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Mt 3,1-12; Is 11,1-10; Sal 71; Rm 15,4-9
1. Voce di uno che grida nel deserto
Voce di uno che grida nel deserto: «Preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio» (Is 40, 3). Dichiara apertamente che le cose riferite nel vaticinio, e cioè l’avvento della gloria del Signore e la manifestazione a tutta l’umanità della salvezza di Dio, avverranno non in Gerusalemme, ma nel deserto. E questo si è realizzato storicamente e letteralmente quando Giovanni Battista predicò il salutare avvento di Dio nel deserto del Giordano, dove appunto si manifestò la salvezza di Dio. Infatti Cristo e la sua gloria apparvero chiaramente a tutti quando, dopo il suo battesimo, si aprirono i cieli e lo Spirito Santo, scendendo in forma di colomba, si posò su di lui e risuonò la voce del Padre che rendeva testimonianza al Figlio: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo» (Mt 17, 5).
Ma tutto ciò va inteso anche in un senso allegorico. Dio stava per venire in quel deserto, da sempre impervio e inaccessibile, che era l’umanità. Questa infatti era un deserto completamente chiuso alla conoscenza di Dio e sbarrato a ogni giusto e profeta. Quella voce, però, impone di aprire una strada verso di esso al Verbo di Dio; comanda di appianare il terreno accidentato e scosceso che ad esso conduce, perché venendo possa entrarvi: Preparate la via del Signore (cfr. Ml 3, 1). Preparazione è l’evangelizzazione del mondo, è la grazia confortatrice. Esse comunicano all’umanità al conoscenza della salvezza di Dio. «Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme» (Is 40, 9).
Prima si era parlato della voce risuonante nel deserto, ora, con queste espressioni, si fa allusione, in maniera piuttosto pittoresca, agli annunziatori più immediati della venuta di Dio e alla sua venuta stessa. Infatti prima si parla della profezia di Giovanni Battista e poi degli evangelizzatori.
Ma qual è la Sion a cui si riferiscono quelle parole? Certo quella che prima si chiamava Gerusalemme. Anch’essa infatti era un monte, come afferma la Scrittura quando dice: «Il monte Sion, dove hai preso dimora» (Sal 73, 2); e l’Apostolo: «Vi siete accostati al monte di Sion» (Eb 12, 22). Ma in un senso superiore la Sion, che rende nota le venuta di Cristo, è il coro degli apostoli, scelto di mezzo al popolo della circoncisione. Si, questa, infatti, è la Sion e la Gerusalemme che accolse la salvezza di Dio e che è posta sopra il monte di Dio, è fondata, cioè, sull’unigenito Verbo del Padre. A lei comanda di salire prima su un monte sublime, e di annunziare, poi, la salvezza di Dio. Di chi è figura, infatti, colui che reca liete notizie se non della schiera degli evangelizzatori? E che cosa significa evangelizzare se non portare a tutti gli uomini, e anzitutto alle città di Giuda, il buon annunzio della venuta di Cristo in terra?
(Dal «Commento sul profeta Isaia» di Eusebio, vescovo di Cesarea. PG 24, 366-367)
2. La figura del Battista
In quei giorni venne Giovanni a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: “Pentitevi, perché il regno dei cieli è vicino“, ecc. In Giovanni bisogna esaminare il luogo, la predicazione, il vestito, il cibo, e ciò per ricordarci che la verità dei fatti non è compromessa, se la ragione di una intelligenza interiore soggiace al compimento dei fatti. Avrebbe potuto esserci, per lui che predicava, un luogo piú opportuno, un vestito piú comodo e un cibo piú appropriato, ma sotto i fatti c`è un esempio nel quale l`atto compiuto è di per sé una preparazione. Giunge infatti nel deserto della Giudea, regione deserta quanto alla presenza di Dio, non del popolo, e vuota quanto all`abitazione dello Spirito Santo, non degli uomini, di modo che il luogo della predicazione attestava l`abbandono di coloro ai quali la predicazione era stata indirizzata. Siccome il regno dei cieli è vicino, egli lancia anche un invito a pentirsi, grazie al quale si torna indietro dall`errore, ci si distoglie dalla colpa e ci si impegna a rinunziare ai vizi dopo averne arrossito, perché egli voleva che la deserta Giudea si ricordasse che doveva ricevere colui nel quale si trova il regno dei cieli, per non essere piú vuota in futuro, a condizione di essersi purificata dai vizi di un tempo mediante la confessione del pentimento. La veste intessuta anche con peli di cammello sta a indicare la fisionomia esotica di questa predicazione profetica: è con spoglie di bestie impure, alle quali siamo pareggiati, che si veste il predicatore di Cristo; e tutto ciò che in noi era stato in precedenza o inutile o sordido è reso santo dall`abito di profeta. Il circondarsi di una cintura è una disposizione efficace per ogni opera buona, nel senso che abbiamo la nostra volontà cinta per ogni forma di servizio a Cristo. Per cibo inoltre egli sceglie delle locuste che fuggono davanti all`uomo e che volano via ogni volta che ci sentono arrivare: siamo noi, quando ci allontaniamo da ogni parola dei profeti e da ogni rapporto con essi lasciandoci analogamente portar via dai salti dei nostri colpi. Con una volontà errante, con opere inefficaci, con parole lamentose, con una dimora da stranieri, noi siamo ora quel che costituisce il nutrimento dei santi e l`appagamento dei profeti, essendo scelti nello stesso tempo del miele selvatico per fornire proveniente da noi, il cibo piú dolce, estratto non dagli alveari della Legge, ma dai nostri tronchi di alberi silvestri.
