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Mt 22,15-21; Is 45,1-4-6; Sal 95; 1 Ts l,l-5b

Analisi patristica

L’esegesi patristica di Matteo 22,15-22 (la disputa sulla moneta del tributo) costituisce una delle pagine più profonde della tradizione antica per definire lo statuto dell’essere umano e il suo rapporto con le realtà terrene. Maestri come sant’Agostino, san Giovanni Crisostomo, san Girolamo e Ilario di Poitiers hanno decodificato questa pericope superando la contingenza politica dell’Impero Romano, per estrarne un’altissima antropologia dell’immagine divina. I Padri smontano la trappola dei farisei [pagideúsōsin: voce del verbo παγιδεύω (pagideúō), che significa “prendere in trappola”, “accalappiare” (da παγίς, pagís, che significa “trappola” o “laccio”] rivelando il mistero della restituzione e del risarcimento che l’orante deve compiere nei confronti del suo Creatore.

1. Sant’Agostino: L’uomo come Moneta d’oro di Dio

Nel suo celebre commento a questo brano (ripreso ampiamente nelle sue Esposizioni sui Salmi, in particolare sul Salmo 94), sant’Agostino d’Ippona compie un colpo di scena teologico, ribaltando il simbolismo della moneta, l’icona del potere: Eikōn kaì epigraphē = l’immagine e l’iscrizione (Mt 22,19-20):

«Cesare esige la sua immagine impressa sulla moneta d’argento; Dio esige la Sua immagine impressa nel tuo essere. Gesù dice: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare”. Che cosa chiede Cesare? La moneta che reca il suo volto. Rimandatela pure nel fango del mercato del mondo. Ma che cosa chiede Dio? Chiede te stesso, la tua anima ordinaria di creta. Tu sei la moneta d’oro di Dio, coniata fin dalla Creazione a Sua immagine e somiglianza (Genesi 1,27). Se la moneta di Cesare è caduta nel fango del vicolo della terra, essa si è sporcata ed è stata confiscata dal peccato. Cristo, il vero Medico, viene a ripulire questa moneta d’oro con l’aratro del Suo sangue sul monumento della Croce, affinché l’effigie del Re Eterno torni a risplendere in te e tu possa restituire interamente la tua vita all’abbraccio nuziale del Padre».

2. San Giovanni Crisostomo: Lo smascheramento della Maschera (Hypokritaí)

Nella sua Omelia LXX sul Vangelo di Matteo, la “Bocca d’oro” analizza la finezza psicologica del tranello e la risposta puntuale di Gesù:

  • Il veleno dell’adulazione: Il Crisostomo nota che i farisei e gli erodiani cercano di accalappiare Gesù usando parole di finta sottomissione mite («Sappiamo che sei veritiero…»). Vogliono togliergli ogni difesa.

  • La museruola del Medico: Appena Gesù li definisce ipocriti (ὑποκριταί, attori sotto una maschera), la loro trappola frana. Il Crisostomo spiega: «Cristo mostra loro la moneta per costringerli a confessare la propria sottomissione commerciale a Cesare. Usate le sue strade? Spendete i suoi denari? Siete dentro il suo mercato? Allora restituitegli (apódote) la sua materia. Ma non lasciatevi strozzare l’anima: la gola e la libertà del piccolo appartengono solo a Dio, ed essere sottomessi civilmente a un impero non significa cedergli la custodia della propria coscienza».

3. San Girolamo: L’ordine della vera Libertà

Nel suo Commento a Matteo (Libro IV), san Girolamo decodifica il valore del verbo imperatovo Ἀπόδοτε (apodídōmi, rendere ciò che appartiene di diritto a qualcuno):

  • Nessuna divisione del Cuore: Girolamo rassicura l’orante: la parola di Gesù cura la mente dalle doppiezze interiore che ci fanno camminare in due direzioni diverse (edístasas). Non esiste un bivio irrisolvibile tra i doveri del mondo e il culto dello Spirito Santo [«1Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.» (Romani 12,1-2)].

  • La gerarchia della stabilità: C’è un ordine preciso: paga le tasse per correttezza civile sulla terra, ma offri il tuo corpo come sacrificio vivo e gradito al Padre. Quando il fedele medita questa distinzione, si libera dall’ansia dello scarto e del fallimento esistenziale, scoprendo che la sua stabilità non poggia sui decreti di Cesare, ma sulla roccia incrollabile della Trinità.

4. Sant’Efrem il Siro: Il mistero dell’Immagine (Yeqnā) e della Somiglianza

La tradizione siriaca arricchisce la disputa inserendola nella teologia nuziale e battesimale dell’Immagine (yeqnā) e della Somiglianza (dmūṯā) originarie:

  • L’uomo come tempio, non come moneta: Sant’Efrem il Siro scrive che l’essere umano ordinario di creta è stato coniato dall’Onnipotente non come un pezzo di metallo per gli scambi commerciali, ma come l’icona vivente della Trinità.

  • Il dovere della restituzione: Il verbo imperativo Ἀπόδοτε (Apódote) viene tradotto in siriaco con frouʿūn, che indica il risarcimento totale, il restituire al legittimo proprietario ciò che è stato rubato o confiscato. Efrem esorta l’orante: «Cesare marchia le sue pecore col ferro e con la moneta; Cristo ti ha marchiato nelle acque del Giordano rivestendoti della Veste di Gloria. Restituisci dunque a Dio ciò che reca l’immagine di Dio: la tua mente, i tuoi pensieri e l’intera tua settimana profumino della Sua sottomissione mite, rifiutando di lasciarti catalogare o vendere come merce nel mercato dell’orgoglio mondano».

5. Il commento di Sant’Ilario di Poitiers (315–367 d.C.) a Matteo 22,15-22 — contenuto nel suo celebre Commentarius in Matthaeum (capitolo 23) — rappresenta una delle testimonianze più limpide e rigorose della patristica latina del IV secolo. Ilario applica al testo una lente interpretativa fortemente cristologica, teologica e terapeutica, tesa a scardinare l’ipocrisia farisaica e a ridefinire lo statuto della libertà filiale dell’uomo. Ecco i tre pilastri fondamentali dello scavo esegetico di Ilario di Poitiers:

1. La scomposizione del tranello: L’alleanza dell’Invidia

Ilario si sofferma sul dettaglio narrativo dell’alleanza innaturale tra farisei ed erodiani (Mt 22,15-16). Egli mette in luce come il moralismo ostentato e l’ansia di preservare il proprio potere geopolitico spingano i costruttori della trappola (παγιδεύσωσιν / pagideúō) a utilizzare l’arma della captatio benevolentiae e della falsità:

«Essi si presentano lodando la verità e l’imparzialità del Maestro non perché ne appezzassero la grazia, ma perché pensavano che l’elogio dell’audacia lo avrebbe spinto a una risposta avventata. Gli erodiani cercavano un pretesto di ribellione politica contro Cesare; i farisei cercavano un capo d’accusa contro la Torah. Il loro occhio era cattivo, malato d’invidia davanti alla sovranità di Cristo e per questo usavano la maschera dell’adulazione come un laccio da caccia per strangolare la Verità nel Tempio».

2. Il verdetto del Condono: Restituire la materia a Cesare

Di fronte al quesito tagliente sulla liceità del tributo, Ilario analizza il colpo di scena della risposta di Gesù attraverso il valore puntuale del verbo Ἀπόδοτε (Apódote, «Restituite, rendete ciò che è di diritto di qualcuno»):

  • Il disprezzo del metallo: Ilario fa notare che Gesù esige la visione del denaro d’argento romano non perché gli importasse della moneta, ma per costringere gli ipocriti ad ammettere il proprio legame commerciale con l’Impero.

  • La restituzione della terra: Ilario scrive con sferzante chiarezza: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare. Che cosa possiede Cesare quaggiù? Egli possiede il conio, il metallo, l’immagine stampata sul denaro. Restituitegli dunque questa materia ordinaria; rimandatela nel fango del mercato dell’egoismo economico. Se usate le sue strutture civili e i suoi commerci, pagate il risarcimento del tributo terriero. Ma non lasciatevi confiscare l’anima». Per Ilario, l’oro e l’argento di Cesare sono un passivo fallimentare che non ha alcuna stabilità davanti all’eternità.

3. La fisica dell’Immagine divina: Restituire l’Uomo a Dio

Il baricentro del commento di Ilario si sposta sulla seconda parte della sentenza di Cristo: «e a Dio quel che è di Dio». Qui il vescovo di Poitiers formula la sua splendida sintesi antropologica e battesimale basata sulla proprietà dell’effigie:

  • L’iscrizione interiore: Se la moneta porta impresso il volto di Tiberio, l’essere umano intero porta impressa dentro di sé l’immagine (eikōn) e la somiglianza del Creatore (Genesi 1,27). Ilario spiega che noi siamo la moneta viva di Dio. Di conseguenza, il dovere del credente non è compiere un’osservanza burocratica formale, ma realizzare la restituzione di se stesso al Padre.

