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Mt 22,1-14; Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20

Analisi patristica

L’esegesi patristica di Matteo 22,1-14 (la parabola del banchetto di nozze del figlio del re) non si limita a una lettura morale sul dovere di rispondere a Dio, ma scava nel testo originale per rivelare un mistero cristologico, ecclesiologico e sacramentale dirompente. Maestri della Chiesa come sant’Agostino, san Girolamo, san Giovanni Crisostomo e Origene hanno decodificato questa pericope mettendone in luce il profondo simbolismo nuziale e la severa pedagogia dell’abito richiesto. Il baricentro dei commenti patristici si sviluppa lungo quattro grandi direttrici esegetiche:

1. Le Nozze del Figlio: Il talamo dell’Incarnazione

Il racconto si apre con un re che prepara una festa di nozze (γάμους
/ gámous
) per suo figlio. Sant’Agostino (nel suo fondamentale Discorso 90) compie qui un colpo di scena interpretativo, svelando dove si siano consumate queste nozze. Per Agostino Dio Padre ha celebrato le nozze per il suo Figlio quando lo ha unito alla natura umana nel grembo della Vergine Maria. Il grembo verginale di Nazaret è stato il talamo nuziale mobile in cui il Verbo si è legato per sempre alla nostra carne di creta [Luca 1,26-56].

La festa di nozze è la Chiesa stessa, l’assemblea dei convocati. Il banchetto preparato, dove i buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi [Matteo 22,1-14], rappresenta la mensa dell’Eucaristia e della Parola: un cibo regale e traboccante offerto gratuitamente alla fame dei piccoli, che non si può comprare al mercato ordinario dei meriti umani» [Isaia 55,1-3, Matteo 11,25-30, Matteo 22,1-14].

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2. Il rifiuto degli affaristi: L’idolatria del possesso (Emporían)

Davanti all’invito del Re, gli invitati della prima ora (i capi dei sacerdoti e i dotti della sinagoga) voltano le spalle con cinismo, andando chi al proprio campo, chi ai propri affari (ἐμπορίαν, il mercato).

  • La trappola del portafoglio: San Giovanni Crisostomo fa notare l’allucinazione psicologica dei notabili. Essi preferiscono il possesso egoistico della materia e il calcolo contabile dei profitti terreni rispetto alla gratuità del dono dello Sposo. Sono bloccati dai loro interessi.

  • La cecità dei dotti: Origene di Alessandria spiega che occuparsi del proprio campo o del commercio, quando risuona la voce del Re, significa far funzionare la mente secondo gli uomini. I superbi restano impermeabili all’ascolto, strozzando la circolazione della grazia per difendere i propri monopoli religiosi ed economici.

3. I crocicchi delle strade: L’aula mista dei “Cattivi e Buoni”

Di fronte all’oltraggio, il Re decentra la missione, ordinando di raccogliere tutti i viandanti ai crocicchi delle strade (διεξόδους
τῶν ὁδῶν /
diexòdous tōn hodōn = i crocicchi delle strade), riempiendo la sala di «cattivi e buoni» (πονηρούς
τε καὶ ἀγαθούς /
ponēroús
te kai
agathoús).

  • Il nuovo Israele delle nazioni: San Girolamo (nel suo Commento a Matteo) legge in questo passaggio il dramma del rifiuto di Gerusalemme e l’esodo verso il mondo pagano (i Gentili). Gli scartati della piazza, i pubblicani e le prostitute, vengono sollevati dal fango della strada e ammessi al pranzo regale.

  • La Chiesa come corpo misto: Sant’Agostino utilizza questo versetto per combattere l’intolleranza degli eretici (come i Donatisti) che sognavano una Chiesa di soli puri. La sala delle nozze quaggiù nella storia è necessariamente una mescolanza di buoni e cattivi; la cernita finale è sottratta alla fretta e alle travi del giudizio umano ed è riservata unicamente al tribunale escatologico dell’ispezione del Re.

4. L’Abito nuziale: Il monumento visibile della Carità

Il momento più “scavato” dall’esegesi patristica ruota attorno al commensale scoperto senza l’abito da matrimonio (ἔνδυμα
γάμου
), il quale, interrogato dal Re, crolla nel mutismo più assoluto (ἐφιμώθη, ammutolì).

  • L’autopsia del vestito mancante: I Padri si pongono una domanda precisa: se quell’uomo è stato preso all’improvviso dalla strada, come poteva avere l’abito adatto? Agostino risolve l’enigma spiegando che l’abito nuziale non è un merito morale antico, ma è la carità che sgorga da un cuore unificato e pentito. Il Re stesso regala l’abito all’ingresso della sala; ma quell’uomo ha rifiutato di indossarlo, presumendo di poter stare al banchetto dello Sposo trattenendo i vecchi stracci del suo egoismo e del risentimento clandestino.

  • La bocca serrata dalla Verità: San Giovanni Crisostomo analizza il verbo ἐφιμώθη / ephimṓthē (ammutolì, letteralmente “gli fu messa la museruola”): l’uomo non ha argomentazioni o scuse da opporre alla maestà del Re. La sua lingua, un tempo abituata al mormorio ostile, viene sigillata dal sacro timore della verità. Essere gettato fuori nelle tenebre è il verdetto per chi ha voluto consumare i doni di Dio senza lasciarsi assimilare e trasformare dal Suo amore universale.

L’esegesi patristica siriaca, guidata dal genio poetico di Sant’Efrem il Siro (IV secolo), affronta la parabola del banchetto di nozze e l’immagine salmica del «calice traboccante» (Salmo 23,5) attraverso una lente marcatamente mistica, sacramentale e nuziale.

Mentre l’Occidente latino decodificava l’abito nuziale soprattutto in chiave morale e caritativa Efrem e la scuola di Edessa leggono questa scenografia notturna come il dramma della veste di gloria (šūbḥā) e del Fuoco nascosto nel Vino. Lo scavo nei testi efremiani (in particolare nei suoi Inni sulla Fede e nei Madrāšē sulla Verginità) rivela quattro pilastri teologici straordinari:

1. Il talamo del Grembo e l’Aula riempita

Per Sant’Efrem, il banchetto preparato dal Re non è una cena distante nel tempo. Le nozze (gámous) del Figlio iniziano precisamente quando il Verbo si fa infinitesimale e si “nasconde” come un pizzico di lievito nel grembo verginale di Maria, unificando la divinità alla nostra carne.

Quando gli invitati d’Israele rifiutano l’invito per rincorrere i mercati e i possedimenti terreni (l'idolatria
dell'emporían
) Efrem scrive:

«I servi hanno percorso le vie del mondo battute dai venti contrari; hanno raccolto gli storpi, i ciechi, i pagani rimasti nello scarto della piazza. L’aula delle nozze si è riempita di “cattivi e buoni”, un’aula di creta e di grazia. La Chiesa è questa sala nuziale mobile in cui gli ultimi arrivati, quelli che non avevano titoli o meriti formali, vengono sollevati dal fango e ammessi a sedersi alla tavola del Re».

2. La teologia del “Calice Traboccante” (Kōsā rwayā)

Innestando la parabola evangelica sullo spartito del Salmo 23 («il mio calice traboccante») [cf salmo responsoriale XXVIII Dom tempo ord. A], Efrem elabora una vertiginosa teologia dello “Spreco” eucaristico:

  • Il vino del Giubilo: Il calice che il Padrone offre sulla tavola, sotto gli occhi dei nemici e delle potenze dello Šeol, non contiene un alimento misurato con la scarsità del bilancio umano. Contiene il Vino della Nuova Creazione.

  • Il Fuoco nel Calice: Efrem, nei suoi Inni sulla Natività, usa un’immagine audace: «Nel tuo Calice, o Signore, è nascosto il Fuoco dello Spirito». Bere da questo calice significa masticare la divinità. Il calice viene definito traboccante (rwayā, che in siriaco significa anche “inebriante, saturo di vita”) perché l’eccedenza d’amore della Trinità non si può recintare. Questo vino cura l’orante dal mormorio dell’invidia e dall’aridità del cuore diviso, immettendo nelle sue vene il ristoro eterno del Padre.

3. L’Abito nuziale: Il recupero della Veste di Gloria

Il dramma del commensale scoperto senza l’abito adatto e ridotto al mutismo forzato (ephimōthē) riceve nell’esegesi siriaca una decodificazione prettamente battesimale e paradisiaca:

  • Il vestito strappato ad Adamo: Efrem spiega che l’abito da matrimonio (éndyma gámou) è la Veste di Gloria (estlā d-šūbḥā) [L’abito mancante: Éndyma gámou (v. 11)]. È la veste di luce di cui Adamo ed Eva erano rivestiti nel giardino dell’Eden e che hanno perduto quando hanno vissuto la menzogna dell’orgoglio, ritrovandosi nudi e terrorizzati.

  • Il Guardaroba del Re: Questa veste di gloria è stata depositata da Cristo nelle acque del fiume Giordano ed è restituita gratuitamente a ogni cristiano nel fonte del Battesimo. Il Re regala l’abito all’ingresso della sala. L’uomo gettato fuori nelle tenebre non è un povero privo di risorse, ma un superbo che ha rifiutato di indossare la veste del Re, presumendo di poter stare alla tavola dello Sposo trattenendo i vecchi stracci infangati della sua autosufficienza e del risentimento contro il fratello. La sua bocca viene serrata dalla verità del verdetto (ephimōthē).

4. Il Bema siriaco e l’Adorazione dei piccoli

Il finale della parabola, in cui l’aula è riempita e il pranzo consumato, prefigura per i Padri orientali l’azione stessa della liturgia eucaristica domenicale:

  • La sala delle nozze non è un’aula blindata di perfetti, ma si struttura attorno al monumento dell’ambone centrale (Bema). Lì, i due o tre riuniti nel Nome fanno “sinfonia” accostando le loro labbra al calice inebriante.

  • I piccoli (nēpíois), avendo accettato lo svuotamento (kenosi) del proprio io, siedono alla tavola regale come figli amati. Masticando la Parola e bevendo il Fuoco dello Spirito, essi vengono assimilati dal mistero, trasformando la loro fragilità di creta nella dimora stàbile della Trinità.

Il collegamento con la nostra Conversione orante

L’esegesi patristica trasforma questa parabola in uno specchio acustico per l’assemblea che ogni domenica si accosta all’ambone e all’altare. Ci ricorda che essere stati chiamati gratuitamente dalla strada non ci dispensa dalla serietà della risposta. Meditando questo testo, siamo invitati a purificare il nostro abito interiore: dobbiamo deporre le armi dell’orgoglio e i libri contabili delle offese per rivestirci della tunica bianca della carità, l’unico abito leggero che ci permette di fare sinfonia con i fratelli e di gustare il ristoro perenne dello Sposo.

I Testi

1. Gli inviti di Dio

“Il regno dei cieli è simile a un re che fece le nozze per suo figlio” (Mt 22,2)…

Dio Padre fece le nozze per Dio Figlio quando lo congiunse alla natura umana nel grembo della Vergine… Mandò dunque i suoi servi perché invitassero gli amici a queste nozze. Li mandò una volta, e li mandò di nuovo perché fece diventare predicatori dell`incarnazione del Signore prima i profeti, poi gli apostoli. Due volte, dunque, mandò i servi a invitare, infatti, per mezzo dei profeti disse che ci sarebbe stata l`incarnazione dell`Unigenito, e poi per mezzo degli apostoli disse che essa era avvenuta. Ma siccome quelli che erano stati invitati per primi al banchetto di nozze non vollero venire, nel secondo invito si dice: Ecco, ho preparato il mio pranzo, i miei buoi e i miei animali ingrassati sono stati macellati, e tutto è pronto (Mt 22,4)…

E (il Vangelo) continua: “Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari” (Mt 22,5). Andare nel proprio campo è darsi smodatamente alle fatiche terrene; andare ai propri affari è cercare con ogni cura guadagni mondani. Poiché chi è intento alle fatiche terrene e chi è dedito alle azioni di questo mondo finge di non pensare al mistero delI`incarnazione del Signore e di non vivere secondo esso, si rifiuta di venire alle nozze del re come uno che va al campo o agli affari. Spesso anche – e ciò è piú grave – alcuni non solo respingono la grazia di colui che chiama, ma la perseguitano. Per questo (il Vangelo) soggiunge: “Altri presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re, venendo a sapere queste cose, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città (Mt 22,6-7). Uccise gli assassini, perché fece perire i persecutori. Diede alle fiamme la loro città, perché nella fiamma dell`eterna geenna è tormentata non solo la loro anima, ma anche la carne nella quale abitarono…

Ma questi che vede disprezzato il suo invito, non vedrà deserte le nozze del figlio suo. Egli manda a chiamare altri, perché anche se la parola di Dio fatica a trovare accoglienza presso alcuni, tuttavia troverà dove riposare. Per questo (il Vangelo) soggiunge “Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora alle uscite delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze” (Mt 22,8-9). Se nella Sacra Scrittura intendiamo «strade» come «opere», comprendiamo che «uscite delle strade» significano «mancanza di opere», poiché molte volte giungono facilmente a Dio coloro che non godono i favori della fortuna nelle opere terrene. E prosegue: Usciti nelle strade, i servi raccolsero quanti ne trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempí di commensali (Mt 22,10).