Predicando dunque in quest`abito, Giovanni chiama i Farisei e i Sadducei che vengono al battesimo “razza di vipere“: li esorta a produrre un “frutto degno di penitenza” e a non gloriarsi di “avere Abramo per Padre“, perché Dio, da pietre, è capace di suscitare figli ad Abramo. Non è richiesta infatti la discendenza carnale, ma l`eredità della fede. Pertanto il prestigio della discendenza consiste nel carattere esemplare delle azioni e la gloria della razza è conservata dall`imitazione della fede. Il diavolo è senza fede, Abramo ha la fede; l`uno infatti ha dimostrato la sua cattiva fede al tempo della disobbedienza dell’uomo, l`altro invece è stato giudicato mediante la fede. Si acquisiscono dunque i costumi e il genere di vita dell`uno o dell`altro grazie all`affinità di una parentela che fa sí che quanti hanno la fede sono discendenza di Abramo per la fede, e quanti non l`hanno sono mutati in progenie del diavolo per l`incredulità, giacché i Farisei sono chiamati razza di vipere e il gloriarsi di avere un padre santo è loro vietato, giacché da pietre e rocce sorgono figli ad Abramo ed essi sono invitati a produrre frutti degni di penitenza, di modo che coloro che avevano avuto prima per padre il diavolo ridiventino figli d’Abramo per la fede con quelli che sorgeranno dalle pietre. La scure posta alla radice degli alberi testimonia il diritto della potenza che agisce in Cristo, perché essa indica che, abbattendo e bruciando gli alberi sterili, si prepara la rovina dell’inutile incredulità in vista della conflagrazione del giudizio. E col pretesto che l’opera della legge era ormai inutile per la salvezza e che egli si era presentato come messaggero a coloro che dovevano essere battezzati in vista del pentimento il dovere dei profeti, infatti, consisteva nel distogliere dai peccati, mentre era proprio di Cristo salvare i credenti,Giovanni dice che egli battezza in vista del pentimento, ma che verrà uno piú forte, i cui sandali egli non è degno di incaricarsi di portare, lasciando agli apostoli la gloria di portare ovunque la predicazione, poiché ad essi era riservato di annunciare coi loro bei piedi la pace di Dio. Fa dunque allusione all`ora della nostra salvezza e del nostro giudizio, quando dice a proposito del Signore: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” – poiché a quanti sono battezzati in Spirito Santo resta di essere consumati dal fuoco del giudizio – “e avendo in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile“. L’opera del ventilabro consiste nel separare ciò che è fecondo da ciò che non lo è. Messo nella mano del Signore, indica il verdetto della sua potenza che calcina col fuoco del giudizio il grano che deve essere riposto nei granai e sono i frutti giunti a maturità dei credenti e, d’altra parte, la pula, vacuità degli uomini inutili e sterili.
(Ilario di Poitiers, In Matth. 2, 2-4)
3. La preghiera deve essere unita alle opere
E ancora, coloro che pregano non si presentino a Dio con preghiere spoglie, non accompagnate da frutti. E` inefficace la preghiera a Dio, se è sterile. Come ogni albero che non dà alcun frutto è tagliato e gettato nel fuoco (cf. Mt 3,10), cosí pure una preghiera che non ha frutto non può propiziarsi Iddio, non essendo feconda di opere. Appunto la divina Scrittura dice: “Buona è la preghiera unita al digiuno e all`elemosina” (Tb 12,8).
Ecco, colui che nel giorno del giudizio renderà a ciascuno il premio per le sue opere ed elemosine, oggi ascolta benigno colui che viene alla preghiera con le opere.
(Cipriano di Cartagine, De orat. dom. 32)
4. La tolleranza nella Chiesa
Abbi oltremodo per certo e non dubitare in alcun modo, che il campo di Dio è la Chiesa cattolica, e nel suo recinto sono contenuti, sino alla fine del mondo, la paglia assieme al grano, cioè si mischiano, nella comunione dei sacramenti, buoni e cattivi; e in ogni ufficio, sia di chierici, come di monaci o di laici, ci sono, insieme, buoni e cattivi. Né sono da abbandonare i buoni per il fatto che ci sono i cattivi, ma in considerazione dei buoni, devono essere tollerati i cattivi nella misura richiesta dalla fede e dalla carità, cioè, se nella Chiesa non spargono semi di eresia, o con esiziale imitazione non portano i fratelli a qualche malvagia impresa. Neppure è possibile che chi nella Chiesa cattolica crede con rettitudine e vive bene si macchi mai del peccato di altri, se egli non offre a colui che pecca né consenso, né favore. Ed è ben utile che i cattivi siano tollerati, all`interno della Chiesa, dai buoni, se con essi si agisce cosí, vivendo bene e ammonendo bene, affinché vedendo e sentendo le cose che sono buone, essi guardino le proprie opere malvagie, e giudicando sé stessi da Dio per le proprie opere malvagie si ravvedano; e cosí, prevenuti dal dono della grazia, arrossiscano delle loro iniquità, e per la misericordia di Dio si convertano ad una vita buona. Ora poi, per la diversità delle opere, nella Chiesa, in quanto cattolica, i buoni devono essere separati dai cattivi, affinché con coloro con i quali comunicano i divini sacramenti non abbiano in comune le cattive opere, per le quali questi sono biasimevoli.
Alla fine del mondo, per certo, i buoni dovranno essere separati dai cattivi anche nel corpo, quando verrà Cristo col “ventilabro in mano e pulirà la sua aia e ammasserà il suo grano nel granaio, e brucerà la paglia col fuoco inestinguibile” (Mt 3,12), allorché con giusto giudizio separerà i giusti dagli ingiusti, i buoni dai cattivi, i retti dai perversi; e metterà i buoni alla destra, i cattivi alla sinistra, e pronunciata dalla sua bocca di giudice giusto ed eterno l`immutabile sentenza, i cattivi tutti “andranno al fuoco eterno, i giusti poi alla vita eterna” (Mt 25,46); i cattivi bruceranno sempre col diavolo, i giusti invece regneranno senza fine con Cristo.
(Fulgenzio di Ruspe, De fide ad Petrum, 86)
5. Giovanni la voce. Cristo la Parola. La voce ritenuta la Parola.
Giovanni la voce, il Signore, invece, in principio era il Verbo. Giovanni voce nel tempo, Cristo in principio Parola eterna. Togli la parola, che cos’è la voce? Non ha nulla di intelligibile, è strepito a vuoto. La voce, senza la parola, colpisce l’orecchio, non apporta nulla alla mente. Nondimeno, proprio nell’edificazione della nostra mente, ci rendiamo conto dell’ordine delle cose. Se penso a quel che dirò, la parola è già dentro di me; ma, volendo parlare a te, cerco in qual modo sia anche nella tua mente ciò che è già nella mia. Cercando come possa arrivare a te e trovar posto nella tua mente la parola che occupa già la mia, mi servo della voce e, mediante la voce, ti parlo. Il suono della voce ti reca l’intelligenza della parola; appena il suono della voce ti ha recato l’intelligenza della parola, il suono stesso passa oltre; ma la parola, a te recata dal suono, è ormai nella tua mente e non si è allontanata dalla mia. Perciò il suono, proprio il suono, quando la parola è penetrata in te, non ti sembra dire: Egli deve crescere ed io, invece, diminuire? La sonorità della voce ha vibrato nel far servizio, quindi si è allontanata, come per dire: Questa mia gioia è completa. Conserviamo la parola, badiamo a non perdere la parola concepita nel profondo dell’essere.
Vuoi aver la prova che la voce passa e il Verbo rimane? Dov’è ora il battesimo di Giovanni? Egli adempì il suo servizio e scomparve. Ora si accorre con frequenza al Battesimo di Cristo. Tutti siamo credenti in Cristo, speriamo salvezza in Cristo: questo annunziò la voce. E poiché è certo difficile distinguere la parola dalla voce, anche lo stesso Giovanni fu ritenuto il Cristo. La voce fu creduta la Parola: ma la voce riconobbe se stessa per non recare danno alla Parola. Disse: Io non sono il Cristo, né Elia, né un profeta. Gli fu chiesto: Dunque, chi sei? Io sono – disse – la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via al Signore. Voce di uno che grida nel deserto, voce di uno che rompe il silenzio.
Preparate la via al Signore, quasi a dire: per questo io grido, per introdurre lui nel cuore; ma non può degnarsi di venire per dove voglio introdurlo se non preparerete la via. Che vuol dire: preparate la via, se non: elevate suppliche degne? Che vuoi dire: preparate la via, se non: siate umili nei vostri pensieri?
Da lui stesso prendete esempio di umiltà. È ritenuto il Cristo, afferma di non essere quel che viene creduto, né sfrutta per il suo prestigio l’errore altrui. Se avesse detto: Sono io il Cristo, con quanta facilità egli non avrebbe convinto, dal momento che se ne aveva la persuasione prima ancora che parlasse? Non lo disse: si riconobbe, si distinse, si umiliò. Avvertì dov’era per lui la salvezza: comprese di essere lucerna ed ebbe timore perché non venisse spenta dal vento della superbia.
(S. Agostino, DISCORSO 293,3)
6. Precursore della nascita e della morte di Cristo
Il beato precursore della nascita del Signore, della sua predicazione e della sua morte, dimostrò una forza degna degli sguardi celesti nel suo combattimento. Anche se agli occhi degli uomini ebbe a subire tormenti, la sua speranza è piena di immortalità, come dice la Scrittura (cfr. Sap 3, 4). E’ ben giusto che noi ricordiamo con solenne celebrazione il suo giorno natalizio. Egli lo rese memorabile con la sua passione e lo imporporò del suo sangue. E’ cosa santa venerarne la memoria e celebrarla in gioia di spirito. Egli confermò con il martirio la testimonianza che aveva dato per il Signore. San Giovanni subì il carcere e le catene a testimonianza per il nostro Redentore, perché doveva prepararne la strada. Per lui diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, ma solo di tacere la verità. Tuttavia morì per Cristo.
Cristo ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6), perciò proprio per Cristo versò il sangue, perché lo versò per la verità. E siccome col nascere, col predicare, col battezzare doveva dare testimonianza a colui che sarebbe nato, avrebbe predicato e battezzato, così soffrendo segnalò anche che il Cristo avrebbe sofferto.
Un uomo di tale e tanta grandezza pose termine alla vita presente con lo spargimento del sangue dopo la lunga sofferenza della catene. Egli annunziava la libertà della pace superna e fu gettato in prigione dagli empi. Fu rinchiuso nell’oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina. Fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo, di udire la voce del Padre su di lui e di vedere la grazia dello Spirito Santo scendere sopra di lui.
Ma a persone come lui non doveva riuscire gravoso, anzi facile e bello sopportare per la verità tormenti transitori ripagabili con le gioie eterne. Per uno come lui la morte non riusciva un evento ineluttabile o una dura necessità. Era piuttosto un premio, una palma di vita eterna per la confessione del nome di Cristo.
Perciò ben dice l’Apostolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). Chiama grazia di Cristo che gli eletti soffrano per lui: «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi» (Rm 8,18).
(San Beda, il Venerabile, Ora. 23; CCL 122, 354. 356. 357)
7. Giovanni è più che un profeta; nel disprezzo di sé esalta Cristo.
2. Vi furono dei profeti prima di Giovanni, e molti, e grandi, e santi, degni di Dio, pieni di Dio, che preannunziavano il Salvatore, testimoni della verità. Nondimeno, di nessuno di loro si potè dire quel che fu detto di Giovanni: Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista. A che mira una tale grandezza inviata a precedere il Grande? Alla testimonianza di una profonda umiltà. Era tale infatti la sua potenza da poter essere ritenuto il Cristo. Giovanni avrebbe potuto sfruttare l’errore degli uomini anche senza darsi da fare a persuadere di essere il Cristo, perché, pur tacendo da parte sua, già glielo attribuivano quanti lo ascoltavano e lo vedevano. Non era suo compito seminare l’errore, ma di incoraggiare alla fedeltà. Ma, quale umile amico dello Sposo, pieno di zelo verso lo Sposo, egli non si sostituisce, da adultero, allo Sposo, rende testimonianza all’amico suo, si fa anche premura di presentare alla sposa Colui che era il vero Sposo; per essere amato in lui, ha in orrore di essere amato al suo posto. Chi possiede la sposa – dice – è lo sposo. E, come se tu chiedessi: E che dici di te? Ma l’amico dello sposo – dice – è lì in piedi e l’ascolta, ed è pieno di gioia alla voce dello sposo. È lì in piedi ed ascolta: il discepolo ascolta il maestro; è in piedi perché ascolta; perché, se non ascolta, cade. È un fatto che vale a garantire perfettamente la dignità di Giovanni; infatti, pur potendo farsi valere quale il Cristo, preferì rendere testimonianza a Cristo, attirare l’attenzione su di lui, abbassarsi, piuttosto che essere accolto in suo luogo e venire a mancare a se stesso. A ragione è stato riconosciuto più che un profeta.
Quanto ai Profeti, infatti, che vissero prima della venuta del Signore, così dice il Signore stesso: Molti Profeti e giusti hanno desiderato vedere quel che voi vedete e non lo videro. In realtà, coloro che erano ripieni dello Spirito di Dio, per annunziare il Cristo venturo, bramavano vederlo presente sulla terra, se fosse stato possibile. Ecco perché quel ben noto Simeone desiderava fosse differita la sua separazione dal mondo per vedere nato Colui per il quale era stato creato il mondo. E proprio a lui fu concesso vedere neonato il Verbo di Dio, nella carne; ma non insegnava ancora, non era ancora pubblicamente il maestro Colui che, presso il Padre, era appunto il maestro degli angeli. Lo vide, dunque, Simeone, ma neonato; Giovanni, al contrario, quando già evangelizzava, già procedeva alla scelta dei discepoli. Dove? Presso il fiume Giordano. Di là ebbe inizio infatti il magistero di Cristo. Ivi fu raccomandato il battesimo che avrebbe impartito Cristo, in quanto si assunse il compito del battesimo che doveva precedere, di preparare la via, dicendo: Preparate la via al Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Volle perciò il Signore essere battezzato dal servo, perché vedessero che cosa ricevono coloro che vengono battezzati dal Signore. Di qui dunque il progredire di quanto giustamente aveva anticipato la profezia: Dominerà da mare a mare e dal fiume fino ai confini della terra. Presso quel fiume dal quale Cristo dette inizio al suo dominio, Giovanni potè vederlo, lo conobbe, gli rese testimonianza. Si abbassò davanti al potente, così che, dal potente, l’umile venisse esaltato. E si presentò quale amico dello Sposo: e in che modo amico? alla pari con lui forse? Lungi da noi: di gran lunga inferiore. Inferiore di quanto? Non sono degno – disse -di sciogliere il legaccio del suo sandalo. Questo Profeta, anzi, più che profeta, meritò di essere preannunziato da un Profeta. A suo riguardo, infatti, Isaia disse ciò di cui oggi ci è stata data lettura: Voce di colui che grida nel deserto: Preparate la via al Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni valle sarà colmata e ogni monte e colle sarà abbassato; le vie tortuose diventeranno diritte e quelle scoscese pianure; ed ogni uomo vedrà la salvezza di Dio. Grida: Che cosa griderò? Ogni uomo è come l’erba, e tutta la sua gloria come un fiore del campo: secca l’erba, il fiore appassisce, ma la Parola del Signore dura sempre. Faccia attenzione la Carità vostra. Giovanni, richiesto se fosse il Cristo, o Elia, o uno dei Profeti, disse: Non sono il Cristo, né Elia, né un profeta. E quelli: Chi sei, dunque? Io sono la voce di uno che grida nel deserto. Disse di sé che era voce. Tu hai Giovanni quale voce. Che hai quale Cristo se non il Verbo? Si fa precedere la voce perché poi sia inteso il Verbo. E quale Verbo? Ascolta chi te lo sa rivelare chiaramente: In principio – dice – era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio: Egli era in principio presso Dio. Per mezzo di lui sono state create tutte le cose e nulla è stato creato senza di lui. Se ha creato tutte le cose, anche Giovanni.
Di che ci meravigliamo se il Verbo si creò una voce? Osserva, osserva l’uno e l’altra presso il fiume, e la voce e il Verbo. La voce: Giovanni, il Verbo: Cristo.
Quale differenza tra voce e parole.
3. Indaghiamo quale differenza intercorra tra voce e parola: procediamo attenti; non è cosa di poco conto e richiede uno sforzo non limitato. Il Signore a me concederà di non provare stanchezza nella spiegazione e a voi nell’ascolto. Ecco due qualcosa, la voce e la parola. Cos’è la voce? Cos’è la parola? cos’è? Mettetevi in ascolto di ciò a cui, in voi stessi, potete dare assenso; postavi la domanda proprio da parte vostra, datevi quindi la risposta. La parola, se non può avere un mezzo che la esprima, non si chiama parola. D’altra parte, la voce, sebbene non sia altro che un suono e dia luogo a clamori disordinati, -come avviene in chi grida non in chi parla -, si può chiamare voce, ma non si può chiamare parola. Non so chi si è sentito gemere, è una voce; ha urlato, è una voce. È un certo suono indefinibile che diffonde strepito e assorda le orecchie senza alcuna traccia di intelligibilità. Del resto, la parola, se non ha una qualche espressione, se non fa giungere altro alle orecchie, se non apporta altro alla mente, non si chiama parola. Perciò, come dicevo, se gridi, è voce; se dici: uomo, è parola; così pure se dici: bestiame; se: Dio; se: mondo, oppure qualcosa d’altro. Ho espresso, infatti, questi suoni tutti con un contenuto indicativo, non vuoti, non che risuonano e nulla fanno capire. Dunque, se avete ormai compreso la distinzione tra voce e parola, ascoltate ciò che vi deve stupire in questi due, Giovanni e Cristo. La parola è di grandissimo valore anche senza voce; la voce non ha senso senza la parola. Ne rendiamo ragione e, se ci è possibile, chiariremo quanto ci siamo proposti. Ecco, hai voluto dire qualcosa: quello stesso che vuoi dire è già concepito interiormente; lo ritiene la memoria, è deciso dalla volontà, ha vitalità dall’intelletto. Inoltre questo stesso che vuoi dire non è proprio di alcuna lingua. Anche il concetto che vuoi esprimere, che si è creato nell’animo, non è proprio di alcuna lingua, né greca, né latina, né cartaginese, né ebraica, né di alcun popolo. Il concetto è stato concepito solo nell’animo, è sul punto di essere espresso. Perciò, come ho detto, è una qualche concezione, una qualche opinione, un ragionamento concepito nell’intimo, pronto a venir fuori, per penetrare in chi ascolta. Di conseguenza, in quanto è conosciuta da chi la possiede interiormente, perciò è parola, già nota a chi è pronto ad esprimerla e non ancora a chi è prossimo ad ascoltarla. Dunque, ecco che attende nell’intimo la parola già prodotta, nella sua interezza: tende a venir fuori per esser pronunciata per chi ascolta. Chi ha dato origine alla parola bada a ciò che deve dire, però gli è nota la parola che ha dentro di sé, presta attenzione a colui che sarà il suo ascoltatore. Parlerò in nome di Cristo alle persone colte nella Chiesa e sono deciso a rendere accessibile a quanti non sono sprovveduti anche qualcosa che esiga appunto maggiore penetrazione. Faccia dunque attenzione la Carità vostra. Considerate la parola concepita interiormente, tende a venir fuori, vuole essere espressa: fa attenzione a chi si debba rivolgere. Nota un Greco? cerca la voce greca con la quale raggiungere il Greco. Nota un Latino? cerca la voce latina per raggiungere il latino. Nota un Cartaginese? cerca la voce punica per raggiungere il Cartaginese. Escludi la diversità degli uditori, e quella parola che è concepita nell’intimo non è greca, né latina, né punica, né di qualsiasi altra lingua. Va cercando di venir fuori in quella voce che ha riscontro nell’uditore presente. Ora, fratelli, ecco un esempio perché possiate comprendere. Ho ideato in me di dire: Dio. Questa mia concezione interiore è qualcosa di grande. Evidentemente, Dio non è le due sillabe; senza dubbio questa breve voce non è Dio. Voglio dire: Dio, faccio attenzione a chi devo parlare. È Latino? Dico Deum. È Greco? dico Theonv. Al Latino dico Deum, al Greco dico Theonv. Tra Deum e Theonv c’è differenza di suono: altre sono le lettere qui, altre sono là; al contrario, nel mio intimo, nel momento che decido di parlare, nel momento che penso, non c‘è alcuna diversità di lettere, nessuna variazione di suono delle sillabe: c‘è quello che è. Perché venisse pronunziata per il Latino è usata una voce, un’altra per il Greco. Se volessi rivolgermi al Cartaginese ne userei un’altra; se all’Ebreo, un’altra; se all’Egiziano, un’altra; se all’Indiano, un’altra. Con il sostituirsi delle persone quante e quante voci non assumerebbe la parola interiore senza alcun mutamento o variazione di sé? Va incontro al Latino con voce latina, al Greco con voce greca, all’Ebreo con voce ebraica. Raggiunge chi ascolta e non si allontana da chi parla. In ogni caso, forse che perdo, parlando, quanto suscito in un altro? Quel suono usato come tramite ha trasmesso in te qualcosa che non si è allontanato da me. Io adesso pensavo: Dio; tu non avevi ancora udito la mia voce; all’udirla, anche tu hai cominciato ad avere ciò che io pensavo: ma io non ho perduto ciò che avevo. Dunque, in me, quasi nel mio centro vitale, quasi nel santuario della mia anima, la parola ha preceduto la mia voce. Non è ancora risuonata la voce nella mia bocca, e già la parola è presente nel mio intimo. D’altra parte, perché venga fuori verso di te quello che ho concepito interiormente, ricerca il servizio della voce.
Il servizio della voce è necessario a che la parola penetri nella mente di chi ascolta.
4. Se, con l’aiuto della vostra attenzione e delle preghiere, riesco a dire ciò che voglio, ritengo che ne proverà gioia chi sarà in grado di capire; chi invece non comprenderà, sia indulgente verso l’uomo che si affatica e supplichi Dio misericordioso. In realtà anche questo che vado dicendo è di là che viene. Di là l’origine del mio dire, è interiormente presente quel che dirò: ma l’attività del vociferare comporta lo sforzo di raggiungere le vostre orecchie. Che dunque, fratelli, che dunque? Certamente avete inteso, certo avete già capito che la parola era in me prima che si servisse della voce che l’avrebbe indirizzata alle vostre orecchie. Mi pare che tutti gli uomini comprendano che quanto capita a me, questo stesso accade ad ogni uomo che parla. Ecco, già so quel che voglio dire, è in me, cerco il servizio della voce; prima che la voce risuoni nella mia bocca, la parola è già presente nel mio intimo.
Quindi, la parola ha preceduto la mia voce ed in me è prima la parola, poi la voce; ma quanto a te, perché tu comprenda, per prima è la voce a giungere al tuo orecchio, così che la parola possa penetrare nella tua mente. Non ti è possibile infatti conoscere quel che era presente in me prima di aver avuto voce se non è stato in te dopo la voce. Perciò, se Giovanni è la voce, Cristo è la parola: Cristo prima di Giovanni, ma presso Dio; Cristo dopo di Giovanni, ma presso di noi. È un grande mistero, fratelli. Dedicatevi attenzione, insistete nell’approfondire la grande importanza di questa realtà. Mi compiaccio infatti del vostro intelletto, esso mi rende più esigente nei vostri riguardi, con l’aiuto di Colui che io, tanto limitato uomo comune, proclamo Verbo Dio. Con il suo aiuto, dunque, divento più risoluto con voi e, avendo premesso questa nozione circa la differenza tra voce e parola, vedo di introdurre quanto ne deriva di conseguenza. Giovanni impersona la voce nel mistero: non era certo l’unico ad essere voce. Ogni uomo che proclama il Verbo è, quindi, voce del Verbo. Infatti, quale che sia il suono della nostra bocca rispetto alla parola che abbiamo nell’intimo, questo è ogni anima pia messaggera di quel Verbo del quale fu detto: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio; egli era in principio presso Dio. In quante parole, anzi, in quante voci esce la parola concepita interiormente!
Quanti ne suscitò di annunciatori il Verbo che è sempre presso il Padre! Inviò i Patriarchi, inviò i Profeti, inviò tanti e tanti suoi araldi. Restando Verbo, mandò le voci e, dopo le molte voci inviate in precedenza, venne l’unica Persona del Verbo quasi sul proprio veicolo della voce sua, della carne sua.
Quindi, raccogli, per così dire, in una sola tutte le voci che precedettero il Verbo e concentrale tutte nella persona di Giovanni. Di tutte queste egli rappresentava il mistero tutte queste egli da solo impersonava per elezione e in senso mistico. Pertanto, è detto voce propriamente, quasi segno distintivo e mistero di tutte le voci.
Il servizio della voce si riduce con la progressiva elevazione dello spirito verso il Verbo.
5. Ora, dunque, notate bene quale profondità tocchi l’espressione: Egli deve crescere ed io invece diminuire. Fate attenzione, nel caso io riesca ad esprimermi; se non potrò essere esplicito, sarò in grado di aprirmi una via di comprensione, e, se non altro, di avere il pensiero volto alla ricerca del modo, della ragione, della finalità, della causa, tenendo presente la distinzione di cui ho parlato tra voce e parola, per cui proprio la voce, Giovanni in persona, avrà potuto dire: Egli deve crescere ed io invece diminuire. Grande e mirabile mistero! Considerate chi rappresenta la voce, nella cui persona erano presenti i sensi nascosti di tutte le voci e che diceva della persona del Verbo: Egli deve crescere ed io invece diminuire. Perché? Riflettete. Dice l’Apostolo: La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Qual è il perfetto? In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Ecco il perfetto. Qual è il perfetto? Lo dica pure l’apostolo Paolo: Colui il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un’appropriazione indebita essere uguale a Dio. Lo vedremo, qual è realmente, uguale a Dio Padre, questo Verbo di Dio presso Dio per il quale sono state create tutte le cose, ma alla fine. Infatti, quanto al presente, ecco” quel che dice l’evangelista Giovanni: Carissimi, siamo figli di Dio e ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo, carissimi, che quando si sarà manifestato, saremo simili a lui perché lo vedremo quale egli è. Questa la visione che ci viene promessa, in vista di tale visione noi usciamo dall’ignoranza, per questa visione purifichiamo i nostri cuori. Infatti: Beati – dice – i puri di cuore perché vedranno Dio. Rese visibile la sua carne, la mostrò ai servi, ma quale forma di servo; anche questa sua stessa carne egli rivelò come sua propria voce tra le molte voci da cui si fece prevenire. Si desiderava vedere il Padre, quasi che egli già si potesse vedere qual è: Colui che è il Figlio uguale al Padre si rivolgeva ai servi nella forma di servo. Signore – gli disse Filippo – mostraci il Padre e ci basta. Mirava al fine di ogni suo intento, cioè al termine del suo cammino e, quando vi fosse giunto, niente di più avrebbe ricercato. Mostraci il Padre -disse – e ci basta. Bene, Filippo, bene, comprendi benissimo che il Padre ti basta. Che vuol dire “basta”? Che tu non vuoi altro: ti riempirà, ti sazierà, ti renderà perfetto. Ma bada se mai ti basti anche Colui che ascolti. Basta da solo o con il Padre? Ma come può essere da solo dal momento che non si separa mai dal Padre? Risponda dunque a Filippo che vuole vedere: Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto? Filippo, chi vede me vede anche il Padre. Che altro vuol dire: Filippo, chi vede me vede anche il Padre, se non: Tu non mi hai veduto, perciò cerchi il Padre? Filippo, chi vede me vede anche il Padre. Tu, invece, mi vedi e non mi vedi. Tu non vedi in me chi ti ha creato, ma vedi che sono diventato per te. Chi mi vede -dice-vede anche il Padre. Come possibile se non per il fatto che di natura divina, non considerò un’appropriazione indebita l’essere uguale a Dio? Che vedeva allora Filippo? Che spogliò se stesso assumendo la condizione di servo, divenuto simile agli uomini e apparso in forma umana. Filippo, che sarebbe stato aperto alla forma di Dio, questo vedeva, la condizione di servo. Dunque, Giovanni la persona di tutte le voci, Cristo la Persona del Verbo. È necessario che tutte le voci si affievoliscano man mano che facciamo progressi nel riconoscere Cristo. Quanto più vai avanti nella conoscenza della sapienza, tanto meno ti si rende indispensabile la voce. Voce nei Profeti, voce negli Apostoli, voce nei Salmi, voce nel Vangelo. Venga quell’In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Quando lo avremo visto quale egli è, allora non sarà proclamato il Vangelo? Non ascolteremo più le profezie? Non leggeremo più le Lettere degli Apostoli? Perché? Perché le voci vengono meno con l’assurgere del Verbo: infatti Egli deve crescere ed io invece diminuire. E veramente il Verbo né progredisce per stesso, né va riducendosi in sé. Al contrario, si dice che fa progressi in noi quando, avanzando nella perfezione, ci eleviamo verso di lui; così come aumenta la luce degli occhi quando, migliorando l’acume della pupilla, si allarga il campo visivo, luce che senza dubbio era ridotta a causa della sua debolezza. Per gli occhi malati era ridotta, ed è maggiore per gli occhi sani: la luce, invece, per se stessa, né in un primo tempo si era affievolita, né in seguito si era fatta più viva. Perciò, il servizio della voce si riduce quando lo spirito fa progressi verso il Verbo. Pertanto, è necessario che il Verbo cresca e che invece Giovanni diminuisca. Questo è il significato delle loro passioni. Giovanni venne diminuito con la decapitazione, Cristo fu innalzato – quasi una crescita – sulla croce. Questo stanno a indicare i giorni della loro nascita. Infatti, dalla nascita di Giovanni ha inizio il decrescere dei giorni; al contrario, dalla nascita di Cristo riprende l’avanzare della luce.
(Agostino, DISCORSO 288 – La voce e la Parola 2. 3. 4. 5.)
lunedì 01 dicembre 2025
Abbazia Santa Maria di Pulsano