  • La blindatura della Libertà: Il corpo ordinario, la gola, i pensieri, il tempo e l’intera settimana del cristiano appartengono unicamente alla Trinità. Ilario rassicura l’orante: essere sottomessi civilmente alle leggi dello Stato per la pace temporanea sulla terra non significa svendere la propria identità. La fede unifica il cuore diviso, ricordandoci che la nostra stabilità non dipende dai decreti dei troni umani, destinati a crollare spossati per sfinimento, ma poggia sulla roccia incrollabile dello Sposo, che ha ripulito il nostro vaso di creta con lo “spreco” d’amore della Croce per donarci il Suo ristoro perenne.

Il collegamento con la nostra conversione orante

Tutta la Patristica, occidentale ed orientale, converge su un verdetto unico: questo brano, cantato dall’ambone, cura l’assemblea dal rischio di svendere la propria dignità alle logiche ciniche dell’egoismo economico. Meditando questo testo secondo la grande Tradizione, impariamo lo stile della mitezza di Gesù: ci viene chiesto di compiere ogni giorno la restituzione di noi stessi a Dio, ritornando ad essere canestri stàbili e ceste piene del Suo amore universale, pronti a risplendere nel porto sicuro del Suo ristoro perenne .

Testi

1. Il tributo a Cesare

“Di chi è l`immagine e l`iscrizione?” (Lc 20,24). In questo passo Egli c`insegna che dobbiamo essere cauti nel respingere le accuse degli eretici oppure dei Giudei. In un altro punto ha detto: “Siate astuti come i serpenti“. Questo, diversi lo interpretano cosí: poiché la croce di Cristo fu preannunciata nel serpente levato in alto, affinché venisse distrutto il veleno serpigno degli spiriti del male, parrebbe che si debba essere accorti come il Cristo, e semplici come lo Spirito. Ecco dunque chi è il serpente che tiene sempre protetto il capo, ed evita cosí le ferite mortali. Quando i Giudei gli chiedevano se avesse ricevuto dal Cielo la sua autorità, Egli rispose: “Il battesimo di Giovanni di dov`era, dal Cielo o dagli uomini?” (Mt 20,4). E lo scopo era che essi, non osando negare che era dal Cielo, si convincessero da soli della propria demenza nel negare che Colui che lo dava era dal Cielo. Egli chiede un didramma e domanda di chi è l`effigie: infatti diversa è l`effigie di Dio, diversa l`effigie del mondo. Per questo anche colui ci ammonisce: “E come abbiamo portato l`immagine dell`uomo terreno, cosí portiamo l`immagine dell`uomo celeste” (1Cor 15,49).

Cristo non ha l`immagine di Cesare, perché Egli è “l`immagine di Dio“. Pietro non ha l`immagine di Cesare, perché ha detto: Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19,27). Non si trova l`immagine di Cesare in Giacomo o in Giovanni, perché sono i figli del tuono, ma essa si trova nel mare, dove vi sono sulle acque quei mostri dalle teste fracassate, e lo stesso mostro principale, col capo mozzo, vien dato come cibo ai popoli degli Etiopi. Ma se non aveva l`immagine di Cesare, perché mai ha pagato il tributo?

Non l`ha pagato del suo, ma ha restituito al mondo ciò che apparteneva al mondo. E se anche tu non vuoi esser tributario di Cesare, non possedere le proprietà del mondo. Però hai le ricchezze: e allora sei tributario di Cesare. Se non vuoi esser assolutamente debitore del re della terra, abbandona ogni tua cosa e segui Cristo. E giustamente Egli ordina di dare prima a Cesare ciò che è di Cesare, perché nessuno può appartenere al Signore, se prima non ha rinunziato al mondo. Tutti, certo, rinunziamo a parole, ma non rinunziamo col cuore; infatti, quando riceviamo i sacramenti, facciamo la rinunzia. Che pesante responsabilità è promettere a Dio, e poi non soddisfare il debito! “E` meglio non fare voti“, sta scritto, “piuttosto che farne e non mantenerli” (Qo 5,4). L`obbligo della fede è piú forte di quello pecuniario. Rendi quanto hai promesso, finché sei in questo corpo, prima che giunga l`esecutore “e questi ti getti in prigione. In verità ti dico che non ne uscirai prima di aver pagato fino all`ultimo spicciolo“;(Lc 12, 58; Mt 5,25s).

(Ambrogio, Exp. Ev. sec. Luc. 9, 34-36)

2. Preghiera per i governanti

Dona concordia e pace a noi e a tutti gli abitanti della terra come la desti ai padri nostri quando ti invocavano santamente nella fede e nella verità (cf. 1Tm 2,7). Rendici sottomessi al tuo nome onnipotente e pieno di virtù e a quelli che ci comandano e ci guidano sulla terra. Tu, Signore, desti loro il potere della regalità per la tua magnifica e ineffabile forza perché noi conoscendo la gloria e l`onore loro dati ubbidissimo ad essi senza opporci alla tua volontà. Dona ad essi, Signore, sanità, pace, concordia e costanza per esercitare al sicuro la sovranità data da te. Tu, Signore, re celeste dei secoli concedi ai figli degli uomini gloria, onore e potere sulle cose della terra. Signore, porta a buon fine il loro volere secondo ciò che è buono e gradito alla tua presenza per esercitare con pietà nella pace e nella dolcezza il potere che tu hai loro dato e ti trovino misericordioso.

Te, il solo capace di compiere questi beni ed altri piú grandi per noi ringraziamo per mezzo del gran Sacerdote e protettore delle anime nostre Gesú Cristo per il quale ora a te sia la gloria e la magnificenza e di generazione in generazione e nei secoli dei secoli. Amen.

(Clemente di Roma, Ad Corinth. 60, 4 – 61, 3)

3. L`adorazione si deve a Dio solo

Onorerò l`imperatore: non lo adorerò, ma per lui pregherò. Solo il Dio reale, il Dio vero adorerò, sapendo che da lui l`imperatore è stato fatto. Certo mi chiederai: perché non adori l`imperatore? Perché non è stato fatto per essere adorato, ma per essere onorato con l`ossequio delle leggi: non è infatti un Dio, ma un uomo costituito da Dio non ad essere adorato, ma a fungere da giusto giudice. In un certo senso gli è stata affidata da Dio l`amministrazione; ed egli stesso non vuole che chi a lui è subordinato si chiami imperatore: imperatore è il nome suo e a nessun altro è lecito chiamarsi cosí. Egualmente anche l`adorazione è unicamente di Dio. Dunque, o uomo, sei davvero in errore: onora l`imperatore amandolo, ubbidendogli, pregando per lui: facendo cosí, farai il volere di Dio. Dice infatti la legge divina: “O figlio, onora Dio e l`imperatore, e non essere disubbidiente né all`uno né all`altro. Subito infatti puniscono i loro nemici“ (Pr 24,21s).

(Teofilo di Antiochia, Ad Auct. 1, 11)

4. Dio va messo al primo posto

Noi ci sforziamo d`essere i primi a pagare tasse e tributi ai vostri funzionari, dovunque; e cosí da lui ci fu insegnato. In quel tempo, difatti, presentatisi a lui certuni, gli domandarono se si dovessero i tributi a Cesare. Egli rispose “Ditemi: di chi reca l`immagine la moneta?” Quelli risposero: “Di Cesare“. Ed egli: “Date dunque a Cesare ciò ch`è di Cesare; a Dio ciò ch`è di Dio“ (Mt 22,21). Perciò l`adorazione la prestiamo a Dio solo; quanto al resto di buon grado serviamo voi, riconoscendovi imperatori e capi degli uomini, e pregando Dio che accanto all`autorità imperiale si riscontri in voi anche un sano discernimento. Che se, pur pregando per voi e mettendo ogni cosa alla luce, ci disprezzerete, sappiate che non saremo noi a riportarne danno, dacché crediamo, anzi siamo convinti, che ciascuno sconterà la pena del fuoco eterno secondo le azioni e renderà conto in proporzione delle facoltà ricevute da Dio, secondo il monito di Cristo: “Da colui al quale Dio piú diede, piú anche si esigerà” (Lc 12,48).

(Giustino, I Apol. 17)

5. L`esempio di Daniele

Pertanto, “quando Daniele venne a conoscenza dello scritto“, accortosi che si trattava di un complotto contro di lui, tuttavia non ebbe paura, non si spaventò, perché era pronto ad andare in pasto alle fiere piuttosto che sottomettersi al decreto del re. Egli si ricordava dell`esempio che gli avevano dato i tre fanciulli. Poiché non avevano voluto prostrarsi davanti alla statua del re, essi erano stati salvati dalla fornace ardente. Rientrato a casa sua, aprí le finestre “del piano superiore, in direzione di Gerusalemme, e tre volte al giorno si inginocchiava e pregava continuando a far penitenza, come faceva prima“.

