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Mt 15,21-28; Is 56,1.6-7 (leggi 56,1-8); Sal 66; Rm 11,13-15.29-32 (leggi 11,13-32)

 

Analisi patristica

L’esegesi patristica di Matteo 15,21-28 (l’incontro tra Gesù e la donna cananea)costituisce una delle pagine più affascinanti della grande tradizione omiletica antica. Maestri come sant’Agostino, san Girolamo, san Giovanni Crisostomo e i Padri della tradizione siriaca hanno letto in questo duello verbale molto più di una semplice guarigione prodigiosa: vi hanno visto l’anticipazione profetica delle Nozze tra Cristo e la Chiesa delle nazioni pagane (i Gentili). I Padri smontano la durezza apparente di Gesù rivelando la pedagogia nascosta dietro il Suo silenzio e l’incredibile capolavoro teologico compiuto dall’umiltà della donna.

  1. Il Silenzio di Gesù: Non un rifiuto, ma lo scavo del Medico

A prima vista, il fatto che Gesù «non le rivolse neppure una parola» e la dura metafora dei cagnolini  possono urtare la sensibilità del lettore. San Giovanni Crisostomo (nella sua Omelia LII sul Vangelo di Matteo) ribalta questo shock visivo e psicologico:

«Cristo non taceva per disprezzo, né parlava per umiliare. Egli operava come un medico sapiente che non applica subito il rimedio, ma attende che la ferita mostri tutta la sua profondità. Se Gesù l’avesse esaudita subito, la grandezza della fede di questa donna sarebbe rimasta sepolta nell’ombra.

Il Salvatore taceva per costringerla a gridare più forte, per scavare nel suo cuore e far emergere un tesoro che potesse fare da catechesi per i discepoli e per i secoli futuri. Con il Suo silenzio duro, Gesù ha arato la terra di questa madre pagana affinché producesse il frutto smisurato del cento per uno».

  1. La Cananea come figura della Chiesa dei Pagani

Sant’Agostino (nel suo Discorso 77) compie un colpo di scena ecclesiologico, mettendo a confronto l’arroganza dei Farisei con l’umiltà della Cananea:

  • Il ribaltamento dei ruoli: I figli d’Israele, che sedevano a tavola e possedevano l’intero patrimonio dei cinque pani della Legge si sono accecati per l’orgoglio accademico, rifiutando il Pane della Vita. La Cananea, invece, che proviene dalle tenebre dell’idolatria pagana, riconosce Gesù come «Signore, Figlio di Davide».
  • Dalla strada alla Casa: Agostino nota che accettando di essere definita “cagnolino”, la donna compie una formidabile spoliazione dell’ego. Non esige diritti morali; reclama solo il diritto domestico dei cuccioli che vivono sotto la tavola. Con questa umiltà arguta, la Cananea cessa di essere un’estranea sulla strada: entra simbolicamente nella casa del Padre, prefigurando la conversione dei pagani (i Gentili) che diventeranno la vera Chiesa-Sposa

 

  1. La Ruminatio delle Briciole: Il valore dell’Infinitamente Piccolo

I Padri della tradizione siriaca (come Sant’Efrem il Siro) si concentrano sulla potenza sprigionata dal frammento di pane, applicandola direttamente al metodo della ruminatio orante.

  • La fisica dello Spirito: La donna risponde a Gesù: «Eppure i cagnolini mangiano le briciole (psichíōn)». Efrem spiega che questa madre ha accolto la Parola tagliente del Maestro, spaccandone la scorza dura. Ha compreso che Dio non si distribuisce a pezzi: nell’infinitamente piccolo di una sola briciola è racchiusa l’intera onnipotenza della Trinità.
  • Le basta un solo briciolo di grazia gratuita, un frammento piccolissimo di Parola per scacciare il demonio e guarire la figlia a distanza.
  1. Il Giubilo dello Sposo e il compimento del Desiderio

San Girolamo fa notare il contrasto drammatico e finale tra la prima e l’ultima battuta di Gesù:

  • All’inizio, Gesù oppone un silenzio di ghiaccio e un limite restrittivo insuperabile («Non sono stato mandato se non…»)
  • Alla fine, davanti alla fede umile della donna, Gesù capitola ed esplode in un grido di puro giubilo nuziale: «Grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».
  • I Padri concludono che l’umiltà è l’unica forza capace di “vincere” Dio, costringendo lo Sposo ad anticipare i tempi della storia per spalancare le porte della mensa eucaristica a tutta l’umanità ferita.

 

 

DISCORSO 77

SULLE PAROLE DEL VANGELO DI MT 15, 21-28:
“GESÙ USCITO DA GENEZARET, RIPARÒ DALLE PARTI DI TIRO E SIDONE,
ED ECCO UNA DONNA CANANEA” ECC.

di Sant’Agostino, vescovo

(PL 38, 483-490)

La donna cananea esempio d’umiltà.
  1. 1. Questa donna cananea di cui il brano del Vangelo letto poc’anzi fa un grande elogio, ci offre un esempio d’umiltà e una condotta ispirata alla fede e ci mostra come innalzarci dall’umiltà fino al cielo. Essa però, com’è chiaro, non apparteneva al popolo d’Israele, al quale appartenevano i Patriarchi, i Profeti, i parenti di nostro Signore Gesù Cristo e la stessa Vergine Maria, madre di Cristo. Questa donna non era di questo popolo, ma era pagana. Il Signore infatti, come abbiamo sentito, s’era ritirato nella regione di Tiro e Sidone. La donna cananea era venuta di lì e con insistenza petulante implorava la grazia della guarigione per la figlia ch’era crudelmente straziata dal demonio 1. Tiro e Sidone erano città dei pagani e non del popolo d’Israele, anche se vicine a quel popolo. La cananea dunque, bramosa di ottenere la grazia, gridava e picchiava con forza alla porta, ma Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio; e non solo perché fosse più ardente il suo desiderio, ma – come ho detto prima – fosse messa in risalto la sua umiltà. Gridava come se il Signore non la sentisse, mentre invece egli disponeva in silenzio ciò che aveva intenzione di fare. I discepoli pregarono per lei il Signore e dissero: Mandala a casa perché ci vien dietro e continua a gridare 2. Ma egli rispose: Io sono stato mandato solo alle pecore sperdute del popolo d’Israele 3.
In che senso Cristo fu inviato solo agli israeliti.
  1. 2. A questo punto sorge un problema a proposito di queste parole. In qual modo noi siamo venuti all’ovile di Cristo dai pagani, s’egli è stato mandato solo alle pecore sperdute del popolo d’Israele? Che significa il piano provvidenziale di questo mistero tanto profondo? Perché mai il Signore, pur sapendo lo scopo per cui era venuto, per formarsi senza dubbio la Chiesa tra tutti i popoli, disse d’essere stato inviato solo alle pecore sperdute del popolo d’Israele? Noi comprendiamo dunque ch’egli doveva mostrarsi presente col suo corpo tra quel popolo, nascere, compiere i miracoli e risorgere per proprio potere; comprendiamo che così era stato disposto, così era stato dichiarato fin dall’inizio, così era stato predetto, così era stato compiuto; poiché il Cristo doveva venire in mezzo al popolo dei giudei per essere visto, essere ucciso allo scopo di riconciliare in tal modo con Dio coloro ch’erano l’oggetto della sua prescienza. Quel popolo infatti non fu condannato ma passato al vaglio. In mezzo ad esso c’era una gran quantità di paglia, ma anche una certa quantità di buon grano nascosto; vi era ciò che doveva essere bruciato ma anche ciò di cui si sarebbe riempito il granaio. Da dove vennero gli Apostoli se non da quel popolo? Donde Pietro? Donde tutti gli altri fedeli?.
Saulo mutato in Paolo.
  1. 2. Donde proveniva lo stesso Paolo, dapprima Saulo, cioè prima superbo e poi umile? Poiché quando si chiamava Saulo, il suo nome derivava da Saul. Ora Saul era un re superbo e durante il suo regno perseguitava l’umile Davide 4. Quando dunque era Saulo colui che poi fu Paolo, allora era certamente superbo, persecutore di persone innocenti, uno che cercava di distruggere la Chiesa 5. Egli infatti, infiammato, per così dire, di zelo per la sinagoga e di odio verso la religione cristiana, aveva ricevuto lettere di presentazione dai sacerdoti per deferire [al Sinedrio] tutti i cristiani che avesse trovati e far infliggere loro il supplizio. Cammin facendo, aspirando con tutta l’anima di fare strage, mentre era assetato di sangue, dalla parola di Cristo scesa dal cielo venne abbattuto come persecutore, e fu rialzato come banditore del Vangelo. Si adempì a suo riguardo quanto sta scritto nel Profeta: Sarò io a colpire e sarò io a guarire6. Dio colpisce ciò che nell’uomo s’innalza contro Dio. Non è cattivo il medico che taglia una tumefazione, che amputa un membro cancrenoso o lo cauterizza. Procura dolore, sì, ma lo procura per far riacquistare la sanità. È molesto, sì, ma se non lo fosse, sarebbe inutile. Cristo dunque atterrò con una sola parola Saulo ma rialzò Paolo; vale a dire abbatté il superbo e innalzò l’umile. Quale fu in effetti il motivo di cambiarsi il nome, per cui mentre prima si chiamava Saulo, dopo volle chiamarsi Paolo, se non perché riconobbe che il nome di Saulo ch’egli aveva quando perseguitava la Chiesa, era un nome di superbia? Preferì quindi chiamarsi con un nome umile come quello di Paolo, cioè “il più piccolo”. Paulum (un’inezia) non vuol dire altro che parum, cioè: “cosa di poco conto”. Vantandosi ormai di un tal nome e mettendo in risalto l’umiltà: lo – dice – sono il più insignificante degli Apostoli7. Donde proveniva dunque egli se non dal popolo dei giudei? Da quel popolo provenivano gli altri Apostoli, da esso proveniva Paolo e tutti quei discepoli i quali, come lo stesso Paolo ricorda, videro il Signore dopo la risurrezione. Dice infatti che fu visto da più di cinquecento discepoli riuniti insieme, la maggior parte dei quali è ancora in vita mentre alcuni sono già morti 8.
I giudei si convertirono all’udire Pietro.
  1. 2. Appartenevano inoltre a quel popolo anche coloro che ascoltarono il discorso in cui Pietro mise in evidenza la passione, la risurrezione e divinità di Cristo e ciò dopo aver ricevuto lo Spirito Santo, allorché tutti coloro sui quali era disceso lo Spirito Santo parlarono nella lingua di tutti i popoli; quelli del popolo giudaico i quali stavano ad ascoltarlo, si sentirono come trafitti nel cuore e chiesero consiglio per sapere che cosa dovessero fare per salvarsi; avevano infatti compreso d’essere colpevoli dell’uccisione del Cristo, poiché erano stati proprio essi a crocifiggerlo, ucciderlo, e ora vedevano tanti miracoli compiuti nel nome di Colui ch’essi avevano ucciso e vedevano la presenza dello Spirito Santo.
  2. 3. Avendo chiesto dunque che cosa dovessero fare, ebbero questa risposta: Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e riceverete il perdono dei vostri peccati9. Chi avrebbe perduto la speranza che potessero ricevere il perdono dei peccati, dal momento che ricevevano il perdono coloro ch’erano colpevoli d’aver ucciso Cristo? Si convertirono molti appartenenti allo stesso popolo giudaico; si convertirono e si fecero battezzare. Si accostarono alla mensa del Signore e, divenuti credenti, bevvero il sangue che avevano versato nel loro furore. In qual modo, quanto interamente e perfettamente si fossero convertiti lo indicano gli Atti degli Apostoli. Poiché vendevano tutto ciò che possedevano e i soldi ricavati dalle loro proprietà li mettevano a disposizione degli Apostoli e venivano distribuiti a ciascuno secondo le proprie necessità, e nessuno chiamava alcunché proprietà privata, ma tutto quel che avevano lo mettevano in comune 10. Essi inoltre vivevano unanimi e concordi tesi verso Dio 11. Queste sono le pecore a proposito delle quali diceva: Non sono stato inviato se non alle pecore sperdute del popolo d’Israele 12. A essi egli si mostrò presente e quand’era inchiodato alla croce per essi pregò dicendo: Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno 13. Il medico sapeva bene ch’erano dei furiosi e dei forsennati che uccidevano il medico senza sapere quello che facevano, e con l’uccidere il medico si procuravano la medicina. Infatti tutti siamo stati guariti dal Signore ucciso, siamo stati riscattati con il suo sangue, siamo stati liberati dalla fame con il pane di quel corpo. In tal modo Cristo mostrò dunque ai giudei la sua presenza fisica. Dice: Non sono inviato se non alle pecore sperdute del popolo d’Israele, per mostrare loro la sua presenza fisica e non per disprezzare e trascurare le pecore che aveva tra i pagani.
Cristo non era stato inviato ai pagani ma inviò i discepoli.
  1. 4. Egli non si recò di persona ai pagani ma inviò loro i discepoli. Allora si adempì quanto aveva predetto il Profeta: Mi servì un popolo che io non conoscevo 14. Vedete quanto è profonda, quanto è evidente, quanto è precisa questa profezia. Mi servì un popolo che io non conoscevo, cioè al quale non mi mostrai presente. In qual modo mi servì? Così, come continua la profezia: Mi ubbidì al solo udirmi15, cioè credettero senza vedere, ma solo udendo. Per questo motivo i pagani meritano lode maggiore, poiché i giudei videro il Cristo ma lo uccisero; i pagani invece lo udirono soltanto e credettero in lui. Ma per chiamare alla fede e radunare i pagani perché così si adempisse la profezia che abbiamo cantato poco prima: Radunaci da tutte le nazioni, perché possiamo lodare il tuo santo nome e gloriarci nella tua lode 16, fu inviato l’apostolo Paolo. Il minimo tra gli Apostoli, diventato grande non per virtù propria, ma grazie a Colui ch’egli perseguitava, fu inviato ai pagani, da brigante divenuto pastore, da lupo diventato pecora. Il più piccolo degli Apostoli fu inviato ai pagani 17, e molto si affaticò tra i pagani, e per opera sua i pagani abbracciarono la fede, come attestano le sue Lettere.
La figlia del capo-sinagoga e l’emorroissa.
  1. 4. Questo fatto si trova prefigurato simbolicamente e in modo assai profondo anche nel Vangelo. Era morta la figlia di un caposinagoga e suo padre pregava il Signore di recarsi da lei; l’aveva lasciata inferma e in grave pericolo. Il Signore stava recandosi a visitare e a guarire l’inferma, ma nel frattempo un tale recò la notizia che quella figliola era morta e disse al padre: La ragazza è morta; non disturbare più il Maestro 18. Ma il Signore, che sapeva di poter risuscitare i morti, non tolse la speranza a chi l’aveva perduta e disse al padre: Non temere, ma abbi soltanto fiducia 19. Proseguì il cammino verso la casa della ragazza; lungo la strada in mezzo alla folla s’introdusse a spintoni, come le fu possibile, una donna che soffriva di perdite di sangue: a causa di quella malattia che l’affliggeva da lungo tempo aveva speso tutto il suo denaro con i medici senza alcun risultato. Appena riuscì a toccare l’orlo del suo mantello rimase guarita. E il Signore: Chi mi ha toccato20, chiese. I discepoli, all’oscuro dell’accaduto e vedendo ch’era premuto dalla folla e che s’era preoccupato solo d’una donna che lo aveva toccato leggermente si stupirono e risposero: La folla ti opprime e tu chiedi chi ti ha toccato? Ma Gesù replicò: Qualcuno mi ha toccato21. Era vero: quelli spingono, questa invece lo ha solo toccato. Molti dunque opprimono molestamente il corpo di Cristo, solo pochi lo toccano salutarmente. Qualcuno – disse – mi ha toccato; poiché mi sono accorto che un’energia è uscita da me. Ma appena quella vide che non era rimasta nascosta, si gettò ai piedi di Gesù e dichiarò davanti a tutti che cos’era avvenuto. Dopo questo fatto Gesù proseguì il cammino verso il luogo ove era diretto e risuscitò la figliola del capo-sinagoga da lui trovata morta 22.
Questi fatti anche se compiuti realmente dal Signore, possono avere un senso figurato.
  1. 5. Il fatto fu compiuto veramente così com’è raccontato, ma tuttavia anche le stesse azioni compiute dal Signore avevano un significato simbolico, come se fossero parole, se così può dirsi, visibili e aventi un loro significato. Ciò è chiaro soprattutto nel fatto che andò a vedere se trovava dei frutti in un albero quando non era la stagione e, poiché non ve li trovò, maledisse l’albero e lo fece seccare 23. Se questo fatto non fosse inteso in senso figurato, sarebbe riconosciuto stolto; sarebbe anzitutto sciocco il fatto d’essere andato a vedere se si trovavano frutti su quell’albero, quando non era la stagione di frutti in alcun albero; in secondo luogo, pur ammesso che fosse già la stagione dei frutti, che colpa avrebbe commesso quell’albero di non portare frutti? Ma la cosa aveva un significato simbolico, che cioè egli cercava non solo delle foglie ma anche dei frutti, ossia non solo le parole ma anche le azioni degli uomini; per questo col far seccare l’albero in cui trovò solo delle foglie volle indicare il castigo per coloro che sono capaci di parlare del bene, ma si rifiutano di compierlo. Così dunque è anche per il fatto qui narrato. Si tratta evidentemente d’un fatto simbolico. Colui che prevede ogni cosa dice: Chi mi ha toccato24. Il Creatore ha l’aria di non sapere e domanda, proprio lui che non solo sapeva quello che domandava ma sapeva in antecedenza tutte le altre cose. Si tratta certamente di qualcosa d’importante che Cristo vuol dirci mediante un fatto che ha un suo significato simbolico.
Di che cosa erano figure quelle persone.
  1. 5. La figlia del capo-sinagoga era simbolo del popolo giudaico per il quale era venuto il Cristo, che disse: Non sono stato inviato se non alle pecore sperdute della casa d’Israele25. Al contrario la donna che soffriva perdite di sangue era figura simbolica della Chiesa formata dai provenienti dal paganesimo, ai quali Cristo non era stato inviato con la sua presenza fisica. Egli si recava dalla ragazza malata perché voleva salvarla; quella sopraggiunge, tocca l’orlo del mantello di Gesù che sembra non sappia chi lo tocchi, cioè viene guarita come da uno ch’è lontano. Egli chiede: Chi mi ha toccato26. Cioè: non conosco questo popolo. Mi servì un popolo che non conoscevo. Qualcuno mi ha toccato, poiché mi sono accorto che un’energia è uscita da me 27, cioè che il Vangelo è stato diffuso in tutto il mondo e lo ha riempito. Viene poi toccato l’orlo ch’è la più piccola ed ultima parte d’un vestito. Fa’ conto che la veste di Cristo siano gli Apostoli. In esso Paolo era come l’orlo, cioè l’ultimo e il più piccolo. Infatti affermò di se stesso l’una e l’altra cosa. Io sono il minimo degli Apostoli28. Infatti era stato chiamato, aveva creduto dopo tutti gli altri ma guarì più anime che tutti gli altri Apostoli. Il Signore non era stato inviato se non alle pecore sperdute della casa d’Israele, ma poiché lo avrebbero servito e gli avrebbero ubbidito, dando ascolto alla predicazione, anche popoli ch’egli non conosceva, non passò sotto silenzio neppure quelli mentre si trovava lì. Poiché il medesimo Signore dice in un passo: Ho anche altre pecore che non sono in questo ovile. Anche quelle devo condurle dentro in modo che vi sia un unico gregge e un solo pastore 29.
La cananea perseverante nella preghiera.
  1. 6. Una di tali pecorelle era questa donna; per questo motivo non veniva trascurata ma la sua aspettativa veniva solo ritardata. Non sono stato inviato – dice Cristo – se non alle pecore sperdute della casa d’Israele 30. Ma quella insisteva gridando, continuava a pregare, a bussare, come se già avesse sentito dire: “Domanda e riceverai, cerca e troverai, bussa e la porta ti verrà aperta”. Insistette e bussò. Infatti anche il Signore disse: Domandate e riceverete, cercate e troverete, bussate alla porta e vi sarà aperta 31, ma egli prima aveva detto: Non date ai cani ciò ch’è santo e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e, rivoltandosi contro di voi, vi sbranino 32; vale a dire: perché, dopo aver disdegnato le vostre perle, non vi siano anche molesti. Non gettate quindi loro ciò che disprezzano.
Perché i pagani sono chiamati ” cani “.
  1. 6. “E come faremo a distinguere – così possiamo immaginare che replicassero – quali sono i porci e quali i cani?”. La cosa appare evidente nella risposta data a quella donna. Poiché alle sue insistenze il Signore rispose così: “Non sta bene portar via il cibo ai figli e buttarlo ai cani 33. Tu sei un cane, sei una pagana, adori gl’idoli “. Ma che cos’è tanto abituale ai cani quanto leccare i sassi? Non è dunque giusto portar via il pane ai figli e buttarlo ai cani. Se dopo aver sentito queste parole quella se ne fosse andata via, si sarebbe avvicinata come un cane e come un cane si sarebbe allontanata, ma con il bussare, da cane che era divenne una persona umana. Poiché insistette nel chiedere e, con l’accettare quello che poteva sonare come un rimprovero offensivo, diede prova d’umiltà e ottenne misericordia. In effetti non si turbò né si adirò d’essere stata chiamata “cane” mentre chiedeva una grazia, domandava misericordia. È vero, Signore 34; mi hai chiamata cane, sono davvero un cane, riconosco il mio nome; è la Verità che parla, ma non per questo devo essere esclusa dal ricevere una grazia. Sono proprio un cane, ma anche i cani mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni 35. Desidero una grazia piccola piccola, non voglio stare per forza a tavola, cerco solo delle briciole”.
A proposito della cananea è messa in risalto l’umiltà.
  1. 11. Vedete come è messa in risalto l’umiltà. Il Signore l’aveva chiamata cane; essa non lo negò ma disse di esserlo. E poiché riconobbe d’essere un cane, subito il Signore le disse: “O donna, grande è la tua fede. Accada come tu vuoi 36. Tu ti sei riconosciuta un cane, io perciò ti riconosco ormai come una persona umana. O donna, grande è la tua fede; hai chiesto, hai cercato, hai bussato alla porta; ora ricevi, trova, ti sia aperta la porta”. Vedete, fratelli, come soprattutto l’umiltà è stata esaltata nei confronti di questa donna ch’era cananea, che cioè proveniva dal paganesimo ed era prefigurazione, cioè simbolo, della Chiesa. In realtà il popolo giudaico, per essere escluso dal Vangelo, s’era gonfiato di superbia per il fatto d’aver ricevuto la Legge, per il fatto che da esso erano discendenti i Patriarchi, erano usciti i Profeti, e Mosè, il servo di Dio, aveva compiuto nell’Egitto i grandi miracoli che abbiamo sentito ricordati nel salmo 37, aveva condotto il popolo attraverso il Mar Rosso mentre le acque si ritiravano, ricevette la Legge che diede allo stesso popolo. Il popolo giudaico aveva bene dei motivi per vantarsi ed esaltarsi, ma a causa della stessa superbia avvenne che non volle umiliarsi a Cristo, maestro d’umiltà, repressore dell’orgoglio, medico divino, il quale perciò, pur essendo Dio, si fece uomo affinché l’uomo si riconoscesse uomo. È una medicina molto efficace. Se questa medicina non cura la superbia, non so che cosa può curarla. È Dio e si fa uomo: mette da parte la divinità, cioè in qualche modo la depone, ossia nasconde la propria natura e appare la natura assunta. Si fa uomo pur essendo Dio, mentre invece l’uomo non si riconosce uomo, cioè non si riconosce mortale, fragile, peccatore, malato, in modo da ricercare il Medico almeno perché è malato; ma ciò ch’è più pericoloso, gli sembra d’esser sano.
Al posto dei giudei rigettati per la superbia Dio ha chiamato i pagani per la loro umiltà.
  1. 8. 12. Quel popolo dunque non si avvicinò al medico per questo motivo, cioè per la superbia. Si parla dei giudei come di rami naturali tagliati via dall’albero dell’ulivo, cioè dal popolo generato dai Patriarchi, rami tagliati giustamente perché sterili a causa dello spirito di superbia; in quell’ulivo fu poi innestato un ulivo selvatico 38. Quest’ulivo selvatico era il popolo dei pagani. Afferma l’Apostolo che l’ulivo selvatico fu innestato nell’ulivo domestico, ma i rami naturali furono tagliati via. Quelli furono tagliati a causa della superbia, l’ulivo selvatico fu invece innestato a causa dell’umiltà. Quest’umiltà era mostrata dalla donna quando diceva: “È vero, Signore 39; sono un cane, desidero solo mangiare le briciole”. Per questa umiltà piacque anche il centurione; questo desiderava che il suo servo fosse guarito dal Signore e poiché il Signore gli disse: Verrò io stesso e lo guarirò, egli rispose: Signore, non sono degno che tu entri in casa mia, ma di’ solo una parola e il mio servo sarà guarito40. Non sono degno che tu entri netta mia casa. Non lo accolse nella sua casa ma lo aveva accolto già nel proprio cuore. Quanto più era umile, tanto più ne era capace, tanto più n’era pieno. Alla stessa maniera i colli respingono l’acqua mentre se ne riempiono le valli. Dopo che il centurione aveva detto: Non sono degno che tu entri in casa mia, ecco quanto disse il Signore a quelli che lo seguivano: Vi assicuro che non ho incontrato nessuno in Israele che avesse tanta fede 41; cioè non ho trovato tanta fede tra il popolo al quale sono venuto. Che significa: “Tanta”? “Tanto grande”. Che cosa la rendeva così grande? Ciò che vi è di più piccolo, cioè l’umiltà. Non ho trovato tanta fede; simile al granello di senape che quanto più è piccolo, tanto più è fervente. Il Signore innestava già l’ulivo selvatico in quello domestico. Faceva ciò quando diceva: Vi assicuro che non ho trovato tanta fede in Israele.
Nel regno dei cieli non si devono aspettare piaceri terreni.
  1. 13. Considera infine ciò che segue. Perciò io vi dico (poiché non ho trovato tanta fede in Israele, cioè tanta umiltà accompagnata dalla fede), perciò io vi dico che verranno molti dall’Oriente e dall’Occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli 42. Sederanno a tavola – è detto – cioè riposeranno. Orbene, non dobbiamo immaginare che lì ci siano delle vivande materiali né desiderare qualcosa di simile in quel regno perché in tal caso scambieremmo i vizi con le virtù invece di sostituire le virtù ai vizi. Sono infatti due cose diverse desiderare il regno dei cieli per la sapienza e la vita eterna, e desiderarlo per la felicità terrena, come se lassù potessimo averla più splendida e più ampia. Se tu reputi che in quel regno tu sarai ricco, tu non amputi la cupidigia ma soltanto la muti; ma ciononostante sarai veramente ricco, e lo sarai soltanto lassù. Mi spiego: moltissime cose ammucchia quaggiù chi è bisognoso. Perché i ricchi hanno molti beni? Perché hanno bisogno di molte cose. Chi ha più bisogno si procura più sostanze, ma lassù scomparirà lo stesso bisogno. Tu sarai veramente ricco solo quando non avrai bisogno di nulla. Poiché non è che tu sia ricco e un angelo sia povero perché non ha bestie da soma e carrozze e molti servi. Perché? Perché non ne ha bisogno, perché quanto più è forte tanto meno ne ha bisogno. Sono dunque lassù le ricchezze, le vere ricchezze. Non devi immaginare vivande materiali. I cibi di questa terra sono rimedi necessari ogni giorno, sono indispensabili per la malattia con cui tutti noi veniamo al mondo. Ciascuno sperimenta questa malattia se passa l’ora della refezione. Vuoi vedere quanto pericolosa è questa malattia? È come una febbre acuta che in sette giorni può condurre alla morte. Non ti credere sano. La vera sanità sarà l’immortalità. La sanità di quaggiù è solo una lunga malattia. A te sembra di essere sano perché sostieni questa malattia con rimedi giornalieri; sopprimi questi rimedi e vedrai cosa sarai capace di fare.
La morte è inevitabile fin dalla nascita.
  1. 14. Fin dalla nascita siamo esposti a una morte inevitabile. È inevitabile che la malattia, di cui parliamo, conduca alla morte. Così dicono certamente i medici quando visitano i malati. Così dicono, per esempio: “Costui è idropico, è vicino alla morte; è una malattia incurabile. È lebbroso, anche questa malattia è incurabile. Questo è malato di etisia, chi lo può guarire? È inevitabile che perisca, è inevitabile che muoia”. Ecco, il medico ha già detto: “È tisico, non può far altro che morire”; eppure talora né l’idropico né il lebbroso né il tisico muore di quella malattia, ma ciononostante è inevitabile che chiunque è nato, in seguito muoia. Muore per questa malattia, non può essere diversamente. Ciò lo dichiara non solo il medico, ma anche un ignorante in medicina; ma se anche muore più tardi forse per questo non morrà? Quando avremo allora la vera sanità, se non quando avremo la vera immortalità? Se dunque ci sarà la vera immortalità e non ci sarà nessuna corruzione, nessun deperimento, che bisogno avremo di nutrirci? Quando dunque senti: Sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe43, non devi preparare il ventre ma la mente; in essa troverai il tuo appagamento: ha le sue vivande anche lo stesso a “ventre” dell’anima. In rapporto a questo ventre è detto: Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati44. E saranno veramente saziati da non aver fame.
Perché vengono tagliati i rami naturali e s’innesta l’ulivo selvatico?
  1. 15. Il Signore dunque innestava già l’ulivo selvatico quando affermava: Molti verranno dall’Oriente e dall’Occidente e sederanno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, cioè saranno innestati nell’ulivo, le cui radici sono Abramo, Isacco e Giacobbe, mentre i figli del regno, cioè i giudei increduli, andranno a finire fuori, nelle tenebre45. Saranno tagliati i rami naturali affinché venga innestato l’ulivo selvatico. Ma perché mai i rami naturali hanno meritato d’essere tagliati se non a causa della superbia? e l’ulivo selvatico d’essere innestato se non per l’umiltà? Per questo motivo anche quella donna disse: È vero, Signore; ma anche i cani mangiano le briciole che cadono dalla mensa dei loro padroni46. E per questo sentì dirsi: O donna, grande è la tua fede47. Così anche il centurione: Non sono degno che tu entri in casa mia 48. Io vi assicuro [- rispose il Signore -] che non ho trovato tanta fede in Israele 49. Impariamo ad essere o a mantenerci umili. Se non abbiamo ancora l’umiltà, impariamola; se invece l’abbiamo già, non perdiamola. Se non l’abbiamo ancora, cerchiamo d’averla, per essere innestati; se l’abbiamo già, manteniamola per non essere tagliati via.

 

Note

1 – Cf. Mt 15, 22 ss.

2 – Mt 15, 23.

3 – Mt 15, 24.

4 – Cf. 1 Sam 18, 29.

5 – Cf. At 7, 58; 8, 1-2; 9, 12; 22, 20; 1 Cor 15, 9; Gal 1, 13; Fil 3, 6.

6 – Dt 32, 39.

7 – 1 Cor 15, 9.

8 – 1 Cor 15, 6.

9 – At 2, 38.

10 – Cf. At 4, 32-35.

11 – At 4, 32.

12 – Mt 15, 24.

13 – Lc 23, 34.

14 – Sal 17, 45.

15 – Sal 17, 45.

16 – Sal 105, 47.

17 – Cf. 1 Cor 15, 9.

18 – Lc 8, 49.

19 – Lc 8, 50.

20 – Lc 8, 45.

21 – Lc 8, 46.

22 – Cf. Lc 8, 41-56.

23 – Cf. Mc 11, 13-14.

24 – Lc 8, 45.

25 – Mt 15, 24.

26 – Lc 8, 44.

27 – Lc 8, 46.

28 – 1 Cor 15, 9.

29 – Gv 10, 16.

30 – Mt 15, 24.

31 – Mt 7, 7.

32 – Mt 7, 6.

33 – Mt 15, 26.

34 – Mt 15, 27.

35 – Mt 15, 27.

36 – Mt 15, 28.

37 – Sal 105.

38 – Cf. Rm 11, 17 ss.

39 – Mt 15, 27.

40 – Mt 8, 7-9.

41 – Mt 8, 10.

42 – Mt 8, 5. 11.

43 – Mt 8,11.

44 – Mt 5, 6.

45 – Mt 8, 12.

46 – Mt 15, 27.

47 – Mt 15, 28.

48 – Mt 8, 8.

49 – Mt 8, 10

 

 

 

DISCORSO 77/A

TRATTATO SULLA DONNA CANANEA SECONDO MATTEO

di Sant’Agostino, vescovo

(PLS 2, 649-653)

 

Che cosa c’insegna la donna cananea.
  1. 1. Avete sentito come questa donna, che gridava dietro al Signore, cercò, chiese, bussò alla porta e le fu aperto. Essa quindi c’insegna a cercare affinché troviamo, a chiedere affinché riceviamo, a bussare perché ci venga aperto. Che significa dunque il fatto che il Signore rifiutava di concedere la grazia domandata? Era forse spietato? Al contrario: sapeva lui quando concederla, lui che differiva di concederla; poiché non rifiutava la sua grazia ma voleva mettere alla prova il desiderio di lei. Rivolgiamo dunque a lui ad alta voce la supplica che poc’anzi abbiamo cantato: Abbi misericordia di me, o Dio, abbi pietà, poiché in te confida l’anima mia1. Abbi pietà di me, o Dio, è detto. Perché? Perché in te confida l’anima mia. “È questo – è detto – il sacrificio che ti offro affinché tu mi esaudisca: perché in te confida l’anima mia”. Chi mai ha sperato in Dio ed è stato abbandonato2. Anche nei grandi avviene la prova e per quanto insignificante possa essere il nostro progresso con l’aiuto di Dio, noi viviamo sotto il regno del perdono. Forse che il Signore Gesù insegnava come pregare agli agnellini e non agli stessi arieti del suo gregge? Sì, lo insegnava anche ai suoi discepoli, i nostri Apostoli, agli stessi capi del suo gregge, dei quali noi siamo figli; a proposito dei quali è detto: Offrite al Signore i figli degli arieti 3; il Signore dunque insegnava agli stessi arieti come pregare quando disse loro di pregare così: Rimetti a noi i nostri debiti4. Se questa è la preghiera d’ogni giorno, noi viviamo sotto il regno del perdono. Nel battesimo inoltre ci sono stati rimessi tutti i peccati, eppure viviamo sotto il regno del perdono. Noi facciamo progressi se la nostra speranza viene alimentata dalla grazia di Dio e si rafforza col suo aiuto, affinché possiamo tenere a freno ogni passione disordinata. Dobbiamo lottare: la nostra lotta è nota a Colui ch’è in grado di vederci e d’aiutarci.
Sacrificio spirituale è confidare nel Signore.
  1. 2. Avete udito mentre si leggeva il brano dell’Apostolo: Noi sappiamo – è detto – che la legge è spirituale, ma io sono carnale. Considerate chi lo dice e che cosa dice: La legge – dice – è spirituale, ma io sono carnale, schiavo del peccato, poiché non riesco a capire quello che faccio5. Che vuol dire: non riesco a capire? Vuol dire: “non accetto, non approvo”. Non compio infatti ciò che voglio, ma faccio quello che non voglio. Ora, se faccio quel che non voglio, sono d’accordo con la legge poiché è buona6. Che vuol dire: Sono d’accordo con la legge? Vuol dire che ciò ch’io non voglio, non lo vuole la legge; quando perciò faccio quel che non voglio, e non voglio ciò che la legge non vuole, sono d’accordo con la legge poiché è buona. Ma essa è spirituale mentre io sono carnale; che avverrà dunque? Noi facciamo ciò che non vogliamo; se commetteremo ogni specie di male, saremo forse esenti dal castigo? Per nulla affatto. Non devi riprometterti una simile prospettiva, o amico, ma considera quanto è detto subito dopo: Ma se faccio quello che non voglio, allora non sono io a farlo ma il peccato che abita in me 7. Che cos’è ciò che chiama peccato se non la concupiscenza carnale? E affinché per caso tu non dica che non ha nulla a che fare con te, egli afferma: il peccato che abita in me. E che significa: Non sono io a farlo? Io provo desideri sensuali a causa della carne, ma con lo spirito non acconsento. La carne ha desideri disordinati ma lo spirito non acconsente: ecco qui la lotta. Persisti, spirito, nella tua lotta e chiedi l’aiuto a Dio tuo Signore. Persevera, o spirito, nella tua lotta e grida con la donna cananea: Signore, aiutami 8. Persisti, o spirito, nella tua lotta, e grida ciò che hai cantato: Abbi misericordia di me, o Dio, abbi pietà di me. Ecco qui il sacrificio: in te confida l’anima mia. Nel battesimo viene cancellato il peccato, ma rimane la debolezza; nella risurrezione _ invece non ci sarà alcun peccato e la debolezza scomparirà. Quando questo corpo destinato alla morte si sarà rivestito d’immortalità, e questo corpo destinato a corrompersi si sarà rivestito dell’incorruttibilità, allora si compirà la parola che sta scritta: La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua prepotenza9. Se dunque la prepotenza della morte è la nostra lotta, non sono già io che faccio il male, ma lo fa il peccato che abita in me. Chiama peccato la concupiscenza carnale; sento desideri carnali, pur non consentendo con la volontà, la concupiscenza non cessa di spingermi al male. Ecco la prepotenza della morte. Orbene, il nemico esterno, cioè il diavolo, non sarà sotto i nostri piedi se non quando la concupiscenza, ch’è il nemico interiore, sarà stata guarita e potremo vivere in pace. In quale pace? Quella mai vista dagli occhi né sentita dalle orecchie 10. In quale pace? quella che nessuna intelligenza può immaginare e non è accompagnata da nessuna discordia. In quale pace? Quella di cui l’Apostolo dice: E la pace di Dio, che sorpassa quel che possiamo immaginare custodisca i vostri cuori 11. A proposito di tale pace Isaia dice: O Signore Dio nostro, concedici la pace; tu infatti hai mantenuto tutte le tue promesse 12. Tu promettesti il Cristo; hai mantenuta la promessa. Promettesti la sua croce e il sangue che sarebbe stato versato in remissione dei peccati; hai adempiuta la promessa. Facesti la promessa che il Cristo sarebbe asceso al cielo e dal cielo sarebbe stato inviato lo Spirito Santo: l’hai mantenuta. Facesti la promessa che la Chiesa si sarebbe diffusa in tutto il mondo: l’hai mantenuta. Preannunziasti che ci sarebbero stati gli eretici per far esercitare la nostra riflessione e metterci alla prova e per dare alla Chiesa la vittoria sui loro errori: lo hai fatto avverare. Predicesti che sarebbero stati distrutti gl’idoli dei pagani: lo hai realizzato. Signore Dio nostro, concedici la pace, poiché tu hai mantenuto tutte le tue promesse.
Occorre una lotta quotidiana contro la concupiscenza.
  1. 3. Nel frattempo, fintanto che non arriviamo a quella pace, quando non avremo più alcun nemico, continuiamo a combattere con fede e coraggio, per meritare d’essere premiati dal Signore Iddio. L’apostolo Giacomo dice: Nessuno, quando è tentato, deve dire: È Dio che mi tenta. Parla della tentazione che tende a farci uscire dalla retta via. Dio – dice – non può essere tentato da nessun male ed egli non tenta nessuno; in effetti ognuno è tentato dalla propria concupiscenza, da cui è attirato e poi preso in trappola. La concupiscenza poi, quando ha concepito, genera il peccato e il peccato, quando sarà stato compiuto, genera la morte 13. Ciascuno dunque è tentato dalla propria concupiscenza: per questo deve combattere, opporsi, non acconsentire, non lasciarsi trascinare, non deve permetterle di concepire ciò che poi farà nascere. Ecco, la concupiscenza lusinga, stimola, insiste, esige che tu faccia qualcosa di male: non acconsentire ed essa non concepirà. Se tu proverai piacere nel tuo pensiero essa concepirà: partorirà perché tu muoia. Considera ciò che dice l’Apostolo: Quando il peccato sarà stato compiuto, genera la morte. Dolce è il peccato, ma la morte è amara: evita la dolcezza del peccato per non assaporare l’amarezza della morte; guardati dalla concupiscenza che, se non riguarda le azioni, riguarda certamente le parole. Tu ascolti con piacere qualcosa che non dovresti ascoltare, dici ciò che non dovresti dire, pensi ciò che non dovresti pensare. Nulla è più veloce del pensiero; possiede ali straordinarie; parte dal cuore e passa attraverso la lingua; il male, prima d’essere proferito con la parola, viene pensato. Non ti fermare in quel pensiero. Un pensiero s’è insinuato di soppiatto; allontanati da esso; va’ altrove, non trattenerti lì in quel pensiero. Non hai intenzione di fare il male: perché allora pensi volentieri a ciò che non vuoi fare? Fratelli miei, chi reputa piccoli questi peccati di pensiero, esita a perseverare tra coloro per i quali il Signore dice: Dite: Rimetti a noi i nostri debiti 14. Per quanto possiate far progressi, avete sempre in voi la concupiscenza. Prima dunque che la morte sia inghiottita nella vittoria, dite: Rimetti a noi i nostri debiti. Non innalzate il capo verso la superbia; ma abbiate timore di Dio: noi viviamo sotto il regno del perdono. Dite con tutto il cuore: Rimetti a noi i nostri debiti. Ditelo riguardo ai peccati trascorsi, commessi in azioni, in parole e in pensieri; che dire a proposito dei peccati futuri? Sentite, e dite quanto segue: Non ci esporre alla tentazione15. Vegliate e pregate per non entrare in tentazione 16. Che significa: “entrare in tentazione “? Acconsentire ai cattivi desideri. Se hai consentito ci sei entrato; escine almeno presto. Prima di arrivare al peccato, sopprimi il tuo consenso. Rallegrati di non aver commesso il peccato, pentiti d’averlo pensato.
Si deve temere più il peccato che la morte.
  1. 4. Fratelli, cerchiamo d’avere un cuore sapiente: temiamo Dio che promette cose grandi e minaccia castighi terribili. Questa vita terrena deve pur finire una volta. Voi vedete come ogni giorno gli uomini passano da questa all’altra vita; la morte può essere differita, ma non può essere abolita. Volere o no, questa vita deve terminare; cerchiamo di desiderare la vita che non ha fine e alla quale non si può arrivare senza passare attraverso la morte. Non dobbiamo dunque temere ciò che presto o tardi accadrà ma ciò che, se accadrà e ci sorprenderà nei peccati, ci trascinerà alla morte non temporale ma eterna. Dio tenga lontana questa disgrazia da tutti, da noi e da voi. O uomo, non temi forse d’andare incontro alla morte eterna tu che agisci in modo da essere castigato o morire per l’eternità? Il timore d’una tale morte ti faccia capire come deve temersi la morte futura. Tu hai paura della morte: potrai forse sfuggire la morte? Volere o no, è ineluttabile ch’essa venga. Tu hai paura della morte ma devi avere più paura del peccato, poiché è a causa del peccato che l’anima muore, è il peccato il nemico dell’anima tua. Orbene, tu potrai essere un giorno o l’altro liberato dal peccato; ma una volta liberato dai legami corruttibili della carne, bada di non venire legato dai lacci dell’inferno. Se sei stato liberato dai peccati, devi essere libero, non schiavo. Evitate le frodi a causa della concupiscenza che si chiama attaccamento al denaro; guardatevi dai turpi guadagni a causa della concupiscenza che si chiama amore del denaro, poiché è proprio l’amore del denaro la radice di tutti i mali 17, come dice la Scrittura. Guardatevi dall’ubriachezza, dall’adulterio, dal furto, dalla menzogna, dalla falsa testimonianza. Evitate le bestemmie, gli amuleti contro le malattie, gl’incantesimi e le diverse superstizioni. Non praticate le usure e non prestate denaro a interesse. Non abbiate a che fare con gli usurai, lasciateli perdere. Verrà un giorno quando sarà loro detto: “Vada alla malora il vostro denaro 18“. Verrà il giorno del giudizio quando a causa dello stesso denaro e insieme con esso bruceranno nel fuoco eterno, ove sarà pianto e stridore di denti19. Il denaro degli usurai sarà una prova contro di loro. Non dovete dare né ricevere denaro in questo modo, perché nel giorno del giudizio non rendiate un cattivo conto a Dio. Quale altro giovamento infatti potranno essi ricavare se non quello di perdere la propria anima, che non potranno riscattare, per guadagnare del denaro che potranno perdere da vivi o dovranno lasciare da morti? Così dice anche il Vangelo: Che giova ad uno se guadagnerà tutto il mondo ma poi perderà la propria anima? O che cosa potrà uno dare in cambio della propria anima20. Evitate dunque, fratelli miei, di praticare l’usura e il dare a prestito, e non dovete dire: “E di che cosa vivremo?”. Quello che voi fate non è procurarsi il necessario per vivere, ma è procurarsi la morte. Non dovete dire: “E di che cosa vivremo?”. Ci sono altre occupazioni per mezzo delle quali uno può vivere. Non dovete attendere a cose che Dio proibisce, non dovete vivere per mezzo di esse. O misero, miserabile e infelice! Tu pensi che vivi di quell’attività, ma non ti dài pensiero per causa di che cosa tu potresti morire. “Ma come farò – dirai – a vivere? “. Potrebbe dirmi così anche un ruffiano e me lo potrebbe dire anche un brigante. Si dovrà forse praticare il brigantaggio o il ruffianesimo perché quelli che li praticano ne traggono i mezzi per vivere? Guai agl’infelici che vivono con tali attività, poiché a causa di esse morranno. È meglio mendicare che vivere di guadagni illeciti. Infine è meglio che uno muoia anziché, vivendo di guadagni illeciti, procurarsi d’essere tormentato dalla morte eterna. La morte di quaggiù mette fine al dolore, quell’altra morte durerà in eterno tra i dolori. Credetemi, dovete capire, aver paura, astenervi da ogni azione cattiva: applicatevi invece alla parola di Dio, amate di sentire che cosa vuole Dio e che cosa Dio promette a coloro che fanno la sua volontà. E perché si faccia quel che Dio comanda, cerchiamo di pregare Dio e Dio ci aiuterà.

[Termina l’omelia sulla donna cananea secondo Matteo].

 

Note

1 – Sal 56, 2.

2 – Sir 2, 11-12.

3 – Sal 28, 1.

4 – Mt 6, 12.

5 – Rm 7, 14-15.

6 – Rm 7, 15-16.

7 – Rm 7, 16-17.

8 – Mt 15, 25.

9 – 1 Cor 15, 54-55.

10 – 1 Cor 2, 9.

11 – Fil 4, 7.

12 – Is 26, 12.

13 – Gc 1, 13-15.

14 – Mt 6, 12.

15 – Mt 6, 13.

16 – Mt 26, 41.

17 – 1 Tm 6, 10.

18 – Cf. At 8, 20.

19 – Cf. Mt 8, 12.

 

DISCORSO 77/B

SULLA DONNA CANANEA

di Sant’Agostino, vescovo

(PLS 2, 700-704)

 

La fede e la preghiera assidua della cananea strappò a Cristo il miracolo.
  1. 1. Avete inteso dal Vangelo, fratelli, come la donna cananea col perseverare ottenne a forza ciò che non avrebbe potuto ottenere col chiederlo una sola volta; ma il Signore differendo d’esaudirla metteva alla prova il suo desiderio, non le rifiutava la grazia; poiché sapeva a che punto sarebbe arrivata nel richiederla, dato che a ciò l’ammaestrava egli stesso. Dapprima fu chiamata cagna, ma poi le disse: Grande è la tua fede, o donna! 1. Dopo ch’ebbe ricevuta la grazia se ne andò contenta, ma prima era stata cambiata e poi rallegrata. Quanto era stata cambiata? Da cagna era divenuta una donna. E quale donna era questa? Era una donna di grande fede. S’era rivolta al Signore pregandolo con molta insistenza; qual grande grazia ottenne in un sol breve spazio di tempo! Ecco perché differiva a fare la grazia il Signore che disse: Occorre pregare sempre e non stancarsi mai2. Questa è una massima del Signore che ci esorta alla preghiera. Ogni giorno gli uomini pregano, i santi non tralasciano gli spazi di tempo riservati alla preghiera. Poiché anche l’Apostolo dice: Siate sempre contenti: pregate continuamente 3. Ecco cosa vuol dire: È necessario pregare sempre e non stancarsi mai. In un altro passo lo stesso Signore dice: Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate alla porta e vi sarà aperto4. Così fece la cananea: chiese, cercò, bussò alla porta e ricevette. Essa dunque fece così perché la propria figlia fosse guarita dall’ossessione del demonio e meritò la grazia; da quel momento sua figlia rimase guarita. Avrebbe forse implorato di nuovo quella grazia dopo che la figlia era stata guarita? Prima di ricevere continuò a cercare, chiedere, bussare; ricevette, fu rallegrata e se n’andò. Non so che cos’è, anzi è qualcosa d’importante ciò per cui è necessario pregare sempre e non stancarsi. Vale più la vita immortale che la guarigione d’una figlia. Ecco perché bisogna pregare sino alla fine per tutto il tempo che viviamo sulla terra sino a quando vivremo senza fine, quando non ci sarà più la preghiera, ma l’esultanza.
Non sono da biasimarsi altre diverse preghiere.
  1. 2. Adesso dunque bisogna pregare sempre e non stancarsi. Chi prega per una cosa, chi per un’altra; di diverso genere sono le vostre preghiere, poiché diversi sono i vostri desideri. Tutti gemono quasi ugualmente, ma le volontà le dispone colui che le esaudisce. Uno prega Dio – come la donna cananea – perché guarisca il figlio malato; la moglie lo prega per il marito, il marito per la moglie; tutti lo pregano per gli ammalati; nessuna di queste preghiere è da biasimarsi. Altri pregano, sospirano, intercedono, cercano, chiedono, bussano per diventare ricchi, e quanto più grande è la loro brama, tanto più ardente e frequente è una tale preghiera. Alcuni inoltre pensano che anche per questo scopo il Signore disse: Chiedete e riceverete, cercate e troverete, bussate alla porta e vi sarà aperto, poiché chi chiede riceverà, chi cerca troverà e a chi bussa alla porta sarà aperto5. Sente quest’esortazione un avaro e ogni giorno non chiede altro che di diventare ricco. Ma anche a tacere d’un avaro, ascolta questa massima un povero: prega, cerca, bussa per diventar ricco, e talora spende molto tempo e non trova alcun momento in cui riceve, e allora dice tra sé: “Che significa quello che il Signore ha voluto dire: Chiedete e riceverete, cercate e troverete, bussate alla porta e vi sarà aperto; poiché chi chiede riceve, chi cerca trova e a chi bussa alla porta verrà aperto? Che ho fatto dunque, io infelice, per chiedere e non ricevere?”. Che cosa potremo rispondere a quel tale? Il Signore ha forse mentito? Ha mentito forse la Scrittura? Nient’affatto. Non osa dire tra sé una simile cosa neppure la stessa brama di denaro: ciò che dunque non dice la cupidigia, lo dirà lo spirito di fede?.
Dio dà e nega guardando al nostro bene.
  1. 3. Che cosa dunque diremo a quell’individuo? “Chiedi ancora, insisti ancora, bussa ancora”. Gli diremo che non senza motivo è detto: Chiunque chiede, riceve. Prega quanto puoi, chiedi, bussa, continua “pregare costantemente e sarai ricco”. Uno trascorre il tempo nella preghiera eppure spira nella povertà; non ha ricevuto nulla, non ha trovato nulla da lasciare ai propri figli. È perduta dunque tutta la fatica spesa nel chiedere, cercare, bussare? No. A un simile individuo <…> vive non gli si deve dire altro se non: “Cambia la preghiera”. E perché chiedi, cerchi, bussi per diventare ricco, da povero che sei? O non hai udito l’Apostolo che dice: Quelli che vogliono diventare ricchi cadono nelle tentazioni e in molti desideri stupidi e disastrosi che fanno precipitare gli uomini nella rovina e nella perdizione6? Ecco ciò che chiedevi; ma il Padre tuo, al quale lo chiedevi, per sua misericordia ti negava ciò che chiedevi, perché tu non cadessi nella rovina e nella perdizione. Cambia dunque preghiera. Poiché nemmeno tu daresti a tuo figlio ciò che ti chiedesse. Che faresti infatti se tuo figlio ti chiedesse un coltello con cui ferirsi, o piangendo si desse dei pugni perché tu lo facessi salire a cavallo; lo faresti? Oseresti forse farlo? Non è meglio che pianga rimanendo sano anziché venga pianto una volta diventato storpio? Se tu dunque, pur essendo cattivo 7, sai cos’è bene dare a tuo figlio, quanto più il Padre, ch’è sempre buono, ti concede una grazia senza che tu lo sappia, quando non ti dà quanto gli chiedi? È necessario che tu sia figlio; egli non ti trascura: devi essere figlio senza preoccupazioni. L’apostolo Paolo, quando veniva schiaffeggiato dal messaggiero di Satana, perché non montasse in superbia, come dichiara apertamente egli stesso – noi infatti quando mai avremmo osato affermare una simile cosa a proposito dell’Apostolo? – così dice dell’emissario di Satana: Io perciò pregai tre volte il Signore che mi togliesse questa spina ma egli mi rispose: Ti basti la mia grazia, perché la virtù si perfeziona nell’infermità8. Perché infatti tu preghi, o Paolo? Non preghi forse perché tu stia bene? Lascia al Creatore fare come tu non sai, affinché tu abbia del bene. Ti danneggia forse l’impiastro quando ti tormenta? Esso invece ti è utile perché ti guarisce! Se dunque Paolo chiese quella grazia e non fu esaudito, perché mai tu invece sei triste quando non vieni esaudito? Perché forse chiedi qualcosa che non ti gioverebbe.
Perché fu esaudito il diavolo e non Paolo.
  1. 4. È sorprendente, fratelli miei che Paolo pregò e non ricevette la grazia, il diavolo invece pregò e la ricevette; non fu esaudito l’Apostolo mentre fu esaudito il diavolo. O giustizia di Dio! Anzi, grande giustizia! “Ma quando – dirà qualcuno – fu esaudito il diavolo?”. Non avete letto o sentito che i demoni furono esauditi e fu loro permesso di entrare nei porci 9? Oppure non avete letto o sentito che il diavolo chiese al Signore il permesso di tentare il servo di Dio Giobbe, e lo ebbe? Cosa sorprendente! Il diavolo chiese e Giobbe fu consegnato nelle sue mani. Viene, sì, consegnato ma per essere messo alla prova; viene, sì, consegnato ma per essere tentato; viene consegnato, sì, ma per essere giudicato ed essere ricordato con lode ai posteri. Il diavolo invece lo prese per rimanere scornato. Vedete che non sempre è bene ricevere ciò che chiedete. Cambiate dunque le preghiere per ricevere sicuri ciò ch’è bene; cambiate le preghiere, correggete i vostri desideri. Lo dico a coloro che desiderano beni temporali per diventare ricchi.
Bisogna chiedere ciò che chiedeva Iditun, di cui s’erano cantate le parole.
  1. 5. Notate che cosa chiedeva Iditun, del quale abbiamo cantato le parole: Esaudisci – dice – la mia preghiera, porgi l’orecchio alle mie lacrime10. Chiedeva forse la ricchezza? Aveva forse una ferita nel corpo e supplicava ch’essa fosse risanata? E dove troviamo ciò che chiedeva o a proposito di quali desideri elevava spesso le sue preghiere, o per quali desideri versava le lagrime che desiderava fossero esaudite? E dove troviamo i suoi desideri? dove, se non nelle sue parole? La mia sostanza – dice – è come un nulla dinanzi a te. Davvero è vanità ogni uomo vivente 11. Ed ora cos’è ciò che io aspetto? Non sei forse tu, Signore? E la mia sostanza è sempre dinanzi a te 12. Poco prima dice: E la mia sostanza è come un nulla dinanzi a te. La sostanza mortale è come un nulla dinanzi a te; ma poiché dopo la vita presente riceverò l’immortalità, per la quale desidero che tu esaudisca le mie lagrime, dinanzi a te sarà sempre la sostanza immortale. Ecco il desiderio, ecco quel che devi chiedere, ecco quel che devi desiderare, ecco quello per cui devi pregare, ecco ciò per cui bisogna pregare sempre, finché non usciamo da questa vita, senza stancarsi mai.
Prega, piangi, ma spera di avere da Dio tutto quello che promise.
  1. 6. Qualcuno di voi forse domanderà: “Che cosa ha voluto dire Iditun con la frase: Porgi l’orecchio alle mie lagrime? Le lagrime infatti si vedono, ma non si odono; le lagrime scorrono, non risuonano”. Eppure hanno la loro voce, come aveva la sua voce il sangue di Abele 13. Se il sangue di Abele ucciso ebbe la voce che arrivò fino al Signore, l’hanno anche le lagrime di chi prega, l’hanno certamente. Poiché anche le lagrime sono il sangue del cuore. Quando dunque chiedi la vita eterna, quando dici: Venga il tuo regno 14, dove tu possa vivere sicuro, ove tu possa vivere sempre, ove mai tu pianga l’amico, mai tema il nemico, quando chiedi ciò, piangi, versa il sangue del cuore, sacrifica a Dio il tuo cuore; ecco ciò per cui bisogna pregare e non stancarsi; ecco quanto c’insegna la preghiera dettata dal Signore: Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra 15, affinché siamo uguali ai tuoi angeli 16. O desiderio! Qual uomo avrebbe osato desiderare ciò, se Dio non si fosse degnato di prometterlo? Prega: tu chiedi una cosa grande, ma più grande è chi l’ha promessa. Che l’uomo diventi angelo è una cosa difficile, nulla è più difficile; ma a Dio tutto è possibile 17. Tu credi sia una cosa grande e difficile che l’uomo diventi angelo e non ti pare difficile, anzi molto più difficile e molto più incredibile che l’unico Figlio di Dio sia diventato uomo. Che l’uomo diventerà un angelo, lo dubita l’uomo, per il quale Dio è diventato uomo!. Tu dubiti di ricevere ciò che chiedi, pur avendo un siffatto pegno, colui cioè che si è degnato di farsi gratuitamente tuo debitore? Tu non hai dato a Dio alcun prestito ad interesse, o gli hai prestato del denaro o gli hai concesso qualche favore. Tutto quello che hai non l’hai forse da lui e non riceverai forse da lui tutto quello che riceverai? Si è degnato di farsi debitore, e quale debitore! Ha fatto un certificato autografo, ha dato un pegno. Il certificato di debito autografo di Dio è la Sacra Scrittura; il suo pegno è la morte di Cristo, la sua promessa è la morte di Cristo. Chi ha dato agli empi la morte del proprio Figlio, ha forse negato la morte del proprio Figlio ai buoni e ai fedeli?.
Bisogna pregare non solo con parole, ma anche con i buoni costumi.
  1. 7. State sicuri, fratelli, riceverete [quanto promesso da Dio]: chiedete, cercate, bussate: riceverete, troverete, vi sarà aperto. Ma non dovete chiedere, cercare, bussare solo a parole, ma anche con la vostra condotta; fate le opere buone, senza le quali non deve affatto trascorrersi la vita presente. Cancellate i peccati con le opere buone d’ogni giorno. Ma si deve evitare di tenere in poco conto i peccati leggeri; poiché sebbene non siano gravi, si accumulano e formano un mucchio, si assommano e formano una massa. Non dovete considerarli un’inezia perché sono piccoli, ma dovete temere se sono molti. Che c’è di più piccolo delle gocce di pioggia? Ma di molte gocce s’imbevono i campi e si riempiono i fiumi. Non tenete in poco conto i vostri peccati leggeri e piccoli perché formando un mucchio non vi schiaccino. Ecco, l’acqua del mare trasuda attraverso le fessure della nave e tuttavia riempie la sentina; se da questa non venisse vuotata, affonderebbe la nave. Anche un’ondata, per esempio, se sarà gigantesca, arriverà come una montagna e cadrà addosso alla nave tutta in una volta e la manderà in rovina; così sono gli omicidi, cioè i peccati gravi come l’adulterio, la fornicazione, la bestemmia, lo spergiuro; sono peccati che fanno affondare la nave in una sola volta. Ora, i peccati veniali, senza i quali non può essere vissuta la vita umana, entrano insensibilmente, a poco a poco, attraverso le crepe della fragilità umana e vanno a raccogliersi nella sentina. Imitate i marinai le cui mani non cessano di lavorare e dalla sentina vien tolta tutta l’acqua; non cessino – voglio dire -, ma dal fare opere buone. Ma di nuovo confluiscono nella sentina poiché rimangono nelle crepe della fragilità umana, e perciò si deve svuotare di nuovo la sentina. Poiché se le tue mani non cesseranno dal vuotarla con le opere buone, il giorno del giudizio ti troverà puro, e sicuro arriverai alla vita desiderata da Iditum quando diceva: Porgi l’orecchio alle mie lagrime.

[Termina il discorso sulla donna cananea].

 

Note

1 – Mt 15, 28.

2 – Lc 18, 1.

3 – 1 Ts 5, 16-17.

4 – Mt 7, 7.

5 – Mt 7, 7-8.

6 – 1 Tm 6, 9.

7 – Cf. Mt 7, 11; Lc 11, 13.

8 – 2 Cor 12, 8-9.

9 – Cf. Mt 8, 31.

10 – Sal 38, 13.

11 – Sal 38, 6.

12 – Sal 38, 8.

13 – Cf. Gn 4, 10.

14 – Mt 6, 10.

15 – Mt 6, 9-10.

16 – Cf . Lc 20, 36.

17 – Cf. Mt 19, 26; Lc 1, 37; 18, 27

 

 

Dalla parte di Dio[1]

Commento a Matteo, Libro XII,1

di san Giovanni  Crisostomo,

 

 

 

lunedì 10 agosto 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano

[1] – Leggi per intero da pagina 263 del PDF allegato,