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Per scaricare l’articolo clicca qui: Lectio Narrativa SS. Corpo E Sangue Di Cristo A 2026

Lectio narrativa

Ss. CORPO E SANGUE DI CRISTO (s) A

Domenica del «discorso del Pane vivente disceso dal cielo»

Gv 6,51-58 (leggi 6,51-71); Dt 8,2-3.14b-16 (leggi 8,2-16); Sal 147; 1 Cor 10,16-17

La Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Corpus Domini, Anno A) celebra il mistero dell’Eucaristia. Nel rito latino, le letture di questa domenica non parlano di un rito statico, ma mettono in scena il cammino, la fame, la memoria e l’unione vitale.

Ecco la lectio narrativa dei testi liturgici dell’Anno A per la Solennità del Corpo e Sangue di Cristo:

1. Prima Lettura (Deuteronomio 8,2-16)

  • Il movimento del racconto: Mosè parla al popolo alla fine del lungo viaggio nel deserto. È il momento del bilancio. Il leader si rivolge alla memoria collettiva dicendo: “Ricordati di tutto il cammino… non dimenticare il tuo Dio”.

  • Lectio Narrativa: Mosè evoca una scenografia ostile: un deserto immenso, popolato da serpenti velenosi e scorpioni, una terra arida e senz’acqua. In questa terra della morte, Dio compie due azioni da nutritore: fa scaturire l’acqua dalla roccia dura e fa cadere dal cielo la manna, un cibo sconosciuto sia ai padri che ai figli.

  • Il nodo drammatico: Il cibo e l’acqua non servono solo a riempire la pancia, ma a svelare un’intenzione pedagogica: “per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore”. La fame diventa lo spazio in cui il personaggio impara a fidarsi di una Parola che nutre più della materia.

2. Seconda Lettura (1 Corinzi 10,16-17)

  • Il movimento del racconto: San Paolo interviene nelle dinamiche di una comunità divisa (Corinto), usando due oggetti concreti della cena: il calice della benedizione e il pane spezzato.

  • Lectio Narrativa: Paolo interroga i lettori con domande retoriche che costringono a guardare l’atto del mangiare sotto una nuova luce: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo?».

  • Il termine chiave è Koinonìa (comunione/unione intima). Narrativamente, il pane smette di essere un cibo individuale. Il gesto di spezzare l’unico pane e distribuirlo produce un effetto comunitario immediato: “Poiché vi è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo”. Moltiplicando i commensali, non si divide il corpo, ma si uniscono le diversità dei personaggi.

3. L’Evangelo (Giovanni 6,51-58)

  • Il contesto e il conflitto: Siamo nella sinagoga di Cafarnao. Gesù ha appena moltiplicato i pani. La folla lo cerca per avere altro pane materiale, ma Gesù compie una svolta radicale nel discorso, scatenando una dura discussione («I Giudei si misero a discutere aspramente fra loro»).

          [La Folla] ───(Cerca il pane dello stomaco)───► [Gesù]
             [I Giudei] ◄───(Mormorano e discutono)───────────┘
           "Come può costui darci la sua carne?"
  • Lectio Narrativa:

    1. L’Iperbole dello Scandalo: Gesù usa parole crude, quasi cruente, che feriscono la sensibilità rituale ebraica (che proibiva tassativamente di bere il sangue). Dice: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita». Il verbo greco usato per “mangiare” qui non è il classico phagein (mangiare in modo nobile/intellettuale), ma trōgein, che significa letteralmente “masticare, sgranocchiare”. Gesù spinge il realismo dell’Eucaristia al massimo: non è un simbolo astratto, va masticato con i denti della fede.

    2. Il Dinamismo della Dimora: Gesù svela l’effetto narrativo e spirituale di questo cibo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». È il mistero della reciprocità abitativa. Il cibo normale viene assimilato dal corpo dell’uomo; il cibo eucaristico, al contrario, assimila l’uomo a Cristo, facendolo dimorare nella vita stessa di Dio.

    3. Il superamento dei Padri: Il brano si chiude legandosi alla prima lettura. Il pane del cielo non è come la manna del deserto, che dava una sopravvivenza temporanea («I vostri padri hanno mangiato la manna e sono morti»). Questo nuovo alimento spezza il finale tragico della parabola umana: chi mastica questo pane vivrà in eterno, perché entra nella stessa corrente di vita che unisce il Padre vivente al Figlio.