Bisogna contemplare la pietà del beato Daniele. Benché sembrasse molto occupato dagli affari del re, nondimeno si applicava alla preghiera quotidiana, rendendo “a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio” (Mt 22,21). Forse mi si potrà dire: E che? Egli non poteva, di giorno, pregare Dio nel profondo del cuore, e, di notte, raccogliersi nascostamente in casa sua, come voleva, senza correre pericolo? Sí. Ma lui non voleva. Se infatti avesse agito cosí, i ministri e i satrapi avrebbero potuto dire: Che vale il suo timor di Dio, dal momento che ha paura dell`editto del re e si sottomette ai suoi ordini? Ed erano pronti a portare contro di lui un motivo di accusa: il rimprovero di infedeltà. Questo lo fa l`ipocrisia: non cosí il timore e la fede in Dio. E fu perché non diede ai suoi avversari pretesto alla maldicenza: “Perché chiunque è sottomesso a un uomo, è suo schiavo” (2Pt 2,19).

In effetti, coloro che credono in Dio non sanno che farsene della dissimulazione, e non devono temere coloro che sono costituiti in autorità, se non commettono il male. Ma se vengono costretti, a causa della loro fede in Dio, ad agire diversamente, preferiscono morire spontaneamente piuttosto che fare ciò che è loro ordinato. E quando l`Apostolo dice che bisogna sottomettersi ad ogni “autorità costituita” (Rm 13,1), non allude a questo caso. Egli non domanda che rinneghiamo la nostra fede, né i comandamenti divini per eseguire gli ordini degli uomini, ma al contrario che, per deferenza verso l`autorità, non commettiamo alcun delitto, in modo da non essere castigati come malfattori. Ecco perché aggiunge: L`autorità è al servizio di Dio, contro coloro che fanno il male. “Vuoi non aver da temere l`autorità? Fa` il bene e ne riceverai lode. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada” (1Pt 2,14.20).

Dunque l`Apostolo raccomanda, in tal modo, di sottomettersi a una esistenza santa e pia in questo mondo, e di avere davanti agli occhi il pericolo della spada. Anche gli apostoli, nonostante l`opposizione dei principi e degli scribi, continuavano tuttavia a predicare la parola e a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (cf. At 4,18-20). Ecco perché i principi si infuriarono contro di loro e li chiusero in prigione. “Ma durante la notte un angelo li condusse fuori e disse: Andate e predicate queste parole di vita (At 5,19.20).

Nemmeno lui, Daniele, nonostante il divieto di pregare, si sottomise all`editto del re, non volendo mettere la gloria di Dio al di sotto di quella degli uomini. Infatti quando si muore per Dio, ci si può rallegrare di aver ottenuto cosí la vita eterna. E quando si soffre per Dio e si vive quaggiú nella purezza e nel timore, non bisogna dare il minimo pretesto di accusa a coloro che lo cercano, perché cosí essi saranno ancor piú coperti di confusione.

Cosí i ministri cercavano contro Daniele un pretesto e non ne trovavano, perché egli era fedele. E se alcuni ci obbligassero a non adorare Dio e a non pregare, minacciandoci di morte, sarebbe piú dolce per noi morire piuttosto che eseguire i loro ordini. “Chi“, infatti, “ci separerà dall`amore di Dio? Forse la tribolazione, l`angoscia, la persecuzione, la fame, il pericolo, la spada“? (Rm 8,35). Ecco perché il beato Daniele, che aveva preferito il timor di Dio e si era offerto alla morte, fu salvato dai leoni grazie all`angelo. Se egli avesse tenuto conto dell`editto, se fosse rimasto tranquillo per trenta giorni, la sua fede in Dio non avrebbe piú avuto la sua purezza. “Nessuno può servire a due padroni” (Mt 6,24). Sempre l`arte del diavolo s`ingegna di perseguitare, opprimere, abbattere i santi per impedire loro di levare, nelle loro orazioni, “le mani sante” (1Tm 2,8) verso Dio. Egli infatti sa bene che la preghiera dei santi dà al mondo la pace e ai malvagi il castigo. Allo stesso modo, “quando“, nel deserto, “Mosè alzava le mani, Israele era piú forte, ma quando le lasciava cadere, era piú forte Amalek” (Es 17,11). E` quanto ancor oggi ci capita: quando cessiamo di pregare, l`Avversario ha la meglio su noi, e quando ci aggrappiamo alla preghiera, la forza e la potenza del Maligno restano senza effetto.

(Ippolito di Roma, In Daniel. 3, 21-24)

6. Tu, o cristiano, sei moneta del tesoro divino.

Nell’evangelo di oggi troviamo due domande: una dei farisei a Cristo, l’altra di Cristo ai farisei. La prima è del tutto terrena, la seconda del tutto celeste e divina;quella è nata da somma ignoranza,questa da somma sapienza e bontà. « Di chi è questa immagine e l’iscrizione? Gli risposero: Di Cesare. Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,20-21). A ciascuno, egli rispose, si deve dare il suo: sentenza piena di sapienza celeste e di dottrina. Egli insegna che vi sono due tipi di potere: uno terreno e umano, l’altro celeste e divino; e insegna che da noi si richiede una duplice obbedienza: alle leggi umane e a quelle divine, e che dobbiamo pagare un duplice tributo: uno a Cesare, l’altro a Dio. A Cesare dobbiamo dare la moneta che porta l’immagine e l’iscrizione di lui, a Dio invece ciò su cui è impressa l’immagine e la somiglianza divina: «Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto (Sal 4,7). Tu,o cristiano, sei uomo: sei dunque moneta del tesoro divino, sei il danaro che porta impressa l’immagine e l’iscrizione del re divino. Con Cristo io ti chiedo: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?» (Mt 22, 20) Tu dici: di-Dio. Osservo: e perché non dai a Dio ciò che è suo? Se vogliamo essere immagine di Dio, dobbiamo essere simili a Cristo, perché egli è l’immagine della bontà di Dio e forma della sua sostanza. Dio poi «quelli che da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo» (Rm 8,29). E Cristo ha veramente dato a Cesare ciò che era di Cesare e a Dio ciò che è di Dio, perché ha osservato alla perfezione le due tavole della legge divina «facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8); e fu adorno nel grado più perfetto di tutte le virtù interne ed esterne.

Risalta poi oggi in Cristo una somma prudenza, grazie alla quale sfugge con la sua risposta così saggia e avveduta ai lacci dei nemici; risplende anche la giustizia con cui insegna a rendere a ciascuno il suo, per cui volle anche lui pagare il tributo per sé e per Pietro; risalta la forza d’animo, con cui insegna liberamente che si devono pagare i tributi a Cesare, per nulla timoroso dei giudei che malvolentieri lo tolleravano. Questa è la via di Dio che il Cristo insegnò con piena verità. Chi pertanto nella vita, nei costumi e nelle virtù è simile e conforme a Cristo, manifesta davvero l’immagine di Dio: e il pieno splendore di questa divina immagine consiste in una perfetta giustizia: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»: a ciascuno il suo.

Dalle «Omelie» di san Lorenzo da Brindisi, sacerdote

ESPOSIZIONE SUL SALMO 94

di sant’Agostino, vescovo

DISCORSO

1. [v 1.] Mi sarebbe piaciuto, fratelli, ascoltare insieme con voi il nostro padre; ma anche l’obbedire a lui sarà senz’altro cosa buona. Egli infatti mi ha ordinato di parlare assicurandomi la sua preghiera; per cui io vi intratterrò su questo salmo dicendo alla vostra Carità quello che il Signore Dio nostro si degnerà concedermi. Ecco il titolo del salmo: Lode del cantico, per David stesso. Lode del cantico. Essendo un canto, denota allegrezza; essendo una lode ‘ include devozione. Ma a che cosa soprattutto dovrà l’uomo tributare la sua lode, se non a ciò che gli piace in maniera da escludere tutto ciò che è spiacevole? È quindi nella lode di Dio che si trova tutto ciò che dona stabilità alla lode; e anche chi loda è tranquillo, né ha da temere che abbia a vergognarsi della persona lodata. Ebbene, lodiamo e cantiamo! Cioè: lodiamo con gioia e con festa. Quanto poi all’oggetto della nostra lode, ce lo indica lo stesso salmo nei versi che seguono.

Somiglianza e dissomiglianza della vita umana con Dio.

2. Venite, esultiamo al Signore! Invita al grande banchetto della gioia. Non gioia mondana, ma gioia nel Signore. Se, infatti, non ci fosse in questo mondo una gioia riprovevole, da distinguersi dalla gioia santa, sarebbe bastato dire: Venite, esultiamo! Ma, per quanto in forma concisa, il salmo distingue. Che significa allora esultare bene? Esultare nel Signore. Come la gioia cattiva è la gioia che dà il mondo, così la gioia santa è la gioia nel Signore; e tu devi gioire nel Signore animato da sincera pietà, se vuoi deridere tranquillo la gioia del mondo. Ma perché: Venite? Dove sono coloro che egli invita a venire per giubilare insieme dinanzi al Signore? Se non fossero lontani, non dovrebbero venire né avvicinarsi né muovergli incontro per esultare. Ma in che senso sono lontani? Può forse l’uomo essere localmente distante da colui che è dovunque? Vuoi essere lontano da lui? Dove te ne andrai, per creare questa distanza? Ci fu una volta un tale che era, sì, peccatore ma non aveva perso la speranza della salvezza. Pentito e spiacente dei suoi peccati, atterrito dall’ira divina e desideroso di placarla, in un altro salmo dice così: Dove me ne andrò per sfuggire al tuo spirito? E dove fuggirò per sottrarmi al tuo volto? Se salissi in cielo, tu saresti lassù. Che cosa gli rimane? Se salendo al cielo vi trova Dio, per fuggire da Dio dove se ne dovrà andare? Sta’ a sentire! Se scenderò nell’inferno, tu ci sei 1. Saliva in cielo e vi trovava Dio; scendeva nell’inferno e non lo evitava. Dove andrà? dove scapperà? Da Dio irato dovrà fuggire presso Dio placato. Ma pur essendo assolutamente vero che nessuno può fuggire lontano da colui che è onnipresente, se non ci fossero alcuni che si trovano lontani da Dio non direbbe la Scrittura: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me 2. Non si è lontani da Dio per fattori locali, ma in quanto non gli si somiglia. E che vuol dire non somigliargli? Condurre una vita cattiva, avere cattivi costumi. Come con la buona condotta ci si avvicina a Dio, così con la condotta cattiva ci si allontana da lui. Poni un solo ed identico uomo che col corpo resti immobile in un medesimo luogo: se amerà Dio si avvicinerà a lui; se amerà il peccato si allontanerà da Dio. Non muove i piedi, eppure si avvicina e si allontana. In questo genere di spostamenti infatti nostri piedi sono i nostri affetti: secondo l’inclinazione del cuore di ciascuno, secondo l’amore di ciascuno, ci si avvicinerà o ci si allontanerà da Dio. Quando ci imbattiamo in cose diverse l’una dall’altra, non diciamo forse tante volte: ” Quanto dista questo da quello? “. Paragoniamo (dico per dire) due persone, due cavalli, due vestiti. Se uno dice: ” Questo vestito somiglia all’altro; è tale quale l’altro “, ovvero: ” Quest’uomo è una copia di quell’altro “, cosa ribatte uno che è di parere contrario? ” Ma va’ via. È lontanissimo dall’altro “. Cosa vuol dire con ciò? Che fra i due non c’è alcuna somiglianza. Stanno vicini, eppure uno è distante dall’altro! Ecco due malfattori, identici nel genere di vita e nella condotta. Fossero pure uno in oriente e l’altro in occidente, essi sono vicini fra loro. Lo stesso dicasi di due giusti. Anche se uno vive a levante e l’altro a ponente, sono l’uno accanto all’altro poiché sono in Dio. Se, invece, di due persone una è buona e l’altra è cattiva, anche se fossero stretti insieme da un’unica catena, sarebbero immensamente distanti tra loro. Resta, pertanto, vero che mediante la diversità della vita ci allontaniamo da Dio, come mediante la somiglianza ci avviciniamo a lui. Quale somiglianza? La somiglianza secondo la quale fummo creati e che, dopo averla guastata con il peccato, abbiamo recuperata quando i peccati ci sono stati rimessi. È un’immagine che si rinnova nel nostro intimo, nell’anima; è l’immagine del nostro Dio che, per così dire, si scolpisce nuovamente nella moneta, cioè nell’anima, per cui dobbiamo tornare nella sua cassaforte. Perché mai infatti, o fratelli, quando il nostro Signore Gesù Cristo volle mostrare ai suoi tentatori ciò che Dio esige da noi, ricorse proprio ad una moneta? Essi cercavano un pretesto per calunniarlo e gli posero il problema del tributo a Cesare. Vollero consultarlo come maestro di verità e, per tentarlo, gli chiesero se fosse o no lecito pagare il tributo a Cesare. Ebbene cosa disse il Signore? Perché mi tentate, ipocriti? Chiese che gli si presentasse una moneta e, quando gliela portarono, chiese: Che immagine reca? L’immagine di Cesare, risposero. E lui: Rendete a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio 3. E intendeva dire: Se Cesare reclama la sua immagine impressa sulla moneta, non esigerà Dio dall’uomo l’immagine divina scolpita in lui? Invitandoci a considerare questa somiglianza con Dio, il nostro Signore Gesù Cristo ci comanda di amare persino i nostri nemici, prendendo l’esempio proprio da Dio. Dice: Siate come il vostro Padre celeste, il quale fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi, e manda la pioggia ai giusti e agli ingiusti. Siate dunque voi perfetti come è perfetto il Padre vostro 4. Quando afferma: Siate perfetti come lui, c’invita a renderci simili a lui. E se c’invita a diventare simili a Dio, è segno che, diventando difformi da lui, ce n’eravamo allontanati. Andati lontano per la dissomiglianza, ci riavviciniamo attraverso il recupero della somiglianza; e allora si verifica in noi quanto è scritto: Accostatevi a Dio e sarete illuminati 5. C’era dunque della gente lontana e dedita a una vita cattiva. A costoro il salmo dice: Venite, esultiamo al Signore! Dove andate? dove vi ritirate, dove sgattaiolate dove fuggite, col vostro gioire mondano? Venite, esultiamo al Signore! Perché andare a godere dove vi rovinereste? Venite, esultiamo in colui che ci ha fatti. Venite, esultiamo al Signore!

3. Giubiliamo a Dio, autore della nostra salvezza. Che vuol dire: ” giubilare “? Avere un’allegria che non si può esprimere a parole e che, non potendosi esprimere a parole pur essendo concepita nel cuore, la si manifesta con grida. Ecco cos’è ” giubilare “. La vostra Carità potrebbe andare con la mente al tripudio di certi cantastorie, e questo soprattutto quando ci son come delle gare di allegria profana. Li vedete come, in mezzo alle canzoni che declamano a parole, ogni tanto trabocchino di allegria e, non essendo in grado di esprimerla a parole, si mettono a gridare. Con tali grida esternano quei sentimenti dell’animo che essi provano, sì, ma non riescono a tradurre con parole. Se dunque c’è della gente che va in visibilio per delle gioie terrene, non dovremmo noi giubilare intensamente di fronte alle gioie celesti, che per davvero sono ineffabili?

Il duplice significato della parola confessione.

4. [v 2.] Preveniamo il suo volto con la confessione! Nella sacra Scrittura di ” confessione ” si parla in due sensi. C’è la confessione di chi loda, e la confessione di chi geme. La confessione di chi loda è un onore tributato a colui cui è indirizzata la lode; la confessione di chi geme è un atto di pentimento da parte di chi accusa se stesso. Ci si confessa, pertanto, o lodando Dio o accusando noi stessi; e non c’è cosa più eccellente che possa compiere la lingua. Anzi, io sono profondamente convinto che questi e non altri siano i voti di cui è detto in un altro salmo: Io ti renderò i miei voti: quei voti che le mie labbra hanno distinto 6. Nulla è più sublime di una tale distinzione. Nulla è altrettanto necessario e a capirsi e a praticarsi. Come distinguerai, allora, i voti che rendi a Dio? Loderai Dio e accuserai te stesso: è infatti sua misericordia se ci condona i peccati. Poiché, se avesse voluto trattarci secondo i nostri meriti, non avrebbe trovato altro che gente meritevole di condanna. Ecco perché, il salmista dice: Venite! Ci vuol far recedere dal peccato, in modo che Dio non ci chieda conto dei nostri trascorsi, ma si approntino (per così dire) nuovi registri, bruciati tutti quelli che contenevano i nostri debiti. Quanta lode dobbiamo quindi tributargli! Quanta misericordia ci ha usata! Confessiamolo, cioè diamogliene lode. Se infatti non ci fosse altra confessione se non quella dell’uomo pentito, non avrebbe mai detto il Vangelo a proposito del nostro Signore, che Gesù in quel momento esultò nello Spirito Santo e disse: Ti confesso, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché tu hai nascosto queste cose ai saggi e agli astuti e le hai rivelate ai piccoli 7. Gesù confessava al Padre; ma forse che si pentiva? Non aveva nulla di cui pentirsi, lui che non aveva commesso colpa alcuna. Se confessava qualcosa, era quindi nel senso che rendeva lode al Padre. Allo stesso modo, siccome il salmo si muove in un contesto di gioia, dovremo (penso) anche qui intendere ” confessione ” nel senso di lode a Dio, da cui deriverebbe anche il titolo: Lode del cantico. Non dovremmo pensare, quindi, alla confessione del penitente ma alla lode dell’osannante. Ma che senso avrà allora il richiamo che il salmista immediatamente aggiunge, nel quale, parlando di un certo tipo di confessione, dice: Preveniamo il suo volto con la confessione? Che vuol dire con queste parole? Egli verrà; ebbene, dice, preveniamo il suo volto con la confessione! Facciamolo prima; cioè, quando non è ancora venuto, confessiamo e disapproviamo il male fatto, affinché lui non abbia a trovare nulla da condannare ma tutto da coronare. E non sarà, questo tuo confessare i peccati, un gesto che torna a lode di Dio? Senz’altro! È una magnifica lode di lui. E perché mai? Perché tanto maggiore è la gloria del medico, quanto più grave o disperata era la malattia dell’infermo. Confessa dunque i tuoi peccati specialmente se, per le tue colpe, la tua situazione era proprio disperata. Tanto più grande è infatti la lode che merita chi t’ha perdonato, quanto maggiore era il numero delle colpe che pentito riconosci. Non ci sembri quindi che non sia più una lode del cantico la nostra, se prendiamo la ” confessione ” nel senso di accusa dei peccati. Anche questo rientra nella lode del cantico, poiché, riconoscendo la nostra colpevolezza, glorifichiamo la maestà di Dio. Preveniamo il suo volto con la confessione.

Molti i motivi per lodare il Signore.

5. [vv 3-5.] E nei salmi giubiliamo a lui. Ho già detto cosa sia giubilare. Qui lo si ripete per incoraggiarci a farlo; e la stessa ripetizione è un invito. Non che già ci fossimo scordati di quanto ci era stato detto prima, cioè di giubilare, sì da necessitare d’un nuovo richiamo; ma spesso, quando l’animo è in preda alla commozione, si ripetono delle parole già dette non per dire qualcosa di nuovo, ma per ribadire quanto s’era detto. Ci si ripete, insomma, per manifestare la piena del sentimento che ci muove a parlare. In tal senso diceva il Signore: In verità, in verità vi dico 8. Sarebbe bastato dire: In verità una sola volta. E, se egli dice: In verità, in verità, la ripetizione non è altro che un rafforzamento. Il salmista dice: Giubiliamo a lui nei salmi. E che diremo nel nostro salmeggiare? Cosa diremo, o meglio, quali sentimenti esprimeremo giubilando? Cosa può costituire il tema della lode di questo cantico? Ascoltate! Un grande Dio è il Signore; egli è un re più grande di tutti gli dèi. Ecco perché giubileremo in suo onore. E giubileremo ancora perché il Signore non rigetterà il suo popolo, e perché nella sua mano sono i confini della terra e sue sono le altezze dei monti. Per tutto questo giubileremo a Dio. Inoltre giubileremo perché suo è il mare ed egli lo creò e perché le sue mani formarono la terraferma. A voler investigare come si conviene il significato di tutte queste cose, non ci basta (penso) il tempo; ma a sorvolarle completamente, ciò sarebbe per noi non soddisfare a un dovere. Ricevete, dunque, quel che potremo compendiare in un breve discorso, quale ci consente il tempo disponibile; tenendo presente che anche pochi grani producono un abbondantissimo raccolto quando la terra è fertile.

Il vero Dio e le divinità forgiate dall’uomo.

6. Il primo motivo del nostro giubilo e della nostra lode è perché un grande Dio è il Signore e perché egli è un re più grande che non tutti gli dei. Concediamo pure che esistano degli dèi, al di sopra dei quali si leva nella sua grandezza il nostro Dio: il Dio dinanzi al quale giubiliamo, inneggiamo ed al quale leviamo la lode del cantico. Se ci sono, non ci sono certo per noi. Come dice l’Apostolo: Sebbene ci siano dei cosiddetti dèi sia in cielo sia sulla terra – difatti ci sono molti dèi e molti signori – per noi, tuttavia, c’è un solo Dio, da cui provengono tutte le cose e noi esistiamo per lui, come uno solo è il nostro Signore, Gesù Cristo, ad opera del quale esiste ogni cosa e nel quale siamo noi 9. Se dunque, non esistono per noi, per chi esistono? Ascolta un altro salmo: Tutte le divinità dei gentili sono demoni; il nostro Signore ha invece creato i cieli 10. Lo Spirito Santo, per bocca del profeta, non poteva usare una formula più splendida e più concisa per descriverti il tuo Dio e Signore. Era poca cosa infatti segnalarti che Dio è un essere più terribile che non tutti i demoni. Che c’è di straordinario nell’essere Dio superiore a tutti i demoni? Difatti tutte le divinità dei gentili sono demoni. Ma il tuo Dio dov’è? Il Signore creò i cieli. Il tuo Signore ha creato quel luogo dove i demoni non possono risiedere: il cielo, da cui i demoni furono scacciati. Più sublimi che non i demoni sono i cieli, ma il tuo Signore è più sublime dei cieli, di cui è stato il creatore. Quanto, dunque, sarà più eccelso di tutte le divinità pagane (che sono demoni) quel Dio che è più alto dei cieli da cui decaddero gli angeli divenendo demoni! Eppure, tutte le genti furono per diverso tempo in potere dei demoni. In onore dei demoni si costruirono templi, si eressero altari, si deputarono sacerdoti, si offrirono sacrifizi; accanto a loro si collocarono degli invasati che fungessero da vati. Tutti questi atti di culto tributarono i pagani al demonio, mentre in verità essi non competono se non all’unico grande Dio. I pagani eressero templi ai demoni, come ha templi Dio; i pagani istituirono dei sacerdoti per i demoni come ha sacerdoti Dio; i pagani offrirono sacrifici ai demoni come se ne offrono a Dio. Questo è accaduto perché i demoni volevano apparire dèi. Ma non si sarebbero arrogati tali forme di religione al fine di ingannare la gente, se non avessero saputo che esse erano effettivamente dovute al vero Dio. È infatti, cosa ordinaria che una divinità falsa si arroghi ciò che è realmente dovuto al vero Dio. Vediamo, allora, quale sia il vero tempio di Dio. Lo dice [Paolo]: Il tempio di Dio è santo, e questo siete voi 11. E se noi siamo tempio di Dio, la nostra anima ne è l’altare. E il sacrificio che cosa sarà? È, penso, quello che stiamo compiendo ora. Poniamo infatti la vittima sull’altare quando lodiamo Dio, e il salmo ci istruisce dicendo: Il sacrificio della lode mi glorificherà, e lì sarà la via dove io gli mostrerò la salvezza di Dio 12. Se poi ti interessa conoscere anche il sacerdote, egli è al di sopra dei cieli, e lassù interpella in tuo favore, dopo che qui in terra aveva dato la vita per te 13. Ottimamente, dunque! Un grande Dio è il Signore. Egli è un re più grande di tutti gli dei. La, parola ” dèi ” riferiscila, questa volta almeno, agli uomini; non si può dire infatti che il Signore sia un re superiore al demoni. Del resto, c’è una testimonianza convincente della Scrittura là dove dice: Dio stette nell’assemblea degli dei, a discernere lì nel mezzo gli dèi 14. Si dà loro il nome di ” dèi ” essendo dèi per partecipazione, non per natura; per la grazia mediante la quale li ha resi liberamente degli dei. Quanto dovrà essere grande quel Dio che rende dèi anche chi non lo è. E che differenza con gli dèi che l’uomo stesso si fabbrica! Quanto è grande il Dio che si forma degli dei, altrettanto sono nullità gli dei plasmati dall’uomo. Il vero Dio rende dèi coloro che credono in lui dando loro il potere di diventare figli di Dio 15. Egli è il vero Dio perché non è stato fatto Dio da nessuno; quanto a noi, che siamo stati divinizzati da lui, non siamo veri dèi, ma certo siamo superiori a quegli dèi che fabbrica l’uomo. Gli idoli delle genti sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca, ma non parlano; hanno occhi ma non vedono 16. A noi almeno il nostro Dio ha dato degli occhi capaci di vedere; ma non per averci dato questi occhi in grado di vedere ci ha costituito dèi. Tale facoltà visiva l’ha data infatti anche alle bestie. Egli ci ha resi dèi in quanto ha illuminato il nostro occhio interiore. Lodiamolo! Inneggiamo a lui e giubiliamo in suo onore! Grande è il Signore! Egli è un re più grande di tutti gli dèi.

Dio non ha rigettato completamente il suo popolo.

7. Il Signore non rigetterà il suo popolo. A lui la lode e il giubilo! Qual è il popolo che non rigetterà? Su questo argomento non ci è lasciata libertà di interpretazione. Abbiamo un intervento dell’Apostolo, il quale ci espone di chi si tratti 17, vale a dire del popolo giudaico. Fu questo il popolo in mezzo al quale vissero i profeti e i patriarchi, il popolo che si era propagato materialmente dal seme di Abramo. In seno a questo popolo accaddero anticipatamente tutti i sacramenti che contenevano la promessa del nostro Salvatore. Ci fu il tempio con le unzioni e il sacerdozio; figure, passate le quali a guisa di ombre, finalmente sarebbe arrivata la luce stessa. Ecco qual era il popolo di Dio a cui furono inviati i profeti: inviati a loro e nati fra loro. A loro inoltre furono consegnati gli oracoli di Dio con l’obbligo di custodirli. E allora? Forse che tutto quel popolo è stato condannato? Assolutamente no. L’Apostolo chiama quel popolo pianta d’olivo, la cui radice è nei patriarchi. Che se vi spuntarono dei rami secchi, i quali, per essersi spinti troppo in alto per superbia, divennero infruttuosi e furono tagliati via, al loro posto fu innestato l’olivo selvatico a motivo della sua umiltà. Ma cosa dice l’Apostolo, carissimi, per togliere all’oleastro innestato ogni tentazione di superbia? Se tu, dice, strappato dall’oleastro, cui appartenevi per natura, sei stato contro natura innestato nel buon olivo, quanto più coloro che sono della stessa natura saranno innestati al loro tronco di olivo? 18 Tu eri dunque un oleastro, ma non persistendo nell’incredulità hai meritato di essere innestato sull’olivo; più facilmente quindi loro, se si ravvederanno, saranno reinseriti in quell’olivo cui appartengono per natura. Così l’Apostolo a proposito degli ebrei. Ecco dunque l’albero. Se alcuni rami si sono spezzati, non però tutti. Poiché, se tutti i rami si fossero spezzati, avremmo forse avuto un Pietro, un Giovanni, un Tommaso, un Matteo, un Andrea, e tutti gli Apostoli? E avremmo avuto un san Paolo, che così parlava e attraverso i suoi frutti ci si palesava quale oliva fosse? Non sono forse giudei tutti costoro? E non erano di quel popolo quei cinquecento fratelli cui apparve il Signore dopo la resurrezione 19? E non lo erano anche quelle svariate migliaia che, alla voce di Pietro, si convertirono al Signore il giorno in cui gli Apostoli, ripieni di Spirito Santo parlarono nella lingua propria di tutte le genti? Si convertirono e con tanta foga, proruppero nella lode a Dio e nell’accusa di loro stessi che, quanti poco prima inferociti avevano versato il sangue del Signore impararono a berne mediante la fede! La conversione di tutte quelle migliaia di persone fu così radicale che li vediamo vendere i propri beni e deporre il ricavato ai piedi degli Apostoli 20. Un tal gesto non era stato compiuto da quel ricco che ne aveva ricevuto l’invito dal Signore e che se ne andò via pieno di tristezza 21. Ecco, invece, che ora migliaia e migliaia di persone lo compiono con estrema prontezza. Ed erano persone per le cui mani era stato crocifisso il Signore! Si vede che quanto più profonda era stata la ferita del loro cuore, tanto maggiore fu il desiderio con cui ricorsero al medico. Ebbene, tutti costoro erano giudei, ed è di loro che parla il salmo recitato or ora: Il Signore non rigetterà il suo popolo. Vi si appella l’Apostolo, quando tratta di questa materia. Dice: Che diremo dunque, fratelli? Ha, forse, Dio rigettato il suo popolo, già preconosciuto? No, certamente! Anch’io, infatti, sono un israelita della stirpe di Abramo, della tribù di Beniamino. Dio non ha respinto affatto il suo popolo che conobbe già in antecedenza 22. Chiarissimo! Se Dio avesse respinto il suo popolo, non c’era più modo per lui di diventare apostolo, e se non c’era per lui, non c’era neppure per gli altri. Nella persona di costoro, dunque, gli ebrei furono popolo del Signore, non in tutti gli altri. Come sta scritto: Un residuo sarà salvo 23. Non tutti, dunque; ma, vagliata l’aia, il buon grano venne rimesso nel granaio, mentre la paglia è rimasta di fuori 24. Quanti ne vedi, di questi Giudei induriti, è paglia che vedi. E dalla paglia che vedi s’è già separata la massa del buon grano, che è stato riposto nel granaio. Vediamo tutt’e due le cose, ma sappiamole distinguere.

Cristo unisce Giudei e pagani.

8. Cosa aggiunge il salmo? Nelle sue mani sono i confini della terra. Noi conosciamo chi sia la pietra angolare. Essa è Cristo. Ora egli non potrebbe essere angolo se non cementasse in sé due pareti, che raggiungono l’angolo provenendo da direzione opposta ma nell’angolo escludono ogni opposizione. I circoncisi provenivano da una direzione, gli incirconcisi da un’altra; ma in Cristo i due popoli hanno fatto la pace, ed egli è divenuto quella pietra di cui dice la Scrittura: La pietra che i costruttori avevano scartata, ecco che è divenuta pietra angolare 25. Se Cristo fa da pietra angolare, non badiamo più alle distanze che intercorrevano tra i due, arrivati da lontano, badiamo piuttosto alla loro vicinanza ora che sono congiunti in Cristo. Tutto si risolve lì; lì dobbiamo vedere come Dio non abbia respinto il suo popolo. Ecco una delle due pareti; e di essa abbiamo già discorso in che senso Dio non abbia respinto il suo popolo. Da quel popolo sono venuti gli Apostoli, come pure tutti quegli israeliti che credettero al Vangelo e depositarono ai piedi degli Apostoli il prezzo dei beni venduti 26. Poveri volontari, ricchi nel Signore. Ecco una delle pareti, dove si è adempiuta (come dicemmo) la promessa che Dio non rigetterà il suo popolo. Vediamo ora l’altra parete. Nelle sue mani sono i confini della terra. Ecco l’altra parete: tutte le genti, poiché nelle sue mani sono i confini della terra. Accorsero infatti anche le genti, e nella loro totalità, verso la pietra angolare e ivi ricevettero il bacio di pace. Vennero da colui che, unico, era in grado di prendere le due cose e farne una sola. Non come gli eretici, i quali prendono ciò che è unito e lo spaccano in due! Sono cose che, a proposito di Cristo Signore, asseriva lo stesso Apostolo: Egli è, dice, la nostra pace; egli delle due cose ne ha fatta una sola 27. Quindi salga a lui il nostro giubilo. E perché? Perché il Signore non ha respinto il suo popolo. E poi? E anche perché nelle sue mani sono i confini della terra, e le sommità dei monti sono cosa sua. Le sommità dei monti sono le dignità terrene. Un tempo queste sommità (intendo le autorità terrene) avversavano la Chiesa, promulgavano leggi contro la Chiesa, e tentarono persino di cancellare dalla faccia della terra il nome cristiano. In seguito però si è adempiuta la profezia secondo la quale lo avrebbero adorato tutti i re della terra 28, e da allora sono divenute realtà anche le parole del nostro salmo, e cioè che sue sono le sommità dei monti.

La tentazione è permessa sapientemente da Dio.

9. [v 6.] Ma tu, forse, ti preoccupi delle tentazioni in mezzo alle quali vivi. Hai conseguito la grazia così copiosa delle promesse divine, ma ti senti infastidito per gli scandali del mondo. Orbene nemmeno questi scandali potranno farti nulla, essendo la loro misura stabilita dal Signore. Suo infatti è il mare. Il mondo presente è un mare; ma anche il mare fu creato da Dio e i suoi flutti non possono spingersi oltre la spiaggia, là dove Dio fissò loro il confine. Non c’è quindi alcuna tentazione che ecceda la gravità fissata dal Signore. Lascia dunque che vengano le tentazioni e le prove anche più acerbe! Ne uscirai perfezionato, non logorato. Guarda un po’ se non giovino le tentazioni! Senti l’Apostolo. Dio è fedele, e non permetterà che siate tentati al di sopra delle vostre forze; anzi, con la tentazione, vi troverà anche la via di uscita, affinché possiate sopportarla 29. Non dice: ” Dio non permetterà in maniera assoluta che voi siate tentati”. Pertanto evitare la tentazione vorrebbe dire non accettare nemmeno la [conseguente] rifinitura. Ma occorre che tu sia rifinito, e fintantoché vieni rifinito, sei in mano dell’artista. Qualcosa ti toglie, qualcosa ti raddrizza, qualcosa ti squadra, qualcosa ti ripulisce. Ti lavora, insomma, con certi suoi attrezzi (per così dire). Ecco cosa sono gli scandali di questo mondo. L’importante è che tu non cada di mano all’artista. Non ci saranno tentazioni che vadano oltre le tue forze; e quelle che tu hai, Dio le permette per tua utilità perché tu ne tragga profitto. Ascolta, per finire, la conclusione tirata dall’Apostolo: Insieme con la tentazione, egli vi troverà il modo di uscirne, sicché voi la sopportiate. Se dunque ti assale un qualche spavento a causa del mare, non temere. Suo, infatti, è il mare, ed è stato lui a crearlo. Temi scandali da parte dei pagani? Anche loro sono creature di Dio; ed egli non li lascerà infierire oltre il limite che lui conosce essere vantaggioso per te. Non dice, forse, un altro salmo: Tutte le genti che tu hai creato accorreranno e si prostreranno dinanzi a te, Signore 30? Se dice: Tutte le genti che tu hai creato, è segno evidente che egli ha creato le genti; per cui il salmo può affermare: Suo è il mare ed è stato lui a crearlo; la terraferma l’hanno formata le sue mani. Sii tu una terra riarsa; abbi sete della grazia di Dio! Verrà su di te, dolce, la pioggia e produrrai del frutto. Dio non permetterà che le onde ricoprano i suoi seminati! La terraferma, infatti, l’hanno formata le sue mani. Nuovo motivo di giubilo!

Dio non disprezza nessuna delle sue creature.

10. [v 6.] Abbiamo esposto tanti validi motivi per lodare Dio. E, siccome ciò è pura realtà, tornate col pensiero all’inizio del salmo. Venite, adoriamolo e prostriamoci davanti a lui, e piangiamo al cospetto del Signore che ci ha creati. Avendo egli stesso fatto tante e svariate cose, ecco che noi ne esultiamo. Passatene quindi in rassegna parecchie, eccolo ripetere l’invito. Venite, adoriamolo e prostriamoci davanti a lui, e piangiamo alla presenza del Signore che ci ha creati. Ho ricordato i motivi di lodare Dio; ebbene, non siate pigri, non rimanete lontani con la vita e la condotta. Venite, adoriamolo e prostriamoci davanti a lui. Ma, forse, voi siete in angustia per i vostri peccati, che vi avevano allontanato da Dio. Ecco allora il da farsi: Piangiamo al cospetto del Signore che ci ha creati. Ti arde, per caso, nell’anima il rimorso per il peccato? Spegni con le lacrime il fuoco della colpa: piangi dinanzi al Signore. Piangi sereno dinanzi al Dio che ti ha creato: egli non ripudierà in te l’opera delle sue mani. E non pensare, poi, che riuscirai da solo a rimetterti in sesto. Tu puoi danneggiarti; riparare il danno, non puoi. Per aggiustarti occorre la mano di chi ti aveva formato. Piangiamo dinanzi al Signore che ci ha creati. Versa lacrime dinanzi a lui, confessati, e previeni il suo volto nella confessione. Chi sei, infatti, tu che piangi e ti confessi a lui, se non una sua creatura? Non è di poco valore, agli occhi dell’artefice, un’opera che egli ha fatta, e non alla buona ma a sua immagine e somiglianza. Venite, adoriamolo e prostriamoci dinanzi a lui; e piangiamo al cospetto del Signore, nostro creatore.

Gregge e popolo del Signore.

11. [v 7.] Egli, infatti, è il Signore nostro Dio. E noi che cosa siamo, affinché possiamo prostrarci senza paura dinanzi a lui e piangere? Noi siamo il popolo del suo pascolo e le pecore delle sue mani. Vedi con quanta abilità ha invertito l’ordine delle parole per nulla curando la proprietà delle locuzioni. L’ha fatto perché noi comprendessimo che pecore e popoli sono la stessa cosa. Non dice: ” Pecore del suo pascolo “, né ” Popolo delle sue mani “, come sarebbe sembrato più logico, poiché le pecore hanno attinenza con i pascoli; ma dice: Popolo del pascolo. Dicendo: Popolo del suo pascolo, se ne conclude che il popolo sono le pecore. Proprio così: popolo e pecore si identificano. D’altra parte però, siccome noi abbiamo nei nostri greggi delle pecore comprate, non fatte da noi (mentre il salmista aveva detto più sopra: Prostriamoci davanti a colui che ci ha fatti), per questo dice ora, e con verità: Noi, pecore delle sue mani. Fra gli uomini non c’è alcuno che sappia fabbricare delle pecore. Le pecore, noi le possiamo comprare, regalare, ritrovare, ricondurre al gregge, o magari, anche rubarle; ma crearle non lo possiamo. Il Signore, invece, ci ha creati, e per questo noi siamo popolo del suo pascolo e pecore delle sue mani. Siamo pecore, in quanto egli si è degnato renderci tali con la sua grazia. Per queste pecore c’è una lode anche nel Cantico dei Cantici, ove si elogiano alcuni perfetti, qualificati come denti della sposa, cioè della santa Chiesa. I tuoi denti, dice, sono come un gregge di pecore tosate che risalgono dal bagno; esse partoriscono sempre gemelli, né fra loro c’è chi sia sterile 31. Chi sono i tuoi denti? Coloro per bocca dei quali tu parli. Sono, infatti, denti della Chiesa coloro per bocca dei quali la Chiesa parla. Come sono questi tuoi denti? Come un gregge di pecore tosate. Perché tosate? Perché hanno deposto ogni peso mondano. Non erano, forse, pecore tosate quei tali di cui vi parlavo poc’anzi? Coloro, cioè, che il comando aveva, per così dire, tosati? Aveva detto il Signore: Va’, vendi ogni tuo avere, dallo ai poveri e ne avrai un tesoro nei cieli; e poi vieni e seguimi 32. Essi misero in pratica il precetto, si lasciarono tosare e partirono. Siccome poi credettero in Cristo e furono battezzati, cosa se ne dice? Risalgono dal bagno. Cioè: risalivano da dove erano stati purificati. Ognuna di loro partorisce gemelli. Chi sono questi gemelli? Sono quei due ben noti precetti nei quali si compendia tutta la legge e i profeti. Ebbene noi siamo il popolo del suo pascolo e le pecore delle sue mani.

12. [v 8.] Dunque, oggi se ascolterete la sua voce. O mio popolo, popolo di Dio! Dio apostrofa il suo popolo, e non soltanto quella porzione che non respingerà, ma tutt’intero il suo popolo. La profezia dall’angolo rivolge la parola a tutte e due le pareti 33: parla, in Cristo, tanto al popolo giudaico quanto al popolo pagano. Se ascolterete oggi la voce di lui, non indurite i vostri cuori. Una volta, in passato, ascoltaste la sua voce tramite Mosè e induriste il vostro cuore. Parlava per bocca di un araldo, quando voi induriste il vostro cuore. Ora vi parla lui direttamente: siano, almeno adesso, arrendevoli i vostri cuori! Colui che un tempo inviava araldi a precederlo si è degnato venire di persona. Colui che parlava per bocca dei profeti, parla ora con la sua propria bocca. Se pertanto oggi ne ascolterete la voce, non indurite i vostri cuori.

Le vicende del tempo dell’Esodo dense di ammaestramenti per noi.

13. [v 9.] Ma perché dici: Non indurite i vostri cuori? Perché voi ricordate cosa erano soliti fare i vostri padri. Non indurite i vostri cuori, come in quella, ben nota, irritazione, come nel giorno della tentazione nel deserto. Voi, fratelli, certamente ricorderete le vicende. Il popolo tentò Dio, e Dio gli diede delle lezioni salutari. A guisa di un espertissimo cavaliere, Dio lo guidò nel deserto con le briglie delle leggi e dei precetti. Anche se era come un puledro indomito, Dio non lo abbandonò: non gli fece mancare non solo i benefici della vita presente, ma nemmeno la severità con cui ravvedersi. Ebbene, non indurite i vostri cuori come durante l’irritazione, come nel giorno della tentazione nel deserto, quando i vostri padri mi misero alla prova 34. Che costoro non siano i vostri padri. Non imitateli! Vostri padri lo sono stati, è vero, ma se voi non li imiterete, non saranno più vostri padri: anche se, appunto, per essere voi nati da loro, essi vi sono padri. E se delle genti verranno dall’estremità della terra, come dice Geremia: Verranno a te genti dai confini della terra e diranno: Veramente i nostri padri hanno adorato degli dèi bugiardi: delle statue che non possono recare alcun aiuto 35…: se, dunque, delle genti ripudiando i loro idoli ricorreranno al Dio di Israele, sarà mai possibile che quando queste saranno accorse al vero Dio, si staccheranno da lui i figli di Israele? Sarà possibile che gl’israeliti abbandonino il Dio che li ha liberati dall’Egitto, guidati nell’attraversare il mar Rosso, dove sommerse i nemici lanciati al loro inseguimento 36, che li condusse fuori dal deserto, li cibò con la manna, mai dimenticando la sferza che li inducesse al ravvedimento, mai sottraendo i benefizi della sua misericordia? Ivi mi tentarono i vostri padri, ma sperimentarono e videro le mie opere. Per la durata di quarant’anni videro le mie opere e per quarant’anni mi irritarono. Io per mezzo di Mosè operavo prodigi dinanzi al loro sguardo, ed essi indurivano sempre di più il loro cuore 37.

Il mistero del numero quaranta.

14. [v 10.] Per quarant’anni fui accanto a questa generazione. Che significa: Fui accanto? Mi resi presente mediante segni e prodigi. E questo non per un giorno o due, ma per quarant’anni io fui accanto a questa generazione e dissi: Costoro nel loro cuore vanno sempre errando. Quaranta anni è lo stesso che sempre. Il numero quaranta indica la totalità del tempo, quasi che i secoli abbiano a completarsi entro quel numero. Per questo motivo il Signore digiunò quaranta giorni; per quaranta giorni fu tentato nel deserto 38 e per quaranta giorni rimase con i discepoli dopo la resurrezione 39. Con i primi quaranta giorni ci dà l’esempio della vita provata, con i secondi ci assicura la consolazione, perché, se siamo tentati, dobbiamo anche senza dubbio essere consolati. È infatti necessario che il corpo di Cristo, cioè la Chiesa, subisca delle prove in questo mondo; ma non le mancherà il consolatore, colui cioè che diceva: Ecco, io sarò con voi sino alla fine del mondo 40. E dissi: Costoro errano sempre nel loro cuore. Sono stato quarant’anni con loro, per mettere in evidenza di che indole fosse la gente che mi provoca all’ira di continuo, sino alla fine del mondo. Poiché con quei ” quarant’anni ” ha voluto designare tutta la durata del mondo.

Il nuovo popolo di Dio.

15. [v 11.] E allora? Non ci sarà chi entri nel riposo di Elio in loro vece? Sono stati riprovati coloro che disprezzarono la misericordia di Dio e resistettero a Dio con durezza di cuore. Respinti costoro, forse che verrà a mancare a Dio un suo popolo? E non sarà più vero che Dio è in grado di suscitare dei figli ad Abramo, traendoli anche dalle pietre 41? Ecco qua. Io dissi: Costoro nel loro cuore vanno sempre errando; essi non hanno conosciuto le mie vie, e io nella mia ira ho giurato loro che non entreranno nella mia pace. Nella mia ira io ho giurato loro che non entreranno nella mia pace. Grande spavento! Abbiamo cominciato con la gioia, ma il salmo si chiude prospettandoci un grande timore: Nella mia ira io ho giurato: Essi non entreranno nella mia pace. È gran cosa che Dio parli; molto più è il fatto che giuri. Se giura un uomo, temi giustamente che, per non mancare al giuramento, egli traduca in atto anche ciò che ripugnerebbe alla sua volontà. Quanto più se giura Dio, che non può giurare sconsideratamente! Il giuramento vuol significare conferma. E per chi giura Dio? Per se stesso: non c’è infatti un essere superiore a lui, in nome del quale possa giurare 42. Ricorrendo a se stesso conferma le sue promesse; ricorrendo a se stesso conferma le sue minacce. Nessuno dica in cuor suo: ” Ciò che Dio promette è vero, ma ciò che minaccia è falso “. Come è vero ciò che promette, così è sicuro ciò che minaccia. Se osserverai i suoi comandamenti avrai la pace, la felicità, l’eternità, l’immortalità. Come sei certo di questo, così devi essere convinto che, se non ti curerai dei suoi comandamenti, incorrerai nella morte, nei tormenti del fuoco eterno, e sarai dannato insieme col diavolo. Egli giurò loro, nella sua ira, che non sarebbero entrati nella sua pace. Ma occorrerà pure che qualcuno vi entri, in questa pace del Signore, poiché non è una ricompensa fatta per nessuno. Rigettati dunque gli altri, vi entreremo noi. Alcuni rami si sono spezzati per dissomiglianza [di costumi] e per mancanza di fede; noi vi saremo inseriti mediante la fede e l’umiltà 43. Entriamo, dunque, nella pace del Signore! Ma, come vi sono entrati tutti coloro che vi sono entrati, cioè coloro che erano stati prescelti e che non opposero resistenza indurendo il loro cuore? Vi sono entrati perché è vero che Dio non rigetterà il suo popolo 44.

Note

1 – Sal 138, 7-8.

2 – Is 29, 13.

3 – Mt 22, 15-21.

4 – Mt 5, 45-48.

5 – Sal 33, 5.

6 – Sal 65, 13-14.

7 – Lc 10, 21.

8 – Gv 1, 51.

9 – 1 Cor 8, 5-6.

10 – Gv Sal 95, 5.

11 – 1 Cor 3, 17.

12 – Sal 49, 23.

13 – Cf. Rm 8, 34.

14 – Sal 81, 1.

15 – Cf. Gv 1, 12.

16 – Cf. Sal 113 4-5

17 – Cf. Rm 11, 1.

18 – Rm 11, 16-24.

19 – Cf. 1 Cor 15, 6.

20 – Cf. At 4, 4 34 35.

21 – Cf. Mt 19, 21-22.

22 – Rm 11, 12.

23 – Is 10, 22; Rm 9, 27.

24 – Cf. Mt 3, 12.

25 – Sal 117, 22.

26 – Cf. At 4, 34-35.

27 – Ef 2, 14.

28 – Sal 71, 11.

29 – 1 Cor 10, 13.

30 – Sal 85, 9.

31 – Ct 4, 2; 6, 5.

32 – Mt 19, 21.

33 – Cf. Ef 2, 20.

34 – Cf. Es 16, 2-3; 17, 2-7.

35 – Ger 16, 19.

36 – Cf. Es 14, 21-31.

37 – Cf. Es 16, 13-35.

38 – Cf. Mt 4, 1-11.

39 – Cf. At 1, 3.

40 – Mt 28, 20.

41 – Mt 3, 9.

42 – Cf. Eb 6, 13.

43 – Cf. Rm 11, 19-20.

44 – Sal 94, 3.

Il tributo a Cesare

1. Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi»1, eccetera. Spesso i farisei sono in agitazione e non riescono a trovare nei fatti passati un’occasione per accusarlo falsamente: non poteva esserci infatti nessuna colpa nelle sue azioni e nelle sue parole. Ma, spinti da un sentimento malvagio, si sforzano di trovare in tutti i modi un capo di accusa. Egli chiamava tutti gli uomini a passare dai vizi del mondo e dalle superstizioni della religiosità umana alla speranza del regno dei cieli2. Per vedere dunque se attentava al potere del mondo, lo mettono alla prova proponendogli una questione, se bisognava cioè pagare il tributo a Cesare3. Ed egli, conoscendo i segreti intimi dei loro pensieri4 – non c’è niente infatti di ciò che è nascosto nel cuore dell’uomo che Dio non scruti5 — si fece portare una moneta e domandò di chi fosse l’iscrizione e l’immagine6. I farisei risposero che erano di Cesare7. Ed egli disse loro di rendere a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio8.

2. O risposta veramente prodigiosa e chiarezza assoluta della parola celeste! Tutto vi è dosato9 tra il disprezzo del mondo10 e l’oltraggio di un’offesa a Cesare11. Dichiarando che bisognava rendere a Cesare ciò che è di Cesare, egli ha liberato gli spiriti consacrati a Dio da ogni preoccupazione e dovere umano. Se infatti nelle nostre mani non sarà rimasto niente di ciò che è suo, noi non saremo tenuti al dovere di rendergli ciò che gli appartiene. Se invece ci occupiamo delle sue cose, usiamo del diritto del suo potere e ci prestiamo come mercenari all’amministrazione di un patrimonio altrui12, non è un’ingiustizia di cui lamentarsi, rendere a Cesare ciò che è di Cesare e dover rendere a Dio ciò che è suo, il corpo, l’anima, la volontà13. È lui infatti che produce e accresce questi beni che possediamo14. Quindi è del tutto giusto rendere tutto se stessi a colui15, al quale ci si ricorda di dovere l’origine e il progresso.

Dal Commentarius in Matthaeum (capitolo 23) di Sant’Ilario di Poitiers, vescovo.

lunedì 12 ottobre 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano

Note

1 – Mt. 22, 15.

2 – Cf. Tert., Apol. 17, 5.

3 – Cf. Mt. 22, 17.

4 – Cf. Mt. 22, 18.

5 – Cf. Gv. 2, 25.

6 – Cf. Mt. 22, 19.

7 – Cf. Mt. 22, 20.

8 – Cf. Mt. 22, 21.

9 – Cf. Tert., Ad Scap. 2, 7.

10 – Cf. Tert., De patient. 7, 2.

11 – Cf. Tert., Apol. 33, 3.

12 – Cf. Tert., Apol. 36, 3.

13 – Cf. 10, 23; Tert., De idol. 15, 3.

14 – Aspetti dell’antropologia ereditata da Tertulliano (cf. Apol. 17 6; De an. 36, 2; 20, 1-2).

15 – Cf. Tert., De resurr. 57, 5.