Ecco che con la stessa qualità dei commensali è detto chiaramente che in queste nozze del re è raffigurata la Chiesa del tempo presente, nella quale si riuniscono insieme ai buoni anche i cattivi. Essa è composta da figli diversi; tutti infatti li genera alla fede, ma non tutti, con un cambiamento di vita, li conduce alla libertà della grazia spirituale, per l`impedimento posto dal peccato. Finché viviamo quaggiú, è necessario che ce ne andiamo mescolati per la via del secolo presente. Saremo separati quando saremo giunti. I soli buoni, infatti, saranno in cielo, e i soli cattivi saranno all`inferno.

Ora questa vita che è posta fra il cielo e l`inferno, per il fatto che è in posizione intermedia riceve cittadini da entrambe le parti; tuttavia quelli che ora la santa Chiesa riceve promiscuamente, alla fine del mondo li dividerà. Se dunque siete buoni, mentre restate in questa vita, sopportate pazientemente i cattivi. Infatti chi non sopporta i cattivi, attesta a se stesso di non essere buono a motivo della sua impazienza…

Ma poiché, o fratelli, con la grazia di Dio, siete già entrati nella sala del convito nuziale, cioè nella santa Chiesa, guardate bene che, entrando, il re non abbia a rimproverare nulla nell`abito dell`anima vostra. Infatti bisogna pensare con un grande batticuore a ciò che segue subito dopo: “Il re entrò per vedere i commensali, e vide là un tale che non indossava l`abito nuziale” (Mt 22,11). Quale pensiamo, fratelli carissimi, che sia il significato della veste nuziale? Se diciamo che la veste nuziale significa il battesimo o la fede, chi mai è andato a queste nozze senza il battesimo e la fede? E` escluso infatti chi ancora non ha la fede. Cosa dunque dobbiamo intendere per la veste nuziale, se non la carità? Entra alle nozze, ma senza la veste nuziale, chi facendo parte della santa Chiesa ha la fede, ma non ha la carità. Giustamente si dice che la carità è la veste nuziale, perché il nostro Redentore era vestito di essa quando venne alle nozze per congiungere a sé la Chiesa. Fu per solo amore di Dio che il suo Unigenito uní a sé le anime degli eletti. Per questo Giovanni dice: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per noi” (Gv 3,16).

Pertanto, Colui che venne agli uomini per la carità, ci svela che questa stessa carità è la veste nuziale. Ognuno di voi che vive nella Chiesa e crede in Dio, è già entrato al banchetto nuziale; ma è venuto senza la veste nuziale se non custodisce la grazia della carità…

Chiunque, essendo commensale alle nozze, non ha questa (veste), sia pieno di ansia e di paura quando, all`arrivo del re, verrà gettato fuori. Ecco infatti come vien detto: “Il re entrò per vedere i commensali e vide là un tale che non indossava l`abito nuziale“. Noi, fratelli carissimi, siamo quelli che sono commensali alle nozze del Verbo, avendo già la fede della Chiesa, nutrendoci al banchetto della Sacra Scrittura e godendo che la Chiesa sia unita con Dio. Considerate, vi prego, se siete venuti a queste nozze con la veste nuziale, esaminate attentamente i vostri pensieri. Soppesate i vostri cuori nei particolari, se non avete odio contro nessuno, se nessuna invidia vi infiamma contro la felicità altrui, se non vi studiate di danneggiare nessuno con occulta malizia.

Ecco che il re entra nella sala delle nozze e osserva la veste del nostro cuore, e a chi non trova rivestito di carità subito dice adirato: “Amico, come hai potuto entrare qui senz`abito nuziale?” (Mt 22,12). E` cosa degna di nota, fratelli carissimi, il fatto che chiama costui amico e tuttavia lo condanna, come se lo chiamasse amico e nemico allo stesso tempo: amico per la fede, nemico nelle opere. “Ed egli ammutolí (ibid.)“, cioè – e non se ne può parlare senza dolore – nell`ultimo severo giudizio verrà a mancare ogni possibilità di scusa, perché Colui che rimprovera dall`esterno sarà anche voce della coscienza che accusa l`anima dall`interno…

Coloro pertanto che ora si lasciano spontaneamente legare dal vizio, allora saranno controvoglia legati dai tormenti. E` giusto poi dire che saranno gettati nelle tenebre esteriori. Noi chiamiamo tenebra interiore la cecità del cuore, e (chiamiamo) invece tenebra esteriore la notte eterna della dannazione. Ogni dannato dunque non viene mandato nelle tenebre interiori ma in quelle esteriori, poiché è gettato controvoglia nella notte della dannazione colui che volontariamente cade nella cecità del cuore. Si dice anche che là sarà pianto e stridor di denti, sí che stridano là i denti di coloro che qui godevano nella voracità, e piangano là gli occhi di coloro che qui si davano a concupiscenze illecite; e cosí saranno sottoposte a tormenti tutte quelle membra che qui servirono a qualche vizio.

Subito dopo che è stato espulso costui, nel quale è raffigurata tutta la schiera dei malvagi, viene una sentenza generale, che dice: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt 20,16). E` tremendo, fratelli carissimi, ciò che abbiamo ascoltato! Ecco che noi, chiamati per mezzo della fede, siamo già venuti alle nozze del re celeste, crediamo e professiamo il mistero della sua incarnazione, ci nutriamo con il cibo del Verbo divino, ma il re deve ancora venire a giudicare. Sappiamo che siamo stati chiamati: non sappiamo però se saremo eletti. Sicché è necessario che tanto piú ciascuno di noi si abbassi nell`umiltà in quanto non sa se sarà eletto.

Alcuni infatti nemmeno iniziano a fare il bene, altri non perseverano affatto nel bene che avevano iniziato a fare. Uno è stato visto condurre quasi tutta la vita nel peccato, ma verso la fine di essa si converte dal suo peccato attraverso i lamenti di una rigorosa penitenza; un altro sembra condurre già una vita da eletto, e tuttavia verso la fine della sua esistenza gli capita di cadere nella nequizia dell`errore. Uno comincia bene e finisce meglio; un altro si dà alle male azioni fin da piccolo e finisce nelle medesime dopo essere diventato sempre peggiore. Tanto piú ciascuno deve temere con sollecitudine, quanto piú ignora ciò che lo aspetta, poiché – bisogna dirlo spesso e non dimenticarselo mai – “molti sono chiamati, ma pochi eletti“.

(Gregorio Magno, Hom. 38, 3.5-7.9.11-14)

2. La veste nuziale

“Ed entrato il re a vedere i commensali, scorse un uomo che non era in abito da nozze e gli disse: «Amico, come sei entrato qua, senza avere l`abito da nozze?». Costui ammutolí“ (Mt 22,11-12). Gl`invitati alle nozze, raccolti lungo le siepi e negli angoli, nelle piazze e nei luoghi piú diversi, avevano riempito la sala del banchetto reale. Ma poi, venuto il re per vedere i commensali riuniti alla sua tavola, cioè, in un certo senso, pacificati nella sua fede (come nel giorno del giudizio verrà a vedere i convitati per distinguere i meriti di ciascuno), trovò uno che non indossava l`abito nuziale. In quest`uno son compresi tutti coloro che sono solidali nel compiere il male. La veste nuziale sono i precetti del Signore e le opere che si compiono nello spirito della Legge e del Vangelo. Essi sono l`abito dell`uomo nuovo. Se qualcuno che porta il nome di cristiano, nel momento del giudizio sarà trovato senza l`abito di nozze, cioè l`abito dell`uomo celeste, e indosserà invece l`abito macchiato, ossia l`abito dell`uomo vecchio, costui sarà immediatamente ripreso e gli verrà detto: «Amico, come sei entrato?». Lo chiama amico perché è uno degli invitati alle nozze, e rimprovera la sua sfrontatezza perché col suo abito immondo ha contaminato la purezza delle nozze. «Costui ammutolí», dice Gesú. In quel momento infatti non sarà piú possibile pentirsi, né sarà possibile negare la colpa, in quanto gli angeli e il mondo stesso saranno testimoni del nostro peccato.

“Allora il re disse ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nel buio; ivi sarà pianto e stridor di denti»” (Mt 22,13). L`esser legato mani e piedi, il pianto, lo stridore di denti, son tutte cose che stanno a dimostrare la verità della risurrezione. Oppure, gli vengono legati le mani e i piedi perché desista dall`operare il male e dal correre a versare sangue. Nel pianto e nello stridor di denti si manifesta metaforicamente la gravità dei tormenti .

(Girolamo, In Matth. III, 22, 8-11)

DISCORSO 90

di Sant’Agostino, vescovo

SULLE PAROLE DELL’EVANGELO DI MT 22, 1-14

SULLE NOZZE DEL FIGLIO DEL RE.

CONTRO I DONATISTI, SULLA CARITÀ

Il banchetto del Signore sulla terra e in cielo.

1. Tutti i fedeli conoscono le nozze del figlio del re e il banchetto apprestato da lui; la tavola del Signore è preparata per tutti coloro che vogliano prendervi parte. È però importante sapere chi vi si accosta, dato che non gli viene proibito d’accostarvisi. Le Sacre Scritture infatti c’insegnano ch’esistono due banchetti del Signore: l’uno è quello al quale partecipano i buoni e i cattivi, l’altro è quello dal quale sono esclusi i cattivi. Ecco perché il banchetto del Signore, di cui abbiamo sentito parlare durante la lettura del Vangelo, comprende precisamente buoni e cattivi. Tutti coloro che si scusarono dal partecipare a quel banchetto sono i cattivi; ma non tutti quelli che vi presero parte sono i buoni. Mi rivolgo dunque a voi che siete buoni e state a tavola in questo banchetto, a tutti voi che riflettete a ciò ch’è detto: Chi mangia il corpo del Signore e beve il suo sangue in modo indegno, mangia e beve la propria condanna 1. Ammonisco tutti voi che siete buoni a non cercare i buoni fuori di questo banchetto e a tollerare i cattivi che sono dentro.

Tutti i giusti in questa vita sono buoni e cattivi.

2. Non dubito che la Carità vostra desidera sentire chi sono questi tali cui ho accennato esortandovi a non cercare i buoni al di fuori e a tollerare i cattivi che sono dentro. Se dentro sono tutti cattivi, a chi ho rivolto l’esortazione? Se invece dentro sono tutti buoni, chi ho ammonito di tollerare i cattivi? Prima dunque risolviamo una tale questione come possiamo con l’aiuto del Signore. Se si esamina sotto ogni aspetto e con chiarezza che cosa è buono, non è buono nessuno tranne Dio. Eccoti il Signore che in modo chiarissimo afferma: Perché mi rivolgi una domanda su ciò ch’è buono? Nessuno è buono all’infuori di Dio 2. Come mai dunque in quel banchetto nuziale vi sono buoni e cattivi se nessuno è buono all’infuori di Dio? Dovete anzitutto sapere che in un certo senso noi siamo tutti cattivi. In un certo qual modo assolutamente tutti noi siamo cattivi; ma in un altro certo qual modo non tutti siamo buoni. Ci possiamo forse paragonare agli Apostoli? Eppure il Signore in persona dice loro: Se dunque voi, pur essendo cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli 3. Se consideriamo le Scritture, tra i dodici Apostoli uno solo era cattivo, a causa del quale in un passo il Signore dice: Anche voi siete puri, ma non tutti 4. Rivolgendo tuttavia la parola a tutti in generale disse: Se voi pur essendo cattivi. Udirono questa frase Pietro, Giovanni, Andrea e tutti gli altri undici Apostoli. Che cosa udirono? Voi, per quanto siate cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli. Con quanta maggior ragione il Padre vostro ch’è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono? 5. All’udire ch’erano cattivi, disperarono; all’udire che Dio in cielo era il loro Padre, respirarono. Per quanto siate cattivi, disse; che cosa è dovuto ai cattivi se non il castigo? Con quanta maggior ragione – disse – il Padre vostro ch’è nei cieli? Che cosa è dovuto ai figli se non il premio? Chiamandoli “cattivi” ispira la paura dei castighi, chiamandoli “figli” risveglia la speranza d’essere suoi eredi.

I cattivi esclusi dal banchetto: in che senso sono da intendere.

3. Gli Apostoli dunque sotto un certo aspetto erano cattivi ma erano buoni sotto un altro aspetto. A coloro ai quali infatti aveva detto: Per quanto siate cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, subito dopo soggiunse: Con quanta maggior ragione il Padre vostro ch’è nei cieli? Egli dunque è il Padre di coloro che sono cattivi ma ch’egli non abbandona perché è anche il Medico dal quale devono essere guariti. Sotto un aspetto dunque erano cattivi. Ciononostante io credo che i convitati del capo di famiglia alle nozze del re suo figlio non erano del numero di coloro di cui è detto: Invitarono buoni e cattivi 6, per cui non devono essere ascritti nel novero dei cattivi che abbiamo sentito essere stati esclusi nella persona di quel tale che fu trovato senza l’abito di nozze. Coloro ch’erano buoni – lo ripeto – erano cattivi sotto un certo aspetto e coloro ch’erano cattivi erano buoni sotto un altro aspetto. Ascolta Giovanni sotto quale aspetto erano cattivi: Se diciamo d’essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi 7. Ecco per qual riguardo erano cattivi: perché avevano il peccato. Per qual riguardo erano buoni? Se invece riconosceremo pubblicamente i nostri peccati, Dio, che mantiene la sua parola ed è giusto, ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa 8. Ma possiamo noi servirci di questa interpretazione ch’io penso d’aver ricavato – come voi avete sentito – dai testi delle Sacre Scritture? Possiamo cioè affermare che i medesimi individui sono buoni sotto un aspetto e cattivi sotto un altro? Se vorremo intendere in questo senso la frase: Invitarono buoni e cattivi, coloro cioè ch’erano nello stesso tempo buoni e cattivi, questa interpretazione non è ammissibile a causa di quel tale che fu trovato senza l’abito di nozze e che fu non solo cacciato fuori in modo da essere escluso comunque dal banchetto, ma in modo da essere condannato all’eterno castigo nelle tenebre.

L’unico escluso dal banchetto è simbolo di molti individui.

4. “Ma – dirà qualcuno – qui si tratta d’un solo individuo! Che c’è di strano, di straordinario se tra la folla un solo invitato privo dell’abito di nozze s’introdusse di soppiatto sfuggendo alla sorveglianza dei servi del capo di famiglia? Per causa di quello si sarebbe forse potuto dire: Invitarono buoni e cattivi 9?”. Fate dunque attenzione e cercate di capire, fratelli miei. Quell’unico individuo simboleggiava tutta una specie d’individui poiché erano molti. Un attento uditore potrebbe a questo punto rispondermi e dire: “Non desidero che tu mi dica le tue congetture; desidero che mi si dimostri che quell’unico era simbolo di molti”. Con l’aiuto del Signore te lo dimostrerò chiaramente, e non dovrò andare troppo lontano per trovare le prove. Il Signore mi aiuterà con le sue stesse parole e per mezzo di me vi fornirà una prova evidente. Ecco: Il capo famiglia entrò nella sala per vedere quelli ch’erano a tavola 10. Dovete capire, fratelli miei, che compito dei servi era solo quello d’invitare e condurre i buoni e i cattivi; riflettete che il Vangelo non dice: “I servi osservarono i convitati e tra essi trovarono un tale che non aveva l’abito da nozze e glielo dissero”. La Scrittura non dice così. Fu il capo famiglia che andò a vedere, che lo trovò, lo separò, lo cacciò fuori. Questo particolare non era da passare sotto silenzio. Ma noi abbiamo preso a dimostrare un altro punto della discussione: in che senso quell’unica persona ne rappresentasse molte altre. Entrò dunque il capo famiglia a vedere i commensali e trovò un tale senza l’abito da nozze e gli disse: Amico, come mai sei entrato qua senza avere l’abito di nozze? Quello non rispose nulla 11. Chi lo interrogava infatti era tale che l’altro non poteva addurre alcun pretesto, poiché era quello l’abito che si vedeva nel cuore non già nel corpo; se infatti fosse stato indossato sopra il corpo, non sarebbe potuto rimanere nascosto neppure ai servi. Sentite dove si debba indossare l’abito di nozze, quando è detto: I tuoi sacerdoti si vestano di giustizia 12. A proposito di quest’abito l’Apostolo dice: a condizione però d’essere trovati vestiti, non già nudi 13. Fu dunque scoperto dal Signore colui che era rimasto nascosto ai servi. Interrogato non rispose nulla. Viene legato, scacciato, condannato uno solo dei molti. Signore, avevo detto che tu ci ammonisci di ammonire tutti. Ricordate con me le parole che avete udite e ora scoprirete e giudicherete che quell’unico individuo ne rappresentava molti altri. Il Signore aveva senza dubbio interrogato uno solo, ad uno solo aveva detto: Amico, come mai sei entrato qua? Egli solo non aveva saputo rispondere nulla e a proposito di lui solo era stato detto: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre. Lì piangerà e digrignerà i denti 14. Perché ciò? Perché molti sono chiamati ma pochi sono gli eletti 15. Che cosa si potrebbe replicare all’evidente chiarezza di questa verità? Gettatelo – dice – fuori nelle tenebre, s’intende quell’unico individuo di cui il Signore dice: Molti infatti sono i chiamati, ma pochi gli eletti. I pochi dunque non sono cacciati fuori. Certamente era uno solo quel tale che non aveva l’abito di nozze. Gettatelo fuori. Perché viene gettato fuori? Poiché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti. Lasciate stare i pochi, gettate fuori i molti. Senza dubbio era uno solo. E in quest’uno non solo erano rappresentati i molti [cattivi], ma questi per la loro moltitudine superavano il numero dei buoni. Molti sono infatti anche i buoni, ma a paragone dei cattivi i buoni sono pochi. È nato molto grano, ma in confronto della paglia il grano è poco. I medesimi buoni, molti per se stessi, a paragone dei cattivi sono pochi. Come dimostriamo che presi a sé sono molti? Molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente 16. Dove verranno? A quel banchetto al quale entrano buoni e cattivi. Parlando d’un altro convito soggiunse: E sederanno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli 17. È il convito a cui non potranno accedere i cattivi. Si partecipi in modo degno al convito presente per poter arrivare a quello del cielo. Sono dunque nel medesimo tempo molti quelli che sono pochi; molti presi a sé, pochi a paragone dei cattivi. Che cosa dunque dice il Signore? Ne trova uno solo e dice: “Ne sia gettato fuori un gran numero, ne rimangano pochi”. Infatti dire: Molti sono i chiamati, ma pochi sono gli eletti, non significa altro che mostrare apertamente come in questo convito ci si debba presentare in modo da poter essere condotti all’altro convito al quale non avrà accesso nessuno dei cattivi.

Qual è l’abito di nozze.

5. Di che si tratta dunque? Desidero che voi tutti i quali vi accostate alla mensa del Signore, che si trova qui, non siate con quelli che saranno cacciati fuori, ma con i pochi che saranno salvati. Come potrete ottenere ciò? Prendete l’ abito di nozze. “Spiegaci – mi si dirà – che cos’è l’abito di nozze”. Esso è senza dubbio l’abito che hanno solo i buoni, che saranno lasciati nel banchetto e saranno riservati per il banchetto, al quale non accederà nessun cattivo, e vi saranno condotti per grazia di Dio; sono essi che hanno l’abito di nozze. Esaminiamo dunque, fratelli miei, tra i fedeli quelli che hanno qualche virtù propria di cui sono privi i cattivi, e quella sarà l’abito di nozze. Se parliamo di sacramenti, voi vedete come sono comuni ai cattivi e ai buoni. È forse il battesimo? Senza il battesimo nessuno per verità arriva a Dio; ma non tutti quelli che hanno il battesimo arrivano a Dio. Non posso quindi prendere il battesimo come l’abito di nozze, cioè il sacramento da solo, poiché tale abito lo vedo nei buoni ma anche nei cattivi. Forse è l’altare o ciò che si riceve dall’altare. Noi vediamo che molti mangiano, ma essi mangiano e bevono la propria condanna. Che cos’è dunque? È forse far digiuno? Fanno digiuno anche i cattivi. È forse frequentare la chiesa? Ma la frequentano anche i cattivi. Infine è forse fare miracoli? Ma questi li fanno non solo i buoni e i cattivi, ma talora i buoni non li fanno. Ecco, a proposito dell’antico popolo israelitico facevano miracoli i maghi del faraone e non li facevano gl’israeliti; tra gl’israeliti li facevano solo Mosè e Aronne 18, mentre tutti gli altri non li facevano, ma li vedevano, temevano e credevano. Erano forse migliori i maghi del faraone i quali facevano miracoli che il popolo d’Israele non era capace di fare, e tuttavia era il popolo che apparteneva a Dio? A proposito della stessa Chiesa, ascolta l’Apostolo che dice: Sono forse tutti profeti? Hanno forse tutti il dono di compiere guarigioni? Sanno forse parlare in tutte le lingue conosciute? 19

L’abito di nozze è la carità.

6. Qual è dunque l’abito di nozze? Il fine del precetto – dice l’Apostolo – è la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera 20. Questo è l’abito di nozze. Non si tratta però d’una carità qualsiasi, poiché spesso sembra che si amino tra loro anche individui che hanno in comune una cattiva coscienza. Coloro che compiono insieme rapine e delitti, che sono tifosi degl’istrioni, che insieme incitano con urla i guidatori dei cocchi in lizza e i cacciatori del circo, per lo più si amano tra loro, ma non hanno la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. È siffatta carità l’abito di nozze. Se io sapessi parlare le lingue degli uomini e degli angeli, ma non possedessi la carità, sarei – dice l’Apostolo – come una campana che suona o un tamburo che rimbomba 21. Sono arrivati al banchetto individui parlanti solo le lingue ma loro vien detto: “Perché siete entrati senza aver l’abito di nozze?”. Se avessi – dice ancora – il dono della profezia e quello di svelare tutti i segreti, se avessi il dono di tutta la scienza, e avessi tanta fede da smuovere i monti, ma non avessi la carità, non varrei nulla 22. Ecco qui i miracoli delle persone che per lo più non hanno l’abito di nozze. “Se avessi tutti questi doni – dice l’Apostolo – e non avessi Cristo, non varrei nulla”. Non varrei nulla, dice. La profezia, dunque, non vale nulla? La conoscenza dei segreti dunque non vale nulla? “No, non sono questi doni che non valgono nulla, ma sono io che non varrei nulla, se li possedessi ma non avessi la carità”. Quanti beni non giovano a nulla se ne manca uno solo! “Se non avrò la carità, anche se distribuirò elemosine ai poveri e se, per rendere testimonianza al nome di Cristo, arriverò fino al sangue, arriverò fino a farmi bruciare, queste azioni possono farsi anche per amore della gloria e allora sono inutili”. Poiché dunque queste azioni possono diventare anche inutili, se fatte per amore della gloria, e non in virtù della carità fecondissima d’amore verso Dio, l’Apostolo ricorda anche queste stesse azioni; ascoltale: Se distribuirò tutti i miei beni ai poveri e lascerò bruciare il mio corpo, ma non avrò la carità, non mi gioverà a nulla 23. Ecco l’abito delle nozze! Esaminate voi stessi: se lo avete, voi starete sicuri al banchetto del Signore. In un unico individuo esistono due impulsi dell’anima: la carità e la cupidigia. Nasca in te la carità, se non è ancora nata, e se già è nata, venga allevata, venga nutrita e cresca. Per quanto riguarda la cupidigia, al contrario, in questa vita non può essere eliminata del tutto – poiché se diremo di non avere peccati, inganniamo noi stessi e in noi non c’è la verità 24 -; ma noi commettiamo dei peccati nella misura in cui abbiamo la cupidigia; facciamo sì che cresca la carità e diminuisca la cupidigia affinché quella, cioè la carità, venga portata un giorno alla perfezione, e la cupidigia venga ridotta all’estinzione. Indossate l’abito delle nozze; rivolgo quest’esortazione a voi che non l’avete ancora. Voi siete già dentro la Chiesa, vi siete già accostati al convito, ma non avete ancora l’abito da indossare in onore dello sposo, poiché andate ancora in cerca dei vostri interessi, non di quelli di Cristo. L’abito di nozze infatti s’indossa in onore dei coniugi, cioè dello sposo e della sposa. Voi conoscete lo sposo: è Cristo; conoscete la sposa: è la Chiesa. Recate onore allo sposo e alla sposa. Se onorerete come si deve gli sposi, voi ne sarete figli. Fate quindi progressi a questo riguardo. Amate il Signore e con questo sentimento imparate ad amarvi tra voi; in tal modo quando vi amerete tra voi amando il Signore, amerete sicuramente il prossimo come voi stessi. Quando infatti non trovo uno che ami se stesso, in qual modo gli potrò affidare il prossimo perché lo ami come se stesso? “E chi è – domanderà qualcuno – che non ami se stesso?”. Ecco chi è: Chi ama l’iniquità, odia l’anima propria 25. Ama forse se stesso chi ama la propria carne e odia la propria anima con suo danno e con danno della propria anima e della propria carne? Chi è colui che ama la propria anima? Colui che ama Dio con tutto il cuore e con tutta la sua anima. A una persona di tal genere posso dunque affidare il prossimo. Amate il prossimo come voi stessi.

Il prossimo è ogni uomo.

7. “Chi è il mio prossimo?” mi si chiederà. Il tuo prossimo è ogni uomo. Non abbiamo avuto forse tutti due genitori? Sono prossimi tra loro gli animali d’ogni specie: il colombo al colombo, il leopardo al leopardo, il serpente al serpente, la pecora alla pecora e non è prossimo l’uomo all’uomo? Richiamate alla vostra mente la creazione delle creature. Iddio disse e le acque produssero gli animali che nuotano: i grandi cetacei, i pesci, gli animali muniti di ali e altri simili a questi. Tutti gli uccelli non sono forse derivati da un solo uccello, da un solo avvoltoio tutti gli avvoltoi, da un solo colombo tutti i colombi, da un solo serpente tutti i serpenti, da una sola orata tutte le orate, da una sola pecora tutte le pecore? La terra ha generato senz’altro nello stesso tempo tutte le specie d’animali. Ma quando si giunse alla creazione dell’uomo non fu la terra a produrre l’uomo. Fu creato per noi un unico padre, nemmeno due genitori, un padre e una madre; fu creato per noi – ripeto – un solo genitore, nemmeno due, un padre e una madre; ma da un solo padre fu fatta una sola madre; l’unico non fu fatto da nessuno ma da Dio e l’unica fu fatta venendo tratta da lui 26. Considerate bene la nostra stirpe: noi deriviamo da un’unica sorgente e, poiché l’unica nostra sorgente si mutò in acqua amara, da ulivo domestico ch’eravamo siamo diventati tutti ulivi selvatici. Venne però in seguito anche la grazia. Ci generò uno solo per il peccato e per la morte, tuttavia ci generò come una sola stirpe, tutti a lui prossimi, e non solo a lui simili ma anche congiunti. Venne uno solo contro uno solo, contro uno solo che disperse venne uno solo che ci riunisce. Così pure contro uno solo che ci ha uccisi è venuto uno solo che ci dà la vita. Poiché allo stesso modo che per l’unione con Adamo tutti muoiono, così per la loro unione con Cristo tutti avranno la vita 27. Ma allo stesso modo che chiunque nasce dal primo, muore; così chiunque crede, per mezzo di Cristo riceve la vita; avrà però la vita se avrà l’abito di nozze, se sarà invitato al banchetto per rimanerci, non per esserne allontanato.

Qual è la vera fede da raccomandare.

8. Dovete dunque avere la carità, fratelli miei. Vi ho spiegato che cos’è l’abito di nozze, vi ho mostrato quest’abito. Viene lodata la fede – è vero – viene lodata; ma quale fede? È quella la cui caratteristica è chiaramente espressa da un Apostolo. Infatti l’apostolo Giacomo biasima alcuni che si vantavano della loro fede ma non avevano buoni costumi, e dice: Tu credi che Dio è uno solo, e fai bene; ma anche i demoni credono e tremano di paura 28. Richiamate con me alla vostra mente per qual motivo fu elogiato Pietro, per qual motivo fu proclamato beato. Forse perché affermò: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente 29? Colui che lo proclamò beato considerò non già il suono delle sue parole, ma il sentimento del suo cuore. Orbene, volete sapere che la beatitudine di Pietro non era dovuta alle sue parole? Quell’affermazione in realtà era stata fatta anche dai demoni: Noi sappiamo chi sei. Tu sei il Figlio di Dio 30. Pietro riconobbe pubblicamente Cristo come Figlio di Dio, ma lo riconobbero Figlio di Dio anche i demoni. Metti in rilievo la differenza, signore! Sicuro, metto ben in risalto la differenza. Pietro lo affermò spinto dall’amore, i demoni invece spinti dal timore. Per conseguenza l’uno dice: Sarò con te fino alla morte 31, quelli invece: Che c’è tra noi e te? 32. Tu dunque che sei venuto al banchetto, non ti vantare della sola fede. Devi distinguere tra fede e fede e allora si riconoscerà in te l’abito di nozze. Faccia la distinzione l’Apostolo e ce l’insegni: Non conta nulla essere circoncisi o non esserlo, ma solo la fede 33. Di’ quale fede: non credono forse anche i demoni eppure tremano di paura? Lo dico – risponde -, ascolta; distinguo, distinguo subito: ma la fede che agisce per mezzo della carità 34. Quale fede allora, quale specie di fede? Quella che agisce per mezzo della carità. Anche se avessi – dice – il dono di tutta la scienza, e una fede talmente grande da smuovere i monti, ma non avessi la carità, non varrei nulla 35. Abbiate la fede con la carità, poiché non potete avere la carità senza la fede. Vi ammonisco, vi esorto, vi avverto, nel nome del Signore, miei cari, di avere la fede con la carità, poiché potreste avere la fede senza la carità. Infatti non vi esorto ad avere la fede, ma la carità. Non potete infatti avere la carità senza la fede, poiché parlo dell’amore verso Dio e verso il prossimo; come può esserci questo senza la fede? In qual modo amerà Dio chi non crede in Dio? Come può amare Dio lo stolto che in cuor suo dice: Dio non esiste 36? Può darsi che tu creda che il Cristo sia venuto eppure non lo ami; non può avvenire invece che tu ami il Cristo e non dica ch’egli è venuto.

L’amore dev’essere esteso ai nemici.

9. Abbiate dunque la fede con la carità. È questo l’abito di nozze. Voi che volete bene a Cristo dovete volervi bene tra voi: amate gli amici, amate i nemici. Non vi sia gravoso. Che cosa dunque perdete quando acquistate molto? Perché preghi Dio, come per un gran favore, che muoia il tuo nemico? Non è questo l’abito di nozze. Considera lo sposo inchiodato alla croce per te, e che prega il Padre per i propri nemici: Perdona loro, Padre – dice – poiché non sanno che cosa fanno 37. Hai visto lo sposo che diceva così; vedi anche l’amico dello sposo invitato con l’abito di nozze. Considerate come il beato Stefano rimprovera i giudei come se fosse crudele e adirato: Testardi! Pagani di cuore e di mente, avete sempre resistito allo Spirito Santo. Quale dei profeti non uccisero i vostri padri? 38. Avete udito con quale crudeltà li apostrofa. Sei pronto anche tu a parlare così contro chiunque? E volesse il cielo che lo facessi contro chi offende Dio, non contro uno che ha offeso te. Uno offende Dio ma tu non lo rimproveri; ma se offende te, ti metti a gridare; dov’è l’abito di nozze? Avete udito dunque come parlò infuriato Stefano; udite ora come amava i persecutori. Aveva offeso coloro ch’egli rimproverava e perciò fu ucciso a sassate. Ora, essendo oppresso da ogni parte dalle mani di quei furibondi, ed essendo colpito dai sassi, prima disse: Signore Gesù Cristo, accogli il mio spirito 39. Poi, dopo aver pregato stando in piedi per sé in difesa di quelli che lo lapidavano, s’inginocchiò e disse: Signore, non addebitar loro questo peccato 40; che io muoia quanto al corpo, ma non muoiano essi quanto al cuore. Ciò detto, spirò. Dopo quelle parole non aggiunse altro; le disse e poi morì. L’ultima sua preghiera fu per i suoi nemici. Imparate ad avere l’abito di nozze. Così anche tu mettiti in ginocchio, batti la fronte per terra e quando stai per accostarti alla tavola del Signore, al banchetto delle Sacre Scritture, non dire: “Oh, se morisse il mio nemico! Signore, se ho meritato qualcosa da te, fa morire il mio nemico”. Se per caso dirai così, non temerai che ti possa rispondere: “Se io volessi far morire il tuo nemico, prima farei morire te”? O forse ti vanti che ora sei venuto essendo stato invitato? Pensa che cosa eri poco prima. Non mi hai forse bestemmiato? Non mi hai forse deriso? Non hai forse desiderato di cancellare dalla terra il mio nome? Tu però ti vanti perché sei venuto dietro un invito. Se io ti avessi fatto morire come nemico, chi mi sarei fatto amico? Perché pregando male mi vuoi insegnare a fare ciò che non ho fatto a tuo riguardo? Al contrario anzi, – ti dice Dio – io vorrei insegnarti a imitare me. Stando appeso alla croce dissi: Perdona loro, perché non sanno quello che fanno 41. Ho insegnato ciò al mio soldato. Sii una mia recluta contro il diavolo, altrimenti in nessun modo combatterai da vittorioso, se non pregherai per i tuoi nemici. Di’ chiaramente, di’ anche questo, di’ che vuoi perseguitare il tuo nemico; ma dillo consapevolmente, dillo ma con discernimento. Ecco, un tale è tuo nemico; rispondimi: “Che cosa in lui potrebbe esserti nemico?”. Forse il fatto d’essere uomo? “No”. Che cosa allora? “Il fatto ch’è cattivo”. Per il fatto però ch’è un uomo, che l’ho creato io, non ti è nemico. Dio ti dice: “L’uomo io l’ho creato non cattivo 42; divenne cattivo a causa della disobbedienza, poiché ubbidì piuttosto al diavolo che a Dio. A te è nemico ciò che fu fatto dal l’uomo; ti è nemico per il fatto d’essere cattivo, non per il fatto d’essere uomo. Sento dire “uomo” e “cattivo”; il primo termine è proprio della natura, il secondo è proprio della colpa; guarisco la colpa e conservo la natura”. Questo ti dice il tuo Dio: “Ma ecco come io ti vendico: faccio morire il tuo nemico, porto via da lui l’essere cattivo, conservo l’essere uomo; se ne farò un uomo buono, non farò forse morire il tuo nemico e ne farò un tuo amico?”. Questo devi chiedere nella tua preghiera: prega non già che periscano gli uomini, ma finisca l’inimicizia. Se invece preghi perché muoia un uomo, la tua è la preghiera d’uno cattivo contro un altro cattivo, e quando dici a Dio: “Fa’ morire il cattivo”, ti potrebbe rispondere: “Quale di voi due?”.

L’amore dev’essere esteso in modo che trascini tutti a Dio.

10. Estendete l’amore oltre i vostri coniugi e i vostri figli. Quest’amore è insito anche negli animali quadrupedi e nei passeri. Sapete come i passeri e le rondini amano il proprio coniuge, covano insieme le uova, insieme nutrono i piccoli, con una compiacenza e bontà naturale, senza pensare a nessuna ricompensa. Il passero in effetti non dice: “Nutrirò i miei figli perché quando sarò vecchio mi sostentino”. Non pensa nulla di simile; ama gratuitamente, gratuitamente dà da mangiare; offre l’affetto di padre, ma non cerca la retribuzione. Anche voi, lo so bene, amate allo stesso modo i vostri figli. In realtà non sono i figli che devono accumulare ricchezze per i genitori, ma i genitori per i figli 43. Per questo motivo anche molti di voi scusate la vostra avarizia col pretesto che vi arricchite per i vostri figli e conservate le ricchezze per loro. Ma estendete l’amore, cresca quest’amore; poiché amare i figli e i coniugi non è ancora l’abito di nozze. Abbiate fede in Dio. Innanzitutto amate Dio. Sforzatevi di elevarvi fino a Dio e conducete a Dio tutti quelli che potete. È un nemico: sia trascinato verso Dio. È un figlio, è la moglie, è un servo: venga attratto verso Dio. È un pellegrino: venga trascinato verso Dio. È un nemico: venga trascinato verso Dio. Trascina il nemico; trascinandolo non sarà più nemico. Si progredisca in questo modo; la carità sia alimentata così che alimentata sia portata alla perfezione; in tal modo s’indossi l’abito di nozze; in tal modo facendo progressi si rinnovi l’immagine di Dio, secondo la quale siamo stati creati. Infatti peccando questa immagine si era guastata, cancellata. A causa di che cosa si era cancellata, guastata? Strofinandola per terra. Che significa “strofinandola per terra”? Si consuma a causa delle passioni terrene. Poiché è vero che, sebbene l’uomo cammini nell’immagine, tuttavia invano si turba 44. La verità, non la vanità si cerca nell’immagine di Dio. Orbene, amando la verità, l’immagine, secondo la quale siamo stati creati, venga rinnovata, e sia restituita al nostro Cesare come sua propria moneta. Così in effetti avete sentito dalla risposta del Signore il quale, ai giudei che volevano metterlo alla prova, disse: Perché volete mettermi alla prova, ipocriti? Mostratemi la moneta del tributo 45, cioè l’immagine che vi era impressa e l’iscrizione. Mostratemi la moneta che pagate, che mettete da parte, mostratemi che cosa si esige da voi. Gli mostrarono un “denaro” e chiese loro quale immagine e quale iscrizione portasse impressa. Risposero: di Cesare 46. Questo Cesare esige anche la propria immagine. Cesare non vuole che si perda ciò che ha ordinato gli si dia e Dio non vuole che si perda ciò che ha creato. Cesare però, fratelli miei, non è il creatore della moneta; la fanno gli zecchieri, se ne dà l’ordine agli artefici, mentre egli l’ha ordinata ai suoi alti funzionari. L’immagine veniva impressa sulla moneta: sulla moneta c’è l’immagine di Cesare. E tuttavia si va in cerca di ciò che altri impressero. Chi accumula ricchezze non vuole che gli sia negata quell’immagine. Moneta di Cristo è l’uomo; in essa c’è l’immagine di Cristo, c’è il nome di Cristo, ci sono i benefici di Cristo, lì i doveri impostici da Cristo.

Note

1 – 1 Cor 11, 29.

2 – Mt 19, 17.

3 – Mt 7, 11.

4 – Gv 13, 10.

5 – Mt 7, 11.

6 – Mt 22, 10.

7 – 1 Gv 1, 8.

8 – 1 Gv 1, 9.

9 – Mt 22, 10.

10 – Mt 22, 11.

11 – Mt 22, 11-12.

12 – Sal 131, 9.

13 – 2 Cor 5, 3.

14 – Mt 22, 13.

15 – Mt 22, 14.

16 – Mt 8, 11.

17 – Mt 8, 11.

18 – Cf. Es 7-8.

19 – 1 Cor 12, 29-30.

20 – 1 Tm 1, 5.

21 – l Cor 13, l.

22 – 1 Cor 13, 2.

23 – 1 Cor 13, 3.

24 – 1 Gv 1, 8.

25 – Sal 10, 6.

26 – Cf. Gn 1-2.

27 – 1 Cor 15, 22.

28 – Gc 2, 19.

29 – Mt 16, 17.

30 – Mc 1, 24; Mt 8, 29.

31 – Lc 22, 33.

32 – Mt 8, 29.

33 – Gal 5, 6.

34 – Gal 5, 6.

35 – 1 Cor 13, 2.

36 – Sal 13, 2

37 – Lc 23, 34.

38 – At 7, 51 s.

39 – At 7, 58.

40 – At 7, 59.

41 – Lc 23, 34.

42 – Cf. Qo 7, 29.

43 – 2 Cor 12, 14.

44 – Sal 38, 7.

45 – Mt 22, 18-19.

46 – Mt 22, 18-19.

lunedì 5 ottobre 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano