato. Il suo dolore per la morte del Battista si converte immediatamente in misericordia viscerale (= amore materno) per il popolo. L’autorità (exousía) si manifesta come una cura terapeutica immediata (
ἐθεράπευσεν/etherápeusen) verso i corpi deboli. La Compassione è una svolta narrativa importante: sbarcando, Gesù vede la folla oceanica che lo ha inseguito e invece di respingerla per difendere il proprio legittimo spazio di lutto e solitudine, l’evangelista stringe l’inquadratura sul suo ritratto emotivo: «Ne sentì compassione (esplanchnísthē) e guarì i loro malati».
= guarì
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Il dolore viscerale di Gesù (compassione) cura lo smarrimento del popolo “stanato” dalle città e dalle proprie case. Hanno lasciato le loro sicurezze per seguire Gesù!
B. Il conflitto della scarsità aziendale (vv. 15-18)
La delega al mercato: Agorásōsin (v. 15)
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Il testo greco:
ἀπόλυσον(apólyson toùs óchlous, hína… agorásōsin heautoīs brōmata).
τοὺς ὄχλους, ἵνα... ἀγοράσωσιν ἑαυτοῖς
βρώματα -
Analisi filologica: I discepoli intervengono sul far della sera presso Gesù suggerendo due comandi restrittivi:
ἀπόλυσον(congeda, manda via è un imperativo aoristo positivo che ordina di dare inizio a un’azione nuova) eἀγοράσωσιν(comprino). -
Sfumatura teologica: Gli apostoli ragionano secondo la logica aziendale della scarsità. Di fronte alla fame della folla, la loro soluzione è allontanare e monetizzare: che ognuno vada a comprarsi il cibo nei villaggi, delegando il problema al mercato ordinario. La soluzione dei discepoli nasce da una logica economica pragmatica e restrittiva: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Vogliono delegare il problema al mercato ordinario.
Il comando del ribaltamento: Dóte (= date – att. imperativo aoristo v. 16)
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Il testo greco:
οὐ(ou chreían échousin apeltheīn; dóte autoīs hymeīs phageīn).
χρείαν ἔχουσιν ἀπελθεῖν· δότε αὐτοῖς
ὑμεῖς φαγεῖν -
Analisi filologica: Gesù risponde bloccando l’inversione di marcia dei discepoli. L’espressione mette in risalto il pronome personale di seconda persona plurale: ὑμεῖς (voi).
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Verdetto narrativo: «Non occorre che vadano; date loro da mangiare voi stessi». Gesù scardina la burocrazia del rinvio. Esige che i discepoli smettano di fare calcoli contabili. Con una battuta ridefinisce la responsabilità dei “suoi discepoli”; vuole che mettano in gioco la loro responsabilità, esponendo la propria fragilità reale.
[La via dei Discepoli] ──► ἀγoράζω (Agorázō) ──► Comprare, calcolare, allontanare i poveri│▼(Il ribaltamento del testo greco)[La via di Gesù] ──► δότε ὑμεῖς (Dóte hymeīs) ──► Gratuità, coinvolgiment
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L’inventario della fragilità: I discepoli rispondono mettendo in scena la propria nudità numerica: «Non abbiamo qui altro che cinque pani e due pesci». Cinque più due fa sette, il numero della totalità ma, di fronte a cinquemila uomini, rappresenta il nulla. Gesù risponde ordinando l’affidamento: «Portatemeli qui». L’evangelista usa l’imperativo presente, certo per una forma di delicatezza del comando ma ricorda e rimanda i discepoli ai segni, le cure, le guarigioni che ha fatto!
C. I gesti della Mensa ed il colpo di scena dell’Avanzo (vv. 19-21)
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La coreografia eucaristica: Klásas édōken / spezzò e diede (v. 19)
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Il testo greco:
λαβὼν(labṑn toùs pénte ártous… eulógēsen kaì klásas édōken toīs mathētaīs).
τοὺς πέντε ἄρτους... εὐλόγησεν καὶ
κλάσας ἔδωκεν τοῖς μαθηταῖς -
Analisi filologica: Matteo utilizza la sequenza esatta dei quattro verbi rituali che descriveranno l’Ultima Cena e la liturgia della Chiesa:
λαβὼν(prendere),εὐλόγησεν(benedire),κλάσας(spezzare),ἔδωκεν(dare). -
L’azione dello spezzare: Il participio aoristo κλάσας (klásas, da kláō) esprime l’azione fisica del rompere, dello spezzare. Come evidenziato dall’esegesi patristica, Gesù spezza la durezza della lettera dei cinque pani (la Legge/il Pentateuco) per liberare l’energia dello Spirito e distribuirla all’assemblea disposta sull’erba verde (cf esegesi patristica XVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A).
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La coreografia liturgica: Gesù ordina alla folla di sedersi sull’erba verde. Prende i cinque pani e i due pesci, alza gli occhi al cielo ed esegue i quattro gesti speculari che fonderanno l’Eucaristia: recita la benedizione, spezza i pani e li dà ai discepoli, e i discepoli li distribuiscono alla folla.
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L’eccedenza del dono: Il testo nota che «tutti mangiarono a sazietà». Ma il vero colpo di scena narrativo si consuma alla fine: i discepoli raccolgono i pezzi avanzati e riempiono dodici ceste piene.
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Il colpo di scena dell’avanzo: Kofínous plēreis / cesti pieni (v. 20)
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Il testo greco:
καὶ(kaì ēran tò perisseūon tōn klasmátōn dōdeka kofínous plēreis).
ἦραν τὸ περισσεῦον τῶν κλασμάτων
δώδεκα κοφίνους πλήρεις -
Analisi filologica: Il termine chiave è
τὸ(tò perisseūon), che indica ciò che trabocca, l’eccedenza, il superfluo smisurato. I discepoli raccolgono i pezzi riempiendo δώδεκα κοφίνους (dodici ceste/canestri rigidi).
περισσεῦον -
Sintesi per la Lectio: Il miracolo non si compie nell’istante di un gesto appariscente dal cielo, ma avviene “mentre” i discepoli distribuiscono i loro pezzi. Il finale del racconto ribalta la paura iniziale della scarsità: il cibo del Regno non solo basta per saziare (
ἐχορτάσθησαν/echortásthēsan“furono saziati”), ma avanza. Il pane del Regno non solo basta per i cinquemila presenti, ma sovrabbonda. Le dodici ceste rappresentano le dodici tribù d’Israele e l’intera umanità: c’è un cibo custodito per il futuro della storia, un’eccedenza d’amore che non si esaurisce nel deserto. Quelle dodici ceste piene rimangono nella memoria della Chiesa come il monumento dell’eccedenza d’amore inesauribile del Padre, custodita per nutrire i piccoli di tutte le generazioni future della storia (cf esegesi patristica XVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A).
si traduce in italiano con
Il collegamento con la nostra vita ordinaria
Questo testo è l’antidoto perfetto contro l’ansia della scarsità e il moralismo burocratico. Ci ricorda, ad esempio, che l’omelia e la vita del cristiano non nascono dalle grandi risorse umane ed economiche, ma dal coraggio di mettere nelle mani di Cristo la nostra vita nella sua fragilità. Ascoltando questo evangelo impariamo che quando smettiamo di calcolare col portafoglio dell’egoismo e iniziamo a condividere con gratuità, la nostra sterilità interiore viene guarita e diventiamo noi stessi canestri traboccanti della tenerezza del Padre.
lunedì 27 luglio 2026
Abbazia Santa Maria di Pulsano