Per scaricare l’articolo clicca qui: Lectio Narrativa XI Dom. Tempo Ord. A 2026
Matteo 9,36-10,8; (leggi 9,35-10,8); Esodo 19,2-6a; Salmo 99; Romani 5,6-11
La XI Domenica del Tempo Ordinario A mette in scena il momento in cui Gesù passa dalla predicazione solitaria alla fondazione della missione comunitaria. È il testo in cui nascono ufficialmente “i Dodici” come corpo apostolico. Il movimento narrativo di questa domenica è caratterizzato dallo sguardo, dalla compassione e dal passaggio di consegne: Gesù smette di essere l’unico operaio e moltiplica se stesso nei suoi discepoli.
Ecco la lectio narrativa dei testi liturgici:
Prima Lettura: Esodo 19,2-6a
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Il movimento del racconto: Gli Israeliti arrivano al deserto del Sinai e si accampano davanti al monte. Mosè sale verso Dio, e il Signore lo chiama dalla montagna per consegnargli un messaggio destinato a tutta l’assemblea.
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Lectio Narrativa: La scena si apre con una sosta spaziale strategica: dopo tanto camminare, il popolo si ferma davanti alla roccia imponente del Sinai. Dio prende la parola usando un’immagine cinematografica e potente: «Io vi ho sollevati su ali di aquile e vi ho condotti fino a me».
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Il patto: Dio propone un’identità speciale ai personaggi. Se ascolteranno la sua voce, diventeranno una «proprietà particolare», un «regno di sacerdoti e una nazione santa». Narrativamente, l’elezione non è un privilegio per isolarsi, ma la costituzione di un popolo-ponte tra il Creatore e tutte le altre nazioni della terra.
Seconda Lettura: Rm 5,6-11
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Il movimento del racconto: San Paolo compie un’analisi teologica dei tempi della salvezza, mettendo a confronto la logica umana con quella divina attraverso la morte di Cristo.
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Lectio Narrativa: Paolo introduce un elemento di forte contrasto drammatico: «Mentre eravamo ancora deboli… mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per gli empi».
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Nelle narrazioni umane, un eroe sacrifica la vita solo per una causa nobile o per una persona giusta. Il colpo di scena di Dio sta nel fatto che il Figlio muore per i suoi “nemici”. Il sangue di Cristo non è il prezzo per placare un giudice arrabbiato, ma lo strumento drammatico della riconciliazione che trasforma i ribelli in figli.
L’Evangelo: Matteo 9,35-10,8
La pericope di Matteo 9,35 – 10,8 costituisce il grande spartiacque strutturale del primo Evangelo. Da un punto di vista strettamente narrativo, assistiamo a un passaggio di consegne epocale: il Protagonista (Gesù) smette di agire come un eroe solitario e trasferisce la sua stessa autorità a un gruppo di comprimari (i Dodici), moltiplicando il suo impatto sullo spazio della storia.
Ecco la lectio narrativa dettagliata di questo snodo testuale:
1. La Scenografia del Viaggio e lo Sguardo Viscerale (9,35-36)
Il brano si apre con un riassunto dinamico del movimento di Gesù: «Gesù percorreva tutte le città e i villaggi». Il testo crea un senso di urgenza spaziale. Subito dopo, l’evangelista stringe l’obiettivo fotografico sugli occhi e sulle reazioni interiori di Gesù di fronte alla massa umana:
«Vedendo le folle, ne sentì compassione (esplanchnísthē), perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore».
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L’emozione viscerale: Il verbo greco utilizzato, esplanchnísthē, non indica una vaga pietà intellettuale o una cortesia pastorale. Deriva da splànchna (le viscere, l’utero materno). Gesù sperimenta un dolore fisico, un rivolgimento interiore materno di fronte alla vulnerabilità del suo popolo.
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La diagnosi dei personaggi: La folla viene descritta con due participi passivi pesanti: eskylménoi (scorticati, tormentati dai pesi religiosi imposti dai farisei) e errimménoi (prostrati a terra, abbandonati a se stessi). Non sono una massa ribelle, ma un gregge ferito dalla latitanza delle sue guide istituzionali.
2. La Metafora Agricola e la Preghiera (9,37-38)
Davanti al dramma del gregge senza guida, Gesù cambia improvvisamente codice simbolico, passando dalla pastorizia all’agricoltura: «La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi!».
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Il paradosso del tempo: La messe (il grano maturo pronto per il raccolto) rappresenta l’umanità matura per accogliere il Regno. Il grano, se non viene raccolto in tempo, marcisce a terra. Il pericolo narrativo non è la cattiveria del mondo, ma il ritardo dei soccorsi.
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La strategia: Prima di agire, Gesù chiede una sosta di preghiera: «Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe». Il verbo “mandare” (ekbállo) è lo stesso che si usa per “scacciare” i demoni. Indica un’azione energica: Dio deve letteralmente “spingere fuori” gli operai dal loro isolamento per immetterli nel campo.
3. Il Passaggio di Autorità e lo Statuto dei Dodici (10,1-4)
Al capitolo 10 l’azione subisce un’accelerazione. Gesù risponde alla preghiera convocando i suoi e operando una radicale metamorfosi del loro status:
[DISCEPOLI] ───────► Ricevono l'autorità (“Exousía”) ───────► [APOSTOLI](Coloro che ascoltano) Potere di guarire e liberare (Coloro che vengono inviati)
Nel contesto di Matteo 10,1-4, il termine exousía non indica un semplice “potere magico” o una delega burocratica, ma possiede un significato teologico e narrativo dirompente, riassumibile in quattro punti:
1. L’etimologia: Il potere che sgorga dall’Essere
La parola exousía deriva dal verbo éxesti (composto da ek, “da”, e eimí, “essere”). Letteralmente indica “ciò che esce dall’essenza”, la libertà d’azione che nasce dalla propria natura profonda.
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La sorgente: Nell’Evangelo di Matteo, l’intera exousía appartiene originariamente a Gesù (alla fine dell’Evangelo dirà: «A me è stato dato ogni potere – exousía – in cielo e in terra»).
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Il colpo di scena: Al capitolo 10 assistiamo ad uno dono impensabile: Gesù non trattiene questa autorità per sé, ma la “riversa” e la immette nelle vene dei Dodici. I discepoli ricevono la capacità di agire con la stessa identica autorevolezza del loro Maestro.
2. Una Exousía terapeutica e liberatrice
Nel mondo antico, il potere politico era inteso come dominio, tassazione ed esercizio della forza geopolitica sui sudditi. La exousía che Gesù consegna ai Dodici ribalta completamente questa logica:
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È un’autorità esclusivamente curativa e liberatrice. Serve a scacciare il male (spiriti impuri) e a rimettere in piedi l’essere umano ferito (guarire ogni malattia).
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È la risposta concreta allo sguardo di compassione di Gesù sulle folle stanche e sfinite. I Dodici vengono inviati non a giudicare, non condannare, ma a sanare.
3. Il legame con la Parola: L’Autorità dell’Ambone
Questa stessa exousía è quella che rende i discepoli capaci di annunciare il Regno.
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Non trasmettono idee umane o teorie filosofiche. Quando parlano, la loro parola ha la forza di penetrare i cuori perché è sostenuta dall’autorità divina.
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È lo stesso principio che possiamo vedere applicato nello spazio dell’ambone siriaco (bema) al centro della navata: il diacono o il vescovo salgono sulla pietra non per un protagonismo personale, ma perché rivestiti della exousía di Cristo che parla per mezzo della loro voce.
4. Il contrasto drammatico con i Nomi dei Dodici (vv. 2-4)
Il contrasto narrativo più forte del capitolo si consuma nella contrapposizione tra la grandezza di questa exousía e la fragilità dei personaggi che la ricevono. Subito dopo aver parlato di “potere”, Matteo elenca i dodici nomi:
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Ci sono pescatori senza istruzione, c’è un pubblicano (un esattore delle tasse traditore della patria) e c’è Giuda Iscariota, l’infiltrato delle tenebre che tradirà.
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L’Evangelo dimostra così che la exousía di Dio è un dono totalmente gratuito («Gratuitamente avete ricevuto…»). Non esige la perfezione morale o l’eccellenza accademica come prerequisito. Dio deposita il suo potere divino in “vasi di creta” affinché sia chiaro che la forza della missione viene da Lui e non dalle capacità umane degli apostoli.
Ricapitolando:
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Il passaggio dell’autorità: Gesù dona ai dodici la sua exousía (autorità). Fino a questo momento, solo Gesù scacciava i demoni e guariva; ora i discepoli sono abilitati a compiere le medesime azioni del Protagonista.
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L’elenco dei Nomi: L’evangelista sospende l’azione per declinare l’identità dell’equipaggio. Li chiama per la prima volta Apostoli (apóstoloi, gli inviati). Vengono elencati a due a due, a indicare che la missione è un atto secondo la Legge, comunitario e mai solitario. La lista è un monumento alla diversità e alla fragilità: ci sono pescatori, Simone il Cananeo (uno zelota, rivoluzionario anti-romano), Matteo il pubblicano (un collaborazionista dei romani) e, in fondo, l’ombra del traditore, Giuda Iscariota. Il Regno si serve di una comunità imperfetta ma riconciliata.
Le Istruzioni del Mandato: La Logica del Dono (10,5-8)
Il brano si conclude con il discorso di invio. Gesù traccia i confini spaziali e lo stile della missione:
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La restrizione geografica: «Non andate fra i pagani… rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele». In questa prima fase, la narrazione si concentra sul nucleo originario dell’Alleanza. Israele ha la precedenza perché deve essere sanato per poter diventare, a sua volta, luce delle nazioni.
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Le azioni regali: Il comando è altissimo: «Guarite i malati, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, scacciate i demoni». Gli apostoli non devono fare discorsi teorici, ma compiere gesti di liberazione fisica ed esistenziale. Devono ripetere ciò che hanno “masticato” (trōgein) vedendo agire il Maestro.
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La Regola d’Oro: Il testo si sigilla con un imperativo assoluto che definisce lo stile e la trasparenza dell’inviato:
«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
Gesù invia questi uomini con istruzioni precise e restrittive per questa prima fase: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele». Il loro compito è imitare le azioni del Protagonista: annunciare che il Regno è vicino, guarire i malati, risorgere i morti, sanare i lebbrosi. Il brano si chiude con l’imperativo che definisce lo stile dello stile apostolico: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». La salvezza non è una merce di scambio commerciale. Gli apostoli hanno ricevuto l’autorità come puro dono d’amore dal cuore viscerale di Gesù; per questo, non possono venderla o strumentalizzarla per profitto personale.
Lunedì 8 giugno 2026
Abbazia Santa Maria di Pulsano