Analisi del termine greco “Trōgein” (Masticare) rispetto all’ascolto della Parola

Per comprendere a fondo come il verbo greco τρώγω (trōgō/trōgein) — utilizzato da Gesù nel Discorso di Cafarnao per indicare il “masticare” la sua carne [Gv 6,54] — ridefinisca l’ascolto della Parola di Dio, occorre entrare nella mentalità semitica e nella successiva prassi monastica, dove l’incontro con la Scrittura è un esercizio organico e viscerale.

Masticare (ruminare) la Parola significa passare da una ricezione puramente intellettuale a un’assimilazione esistenziale attraverso tre dinamiche precise:

1. La Ruminatio e il mormorio fisico

Nel mondo antico, l’ascolto e la lettura della Parola non erano mai atti puramente visivi o silenziosi. Leggere significava pronunciare la Parola a bassa voce.

  • L’atto del ruminare: I Padri della Chiesa hanno coniato il termine ruminatio (il ruminare dei bovini) per descrivere la meditazione biblica. Proprio come l’animale richiama il cibo dallo stomaco alla bocca per triturarlo di nuovo per assimilarlo, il credente richiama alla memoria il versetto ascoltato durante la liturgia e lo “rimastica” lungo la giornata attraverso la ripetizione continua.

  • La Parola in bocca: Il termine ebraico per indicare la meditazione, hagah, significa letteralmente “emettere un suono sommesso”, “mormorare”. Masticare la Parola (trōgein) significa farla risuonare fisicamente sulle labbra finché non penetra nelle pieghe del cuore.

2. Spezzare la scorza della Lettera

La Scrittura si presenta spesso come un cibo coriaceo. Ci sono testi duri, oscuri o esigenti (si pensi ai divieti radicali del Discorso della Montagna come il “non giudicare” o il “non giurare” che abbiamo analizzato in precedenza).

  • L’intelletto non basta: Se ci si accosta alla Scrittura solo con il verbo phagein (il mangiare intellettuale), davanti alle contraddizioni o alle asperità del testo la mente si arrende o si scandalizza, esattamente come fecero i Giudei a Cafarnao [Gv 6,52].

  • Il lavoro dei denti: Usare il trōgein sulla Parola significa esercitare la pazienza dello scavo teologico e spirituale. Bisogna “sgranocchiare” il testo duro con i denti della preghiera, dello studio e del silenzio, faticando sulla lettera per spaccarla e poterne finalmente gustare il midollo nascosto, che è lo Spirito di Cristo.

3. La trasformazione del soggetto: l’assimilazione rovesciata

Quando l’essere umano mangia e mastica il cibo quotidiano, è il corpo umano che assimila la materia, trasformandola in se stesso. Con la Parola e l’Eucaristia avviene l’esatto contrario, un paradosso digestivo:

  • Diventare ciò che si mastica: Masticando la Parola di Dio, è la Parola che assimila l’uomo. Il testo sacro entra nelle fibre dei pensieri, dei sentimenti e delle decisioni del credente, fino a trasformarlo.

  • Chi mastica abitualmente l’Evangelo smette progressivamente di pensare secondo i criteri del mondo e inizia a operare secondo i criteri di Dio. La Parola “masticata” diventa carne della propria carne, trasformando il discepolo in un’omelia vivente.

La sintesi: Dallo Spazio al Corpo

Questo legame profondo tra il masticare la Parola e il masticare il Pane spiega perché l’antica architettura cristiana, come l’ambone siriaco posto in mezzo alla navata [marcantonioarchitects.com], mettesse fisicamente il libro dell’Evangelo al centro del popolo. L’assemblea circondava il bema per ricevere la prima parte del nutrimento (la Parola triturata dall’omelia), per poi muoversi verso l’altare e ricevere il medesimo nutrimento nel segno del Sacramento.

Conflitto narrativo finale nel capitolo 6 di Giovanni, dove molti discepoli abbandonano Gesù proprio a causa del verbo trōgein [Gv 6,60-66].

Il conflitto narrativo che chiude il capitolo 6 dell’Evangelo di Giovanni (vv. 60-66) rappresenta uno dei momenti più drammatici e vertiginosi di tutto il Nuovo Testamento. Da un punto di vista della struttura del racconto, assistiamo al collasso del consenso attorno al Protagonista: la folla oceanica che all’inizio del capitolo lo cercava per farlo re dopo la moltiplicazione dei pani, ora si frammenta, si scandalizza e si dilegua. Il motore di questa rottura drammatica è proprio l’intransigenza linguistica di Gesù, condensata nel passaggio dal “mangiare concettuale” (phagein) al “masticare crudo” (trōgein).

Ecco l’analisi delle dinamiche narrative e dei conflitti di questo passaggio:

1. La reazione dei discepoli: «Questo linguaggio è duro» (v. 60)

Il conflitto non esplode tra i nemici dichiarati di Gesù (i capi dei Giudei), ma all’interno della cerchia dei suoi stessi discepoli (mathētai), cioè coloro che lo seguivano già da tempo.

  • La protesta: «Questa parola è dura (sklerós); chi può ascoltarla?». Il termine greco sklerós non significa “difficile da capire” (astrusa), ma “coriacea, intollerabile, tagliente”.

  • Il nodo del conflitto: I discepoli rifiutano l’immagine di un Messia da “masticare” con i denti (trōgein). Loro cercavano un leader ideologico, un maestro di etica o un re politico che distribuisse pani gratis. L’insistenza di Gesù sulla sua carne da triturare e sul suo sangue da bere ferisce la loro sensibilità religiosa ed estetica. È un linguaggio troppo carnale e umiliante per le loro aspettative gloriose.

2. La mossa del Protagonista: Il ribaltamento dello Scandalo (vv. 61-63)

Gesù, che narrativamente «conosce in se stesso» il mormorio dei suoi, non corregge il tiro, non dice di essere stato “frainteso” e non ammorbidisce i termini per non perdere seguaci. Al contrario, rilancia la provocazione con due mosse narrative:

  • Lo shock dell’Ascensione: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?». Gesù lega lo scandalo del “masticare” la sua carne quaggiù allo scandalo della sua futura umiliazione e glorificazione sulla Croce (l’innalzamento). Se non accettano l’intimità fisica dell’Evangelo ora, come accetteranno il fallimento apparente della sua morte?

  • Lo Spirito e la Carne: «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla». Questa battuta è fondamentale: Gesù non sta dicendo che la sua carne non è reale (ha appena usato il verbo trōgein!), ma che l’atto del masticare serve a qualcosa solo se si riceve lo Spirito Santo. Senza lo Spirito, la divina liturgia e l’Evangelo rimangono una macabra bizzarria antropofagica; con lo Spirito, quel masticare diventa il portale della vita eterna.

3. La frattura narrativa: Il retrocedere dei discepoli (vv. 64-66)

Il culmine drammatico si consuma al versetto 66, un testo che nella lingua greca originale possiede una precisione chirurgica:

«Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro (apēlthon eis ta opisō) e non andavano più con lui».

  • Il movimento dello spazio: L’espressione eis ta opisō significa letteralmente “verso le cose lasciate dietro”. Narrativamente, i discepoli compiono un’inversione di marcia spaziale ed esistenziale. Abbandonano il cammino verso il futuro del Regno e ritornano al loro passato, alle loro vecchie sicurezze, alla sinagoga comoda, al “chiesese” protettivo e al mangiare concettuale che non mette in crisi la vita.

  • La solitudine di Gesù: Il cerchio si stringe. Il Protagonista rimane solo sulla scena con i soli Dodici apostoli, ponendo loro la domanda più radicale di tutto il Vangelo: «Volete andarvene anche voi?».

In sintesi: Il filtro del Trōgein

Il verbo trōgein ha agito nella narrazione di Giovanni come un potente filtro selettivo. Ha separato i consumatori di miracoli dai veri discepoli. Ha dimostrato che l’ascolto della Parola e la partecipazione all’Eucaristia non ammettono neutralità: o si accetta di “masticare” la realtà scomoda di un Dio fatto carne che sconvolge i nostri schemi, o si è costretti a voltare le spalle e a ritornare nelle tenebre delle proprie certezze.

Analizziamo la famosa risposta di Pietro («Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna») che chiude questo conflitto salvando il piccolo resto della comunità.

La risposta di Pietro («Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna», Giovanni 6,68) chiude il drammatico conflitto di Cafarnao con un colpo di scena teologico e narrativo. Dopo la fuga di massa dei discepoli scandalizzati dal verbo trōgein [Gv 6,60-66], Gesù stringe l’inquadratura sui Dodici e lancia una domanda provocatoria, quasi una sfida: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67).

In quel momento di silenzio e solitudine, Pietro prende la parola a nome del “piccolo resto”. La sua replica in greco è un capolavoro di dinamica narrativa e psicologica:

1. Il disorientamento spaziale: «Da chi andremo?» (Pros tína apelousómetha)

Pietro non risponde con un’affermazione trionfante di eroismo o di perfetta comprensione intellettuale. La sua prima reazione è una domanda che esprime un sano smarrimento esistenziale.

  • La trappola del passato: Pietro capisce che l’alternativa a Gesù non è un’altra via di salvezza, ma il nulla. “Tornare indietro” (eis ta opisō), come hanno appena fatto gli altri discepoli, significherebbe ritornare a una vita piatta [Gv 6,66].

  • La prigionia del cuore: Avendo “masticato” la vicinanza di Gesù per mesi, il cuore dei Dodici è ormai talmente dilatato che nessun altro maestro e nessuna sinagoga tradizionale potrebbero più soddisfarlo. Pietro confessa un’inabilità felice: siamo “prigionieri” di un amore che ci destabilizza, ma fuori da qui non c’è vita.

2. Il ribaltamento del nutrimento: «Tu hai parole…» (Rhēmata zōēs aiōníou écheis)

Qui si consuma il nucleo della lectio narrativa. Gesù ha appena parlato per tutto il capitolo del dovere di masticare la sua carne e il suo sangue [Gv 6,53-56]. Pietro, per spiegare perché resta, non dice “noi vogliamo mangiare la tua carne”, ma dice: «Tu hai parole».

  • La Parola è Carne: Pietro ha intuito la convergenza profonda che abbiamo analizzato tra la mensa del pane e la mensa della Parola. Le parole (rhēmata) di Gesù non sono discorsi informativi o lezioni accademiche. Sono parole “masticabili” (trōgein), dense di Spirito e Vita [Gv 6,63].

  • La qualità della Vita: Non sono parole che promettono una sopravvivenza biologica infinita, ma parole di vita eterna (aiōnios), cioè di una vita qualitativamente divina, capace di sconfiggere la morte e la paura fin da ora, nel presente della storia.

3. La Fede come affidamento, non come evidenza (v. 69)

Pietro conclude con una dichiarazione di fede espressa attraverso due verbi al perfetto greco:

«E noi abbiamo creduto (pepisteúkamen) e conosciuto (egnōkamen) che tu sei il Santo di Dio».

  • L’ordine dei fattori: Nell’Evangelo di Giovanni, prima viene il credere (l’affidarsi relazionale) e poi viene il conoscere (la comprensione intellettuale). Pietro non dice: “Abbiamo capito tutto il teorema del trōgein, perciò restiamo”. Dice l’opposto: “Non abbiamo capito tutto, ma ci fidiamo di Te”.

  • Il Santo di Dio: Riconoscendo Gesù come il “Santo”, Pietro accetta il Mistero. Il Santo è l’Alterità, colui che scardina i nostri ragionamenti umani e le nostre casistiche religiose.

   [La Folla e i falsi discepoli]: Vogliono capire/comprare ──► Non capiscono ──► Fuggono (Tenebre) 
   [Pietro e il piccolo resto]:   Si fidano della Persona  ──► Accettano il mistero ──► Restano (Luce)

Il finale amaro: l’ombra dell’infiltrato (vv. 70-71)

L’effetto sollievo della risposta di Pietro viene immediatamente spezzato dall’ultima battuta di Gesù, che introduce una nota tragica: «Non vi ho forse scelti io, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!».

L’evangelista specifica che parlava di Giuda Iscariota. Narrativamente, questo finale serve a ricordare al lettore che si può “restare” fisicamente nel piccolo resto, si può stare seduti sul bema o nei banchi della chiesa moderna [marcantonioarchitects.com], pur avendo il cuore totalmente allineato con le tenebre di chi è fuggito. Giuda è colui che mastica il pane di Gesù con i denti, ma rifiuta di lasciarsi masticare e trasformare dalla sua Parola.

Lunedì 1 giugno 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano