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Mt 14,13-21; Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39

Analisi patristica

L’esegesi patristica della XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A), incentrata sul racconto della Prima Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci in Matteo (14,13-21), supera la semplice ammirazione per il prodigio fisico. Maestri come Sant’Agostino, San Girolamo, San Giovanni Crisostomo e i Padri della tradizione siriaca leggono in questo evento un’altissima densità misterica, profetica ed eucaristica.

I Padri smontano la scena del deserto mostrando come ogni dettaglio numerico, spaziale e gestuale sia in realtà un reattore teologico della salvezza.

1. Il deserto e l’insufficienza della Legge antica

Il racconto si apre in un luogo isolato e deserto sul far della sera. San Girolamo compie qui un colpo di scena interpretativo:

  • La fine dei vecchi banchi: Il deserto e la sera rappresentano il tramonto dell’Antico Testamento e della sinagoga, rimasta sterile e incapace di saziare la fame profonda dell’uomo.

  • La mossa dei discepoli: Quando i discepoli chiedono di «congedare la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare», incarnano la logica burocratica e moralistica dei precetti formali, che delega la salvezza alle risorse dell’uomo o ai vecchi commerci del mondo.

  • Gesù spezza questa ritirata con l’imperativo della gratuità: «Date voi stessi da mangiare», inaugurando l’economia della grazia profetizzata da Isaia («venite, comprate senza denaro»).

2. I cinque pani e i due pesci: Il codice dei due Testamenti

L’analisi filologica e numerica dei Padri (in particolare di Sant’Agostino nei suoi Trattati sull’Evangelo di Giovanni) decodifica l’inventario della fragilità portato dai discepoli:

  • I Cinque Pani: Rappresentano i cinque libri della Legge di Mosè (il Pentateuco). Agostino spiega che, finché la Legge rimane intera e non viene “spezzata” da Cristo, essa è come il pane d’orzo antico: coriacea, dura, racchiusa in una scorza letterale indigesta che non riesce a nutrire le folle gentili.

  • I Due Pesci: Rappresentano l’unzione regale e quella sacerdotale dell’Antico Testamento, oppure i due poli della Scrittura (la Legge e i Profeti), che nuotano nel mare amaro della storia umana senza esserne corrotti.

  • L’atto dello spezzare: Portati nelle mani di Gesù, i cinque pani vengono spezzati. Cristo compie un’azione di ruminatio: spezza la durezza della lettera della Legge antica per liberare lo Spirito nascosto, trasformando il precetto mosaico nel cibo accessibile a tutta l’umanità.

	   [Cinque Pani Interi] ──► Pentateuco / Lettera dura ──► Riapre la fame ma non sazia 	             	             (L'Azione Chirurgica di Gesù) 	   [Pane Spezzato]      ──► Lettera aperta dallo Spirito──► Sazia le nazioni (I Pagani)

3. L’erba verde e la coreografia delle Nozze

Matteo nota che Gesù ordinò alla folla di sedersi «sull’erba verde». I Padri siriaci (come Sant’Efrem il Siro) ravvisano in questo dettaglio una forte eco pasquale e nuziale:

  • L’erba verde evoca il Salmo 23 («su pascoli erbosi mi fa riposare») e il giardino dell’Eden ritrovato. Gesù non siede come un giudice distaccato nel tribunale; trasforma il deserto arido della morte nel talamo nuziale mobile della Sua presenza.

  • L’assemblea dei cinquemila uomini (numero che richiama i cinquemila convertiti dopo la Pentecoste negli Atti) si dispone in file ordinate, prefigurando la forma dell’aula liturgica dove il popolo circonda i pastori per farsi nutrire dalla Parola e dal Sacramento.

4. Il colpo di scena finale: Le dodici ceste dell’Eccedenza

Il momento culminante dell’esegesi patristica ruota attorno al paradosso dell’avanzo: «raccolsero i pezzi avanzati e riempirono dodici ceste piene».

  • La cattedra dei Dodici: San Giovanni Crisostomo fa notare che Gesù ordina di raccogliere i pezzi non per un’economia del risparmio, ma per lasciare ai Dodici apostoli una prova tangibile della Sua exousía (autorità). Ogni apostolo riceve una cesta intera.

  • Il cibo del futuro: Le dodici ceste rappresentano le dodici tribù d’Israele e l’universalità della Chiesa. I Padri spiegano che i cinque pani consumati non si sono esauriti nel deserto di Giudea: sono traboccati in un’eccedenza d’amore perpetua. Quel pane custodito nelle ceste è l’Eucaristia destinata alle generazioni future, la Parola masticata ogni giorno nei monasteri e nelle parrocchie, capace di sfidare i secoli senza esaurirsi mai.

1. Sant’Agostino d’Ippona: Lo spezzare la durezza della Legge

Nei suoi Trattati sul Vangelo di Giovanni (Trattato 24, 5-6), applicato tradizionalmente anche al testo parallelo di Matteo, Agostino decodifica il simbolismo dei cinque pani d’orzo [esegesi patristica XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)]:

«I cinque pani significano i cinque libri di Mosè, la Legge antica. Essi non erano di frumento, ma d’orzo, perché l’orzo è un cibo coperto da una scorza durissima, difficile da masticare. Questa scorza è la lettera della Legge, che opprime e schiaccia l’uomo con il giogo dei precetti formali. Ma quando questi cinque pani vengono portati nelle mani di Cristo, Egli li spezza. Spezzandoli, Cristo compie un’azione chirurgica: toglie la scorza indigesta della Lettera per liberare il nutrimento dello Spirito.

La Legge, che prima era arida e sterile nel deserto della sinagoga, una volta spezzata dal Salvatore diventa il cibo abbondante che sazia la fame delle nazioni pagane. I due pesci sono la duplice testimonianza dei Re e dei Profeti che hanno annunciato il verdetto del Messia. Nessuno rimanga sulla superficie della lettera, ma ciascuno impari a masticare lo Spirito nascosto sotto la scorza».

2. San Giovanni Crisostomo: La pedagogia delle ceste e l’autorità dei Dodici

Nella sua celebre Omelia XLIX sul Vangelo di Matteo, il Crisostomo (“Bocca d’oro”) stringe l’inquadratura sul comportamento di Gesù nel deserto e sul colpo di scena delle dodici ceste avanzate:

«Osserva la pedagogia del Maestro. Egli non fa scendere il pane dal cielo come fece Mosè, per evitare che i Giudei lo ritenessero un prodigio estraneo alla terra. Prende ciò che i discepoli possiedono: cinque pani e due pesci. Ordina alla folla di sedersi sull’erba per educarla all’umiltà e alla stabilità del cuore. Ma guarda il culmine dell’intreccio: Gesù non distribuisce il pane direttamente alla folla. Spezza i pani e li consegna ai Dodici, affinché i Dodici li distribuiscano al popolo.

Gesù compie questo passaggio per rivestire i suoi apostoli di una reale autorità (exousía) davanti alla folla. E affinché non pensassero che il miracolo fosse un’illusione ottica o passeggera, fa raccogliere i pezzi avanzati. Avanzano dodici ceste piene: esattamente una cesta per ogni apostolo. Ciascuno dei Dodici deve portare sulle proprie spalle il peso e il monumento dell’eccedenza d’amore del Padre, affinché custodiscano nei loro canestri il cibo destinato alla Chiesa del futuro».

3. Sant’Efrem il Siro: Il fuoco nascosto nel Pane

Nelle sue Madrāšē (Inni) sulla Verginità (Inno 37, 2-4), Sant’Efrem applica la sua straordinaria teologia poetica siriaca all’azione della moltiplicazione sul Bema del deserto [test patristici Sant’Efrem il Siro su Dom XVI Tempo Ord. A, analizzare la struttura poetica di un Mdrāšā (Inno) specifico di Sant’Efrem sulla parabola del Lievito,]:

«La terra arida del deserto ha fatto da talamo alle nozze dello Sposo. Le folle lo hanno inseguito lasciando le loro città, e il Medico non le ha congedate a mani vuote. I discepoli calcolavano con la scarsità del denaro e del mercato, ma il Verbo ha risposto con l’eccesso del dono. Cinque piccoli pani sono stati gettati nella massa degli affamati come un pizzico di lievito invisibile nella farina.

Nel momento in che le mani spezzavano il cibo, il Fuoco divino nascosto nel pane ha iniziato a moltiplicarlo senza consumarsi. Tutti hanno masticato (trōgein) la benedizione e si sono saziati. Quel pane non era la manna dei padri che marciva al sole; era il Pane della vita che non perisce. Le dodici ceste rimaste non sono avanzi da gettare: sono i granai della grazia gratuita, l’Eucaristia perpetua che la Chiesa mastica ogni giorno per guarire la propria sterilità e risplendere come il sole nel Regno».

Sintesi per la Lectio

Questi tre padri concordano su un verdetto unico: la moltiplicazione dei pani non è uno spettacolo da guardare passivamente. È l’invito a consegnare a Cristo le nostre piccole “briciole” quotidiane (i nostri cinque pani e due pesci). Leggendo questi testi, capiamo che la Chiesa riceve il mandato di custodire nelle sue dodici ceste l’eccedenza di un amore che non si esaurisce mai nella storia.

Testi patristici

1. Il Cristo, nella sua maestà, è sempre desiderabile

«Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete» (Sir 24,20). Nel tempo presente non possiamo nutrirci di Cristo, sapienza di Dio, fino a saziare il nostro desiderio, ma restando col desiderio di saziarci; e quanto più gustiamo la sua soavità, tanto più si acuisce il desiderio. Perciò coloro che mangiano avranno ancora fame, finché non giungerà la sazietà. Quando il desiderio dei buoni sarà soddisfatto essi non avranno più né fame né sete.

Si può anche applicare alla vita futura ciò che è stato detto: «Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete». Vi è infatti in quella eterna sazietà, come una brama, proveniente non da indigenza ma da beatitudine: in cielo coloro che non hanno più bisogno di mangiare desiderano sempre mangiare, né sono mai nauseati dalla loro sazietà. C’è infatti una sazietà senza fastidio e un desiderio senza tormento.

Il Cristo, sempre mirabile nella sua maestà, costituisce incessantemente l’oggetto del nostro desiderio, egli nel quale «gli angeli desiderano fissare lo sguardo» (1Pt 1,12). Ecco perché pur possedendolo, lo desideriamo e anche quando lo abbiamo raggiunto continuiamo a cercarlo, come sta scritto: «Cercate sempre il suo volto» (Sal 104,4). Cerchiamo continuamente colui che amiamo per esser da lui posseduti eternamente. Perciò coloro che lo trovano continuano a cercarlo, quelli che ne mangiano hanno ancora fame,e quelli che ne bevono hanno ancora sete; ma questa fame toglie ogni altra fame e questa sete,estingue ogni altra sete. Non proviene da privazione, ma da felicità consumata. Di quella fame dovuta a privazione è detto infatti: «Chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Gv 6,35). Della fame invece che viene dalla beatitudine è detto: «Quanti si nutrono di me avranno ancora fame e quanti bevono di me avranno ancora sete». Per quanti credono in lui, il Cristo è cibo e bevanda, pane e vino: è cibo e pane perché irrobustisce e consolida, bevanda e vino perché rende lieti. Quanto vi è in noi di forte, valido e costante,la gioconda letizia con cui osserviamo i comandamenti di Dio, sopportiamo le sofferenze, obbediamo e lottiamo per la giustizia: tanta forza e tanto coraggio ci vengono da quel pane, la gioia da quella bevanda. Beati coloro che agiscono con fortezza e gioia. E poiché nessuno può farlo con le sue sole forze, beati coloro che bramano ardentemente ciò che è giusto e onesto, e di essere in tutto confortati e allietati da colui che dice: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia» (Mt 5,6).

Che se Cristo è pane e bevanda che fortifica e allieta i giusti nella vita presente, quanto più sarà nel futuro la fonte della loro beatitudine eterna!

Dall’ opera «Il Sacramento dell’Altare» di Baldovino di Canterbury, vescovo.

2. Gesù opera per accrescere la fede dei discepoli

Venuta la sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto, e l`ora è già passata; licenzia, dunque, le turbe, affinché vadano per i villaggi a comperarsi da mangiare»” (Mt 14,15).

Certo, anche prima Gesú aveva curato molti malati; tuttavia neppure con ciò i discepoli possono prevedere il miracolo della moltiplicazione dei pani; sono ancora deboli nella loro fede.

Ma voi considerate la sapienza del Maestro, ammirate come li invita e li conduce discretamente alla fede. Non afferma subito: Io darò da mangiare, perché ciò non sarebbe parso loro ammissibile, ma: “Non c`è bisogno che se ne vadano, date voi da mangiare loro” (Mt 14,16). E neppure dice: io do loro, ma «date voi».

I discepoli tuttavia lo considerano ancora soltanto come uomo, e neppure a queste parole si elevano piú in alto, ma continuano a parlare con Gesú come se fosse soltanto tale, contestandogli: “Noi non abbiamo che cinque pani e due pesci” (Mt 14,17). Marco, a questo punto, riferisce che i discepoli non compresero quanto Gesú aveva loro detto, in quanto il loro cuore era indurito (cf. Mc 8,17). Poiché, dunque, si trascinano ancora per terra con i loro pensieri umani, allora Cristo interviene personalmente e ordina: “Portatemeli qua” (Mt 14,18): se quel luogo è deserto, colui che è qui presente alimenta tutta la terra; se l`ora è già passata, ora vi parla chi non è soggetto né all`ora né al tempo…

E dopo aver comandato alle turbe di adagiarsi sopra l`erba, presi i cinque pani e i due pesci, con gli occhi levati al cielo pronunziò la benedizione. E li spezzò e li diede ai discepoli, e i discepoli alle turbe” (Mt 14,19-20).

Perché Gesú leva gli occhi al cielo e pronunzia la benedizione? Afmnché essi credano che egli è inviato dal Padre e che è uguale al Padre. Tuttavia, le prove di queste due verità sembrano contraddirsi e combattersi a vicenda. Gesú dimostra di essere uguale al Padre operando tutto con la sua personale autorità. D`altra parte non possono credere che egli sia inviato dal Padre, se egli non agisce con tutta umiltà, riferendo al Padre ogni sua azione, e invocandolo quando deve compiere i suoi miracoli. Cristo, perciò, non mette in atto esclusivamente questo o quel comportamento, affinché ambedue queste realtà possano essere ugualmente confermate. Cosí, ora compie i miracoli con piena autorità, ora invece prega prima il Padre. Per evitare che questo fatto non sembri una contraddizione, quando compie prodigi meno grandi leva gli occhi al cielo; mentre quando opera miracoli straordinari agisce totalmente di propria autorità. Insegna in tal modo che se nei miracoli meno sorprendenti egli alza lo sguardo al cielo non è per mutuare da altri la sua potenza, ma perché vuole glorificare il Padre. Cosí quando rimette i peccati, apre le porte del paradiso facendovi entrare il ladrone, abroga la legge, risuscita innumerevoli morti, placa la tempesta del mare, rivela gli intimi segreti degli uomini, guarisce il cieco nato, azioni che non possono essere che esclusiva opera di Dio, non lo si vede affatto pregare; quando invece si appresta a moltiplicare i pani, miracolo assai meno straordinario di tutti quelli menzionati, allora leva gli occhi al cielo. In pari tempo egli vuol dimostrare questo che vi ho detto e insegnarci che non dobbiamo mai prender cibo senza ringraziare prima Dio che ce lo procura.

(Giovanni Crisostomo, In Matth. 49, 1 s.)

3. I discepoli vogliono che Gesú congedi la folla

Venuta la sera, gli si avvicinarono i suoi discepoli” (Mt 14,15), cioè alla consumazione del secolo, nel momento in cui si può giustamente dire che si “è all`ultima ora” (1Gv 2,18), quella di cui si argomenta nella Lettera di Giovanni; essi non comprendendo ancora ciò che il Logos stava per fare, gli dissero che “il luogo era deserto” (Mt 14,15), poiché costatavano l`assenza della fede e della parola divine tra le masse. Aggiunsero che “l`ora è ormai avanzata (ibid.)“, come se se ne fosse andato il tempo favorevole della fede e dei profeti. Forse parlavano cosí perché si esprimevano in linguaggio spirituale, dal momento che Giovanni era stato decapitato e che la Legge e i profeti, che avevano retto fino a Giovanni (cf. Lc 16,16), avevano visto la fine. L`ora è dunque avanzata, dissero essi, e qui non vi è del cibo, poiché non è piú il tempo favorevole di questo, che aveva fatto sí che quelli che lo avevano seguito nel deserto fossero sottomessi alla Legge e ai profeti. E i discepoli aggiungono: Congedali dunque (ibid.)“, affinché ciascuno, se non è piú possibile procurarsene nelle città, acquisti di che mangiare nei villaggi, luoghi piú disprezzati. I discepoli parlavano cosí perché ignoranvo che le folle erano in procinto di scoprire, dopo l`abrogazione della lettera della Legge e la cessazione dei profeti, cibi straordinari e nuovi. Quanto a Gesú, considera quel ch`egli risponde ai discepoli, quasi gridando, e in un linguaggio chiaro: Voi credete proprio che se si allontana da me, questa folla numerosa, bisognosa di cibo, ne troverà nei villaggi, piuttosto che presso di me, e negli agglomerati umani, non tanto quelli delle città, bensí quelli delle campagne, piuttosto che rimanendo in mia compagnia. Ma io vi dichiaro che di ciò che voi credete che essi abbiano bisogno, essi non ne hanno alcun bisogno, poiché non è necessario per loro andarsene; però ciò di cui, a vostro parere, essi non necessitano affatto, cioè di me – visto che credete che io sono incapace di nutrirli – è di quello, contrariamente alla vostra aspettativa, che essi hanno bisogno. Dunque, dal momento che, attraverso il mio insegnamento, vi ho resi capaci di dare, a coloro che ne difettano, il nutrimento spirituale, sta a voi dar da mangiare alle folle che mi hanno accompagnato (cf. Mt 14,16): infatti voi possedete, poiché lo avete ricevuto da me, il potere di dar da mangiare alle folle e, se ne aveste tenuto conto, avreste capito che io posso nutrirli molto di piú, e non avreste detto: “Congeda le folle, perché possano andare ad acquistarsi di che mangiare” (Mt 14,15).

(Origene, In Matth. 11, 1)

4. La ricerca di Cristo nel deserto

Ma nota bene a chi è distribuito. Non agli sfaccendati, non a quanti abitano nella città, cioè nella Sinagoga o fra gli onori del mondo, ma a quanti cercano Cristo nel deserto, proprio coloro che non ne hanno noia sono accolti da Cristo, e il Verbo di Dio parla con essi, non di questioni terrene, ma del Regno dei cieli. E se taluni hanno addosso le piaghe di qualche passione del corpo, Egli accorda volentieri a costoro la sua medicina.

Era dunque logico che Egli con nutrimenti spirituali salvasse dal digiuno quanti aveva guarito dal dolore delle loro ferite. Perciò nessuno riceve il nutrimento di Cristo se prima non è stato risanato, e coloro che sono invitati alla cena, sono prima risanati da quell`invito. Se c`era uno zoppo, questi, per venire, avrebbe conseguito la possibilità di camminare; se c`era qualcuno privo del lume degli occhi, certo non sarebbe potuto entrare nella casa del Signore senza che gli fosse stata ridata la luce.

Dappertutto, pertanto, viene rispettato l`ordinato svolgimento del mistero: prima si provvede il rimedio alle ferite mediante la remissione dei peccati, successivamente l`alimento della mensa celeste vien dato in abbondanza, sebbene questa folla non sia ancora saziata da cibi piú sostanziosi, né quei cuori ancor digiuni di una fede piú ferma siano nutriti col Corpo e col Sangue di Cristo.

(Ambrogio, In Luc. 6, 69-71)

5. La croce, nostra somma gloria

Ogni atto compiuto dal Cristo è una gloria della Chiesa cattolica: gloria delle glorie è, però, la croce. Questo, appunto, intendeva Paolo, nell`affermare: “A me non avvenga mai di menar vanto, se non nella croce di Cristo” (Gal 6,14). Suscita la nostra ammirazione, certo anche il miracolo in seguito al quale il cieco dalla nascita riacquistò, a Siloe, la vista (cf. Gv 9,7ss): ma cosa è un cieco di fronte ai ciechi di tutto il mondo? Straordinaria, e soprannaturale, la risurrezione di Lazzaro, morto già da quattro giorni (cf. Gv 11,39). Una grazia del genere, tuttavia, è toccata ad uno soltanto: che beneficio ne avrebbero tratto quanti, nel mondo intero, erano morti per i loro peccati? (cf.Ef 2,1). Strepitoso il fatto che cinque pani riuscirono a sfamare cinquemila persone (cf. Mt 14,21): ma a che cosa sarebbe servito, se pensiamo a coloro che, su tutta la terra, erano tormentati dalla fame dell`ignoranza? (cf. Am 8,11). Stupefacente, ancora, la liberazione della donna, in preda a Satana da diciotto anni (cf. Lc 13,11ss): che importanza avrebbe avuto, però, per tutti noi, imprigionati dalle catene dei nostri peccati? (cf. Pr 5,22).

La gloria della croce, invece, ha illuminato chi era accecato dall`ignoranza, liberando tutti coloro che erano prigionieri del peccato e portando la redenzione all`intera umanità.

(Cirillo di Gerusal., Catechesis, 13, 1-3)

6. La compassione di Gesú

Nelle parole evangeliche sempre la lettera è unita allo spirito, e se qualche particolare sulle prime ti sembra privo di calore, se lo tocchi vedrai che brucia. Il Signore stava nel deserto, e le folle lo seguivano, abbandonando le loro città, cioè le loro antiche abitudini e le varie loro credenze religiose. Il fatto che Gesú scende dalla barca, significa che le folle avevano certamente la volontà di andare da lui, ma non le forze necessarie per farlo; per questo il Salvatore scende dal luogo ove stava e va loro incontro, allo stesso modo che in un`altra parabola il padre corre incontro al figlio pentito (cf. Lc 15,20). Vista la folla, ne ha compassione e cura i malati per dare alla fede sincera e piena subito il suo premio.

(Girolamo, In Matth. II, 14,14)

7. Elezione e riprovazione del popolo ebreo

L`incarnazione è un grande mistero, che racchiude la salvezza degli uomini, il culto di Dio sommo e ogni verità. Infatti, non appena, per inganno dei demoni, i culti scellerati ed empi degli idoli invasero il mondo, il culto di Dio rimase vivo solo tra gli ebrei, che lo mantennero, non per qualche legge, ma tramandato per successione dagli anziani, fino al tempo in cui uscirono dall`Egitto sotto la guida di Mosè. Fu questi il primo di tutti i profeti e per opera sua Dio impose la legge a coloro che poi furono detti giudei. Essi dunque servirono Dio stretti dai vincoli della legge. Ma essi stessi, declinando a poco a poco verso riti profani, accolsero dèi stranieri e, abbandonato il culto paterno, immolarono sacrifici ai simulacri privi di sensi. Perciò Dio mandò loro profeti ripieni di spirito divino, che li rimproverassero dei loro peccati e li stimolassero a penitenza, che minacciassero la vendetta e annunziassero come in futuro, se quelli avessero persistito nei loro delitti, sarebbe stato mandato un nuovo legislatore, il popolo ingrato sarebbe stato privato dell`eredità e Dio avrebbe radunato per sé, dalle genti straniere, un popolo più fedele.

Quelli però, non solo persistettero nelle loro colpe, ma anzi uccisero i profeti loro inviati. Perciò Dio li riprovò per tali delitti e non mandò più profeti al suo popolo ribelle; mandò invece il suo Figlio, perché convertisse tutte le genti alla grazia di Dio. E non escluse i giudei, per quanto empi e ingrati, dalla speranza della salvezza, ma lo mandò soprattutto per loro, affinché non perdessero ciò che avevano ricevuto se gli avessero obbedito. Ma se non avessero accolto il loro Dio, essi sarebbero stati diseredati mentre i pagani accolti in adozione.

Perciò il sommo Padre gli comandò di discendere in terra e di rivestire corpo umano, affinché, soggetto ai dolori della carne, insegnasse la pazienza e la virtù, non solo a parole, ma anche a fatti. Rinacque dunque come uomo senza padre dalla vergine; e come nella prima nascita spirituale fu creato da Dio solo e divenne Spirito Santo, così nella seconda nascita carnale, generato dalla sola madre, divenne carne santa e per lui venne liberata dalla morte la carne che era stata assoggettata al peccato…

Perciò dunque, pur essendo Dio, prese carne per poter, quale mediatore tra Dio e l`uomo, condurre col suo insegnamento l`uomo a Dio, vincendo la morte… Egli compì tra gli uomini opere grandi e mirabili; i giudei, vedendole, le ritenevano compiute per potenza magica, non ricordando come tutto ciò che da lui si compiva era stato predetto dai profeti. Non con qualche rimedio terapeutico, ma con la potenza e la maestà della sua parola guariva immediatamente gli ammalati, gli afflitti da vari morbi; risanava i paralitici, rendeva capaci gli zoppi di camminare, restituiva la vista ai ciechi, dava la favella ai muti, l`udito ai sordi, mondava chi era macchiato di lebbra, ridava le sue facoltà a chi era invasato da ossessioni demoniache, richiamava alla vita e alla luce i morti, a volte addirittura già sepolti. Così saziò cinquemila uomini con cinque pani e due pesci; così camminò sul mare; così nella tempesta comandò al vento di placarsi, e subito si fece una grande calma. Tutti questi prodigi li troviamo predetti nei libri dei profeti e negli oracoli sibillini.

Per questi miracoli accorreva a lui una grande folla e tutti lo ritenevano, come era in realtà, Figlio di Dio, inviato da Dio. Perciò i sacerdoti e i maggiorenti dei giudei, pieni di invidia e insieme mossi ad ira perché egli rimproverava i loro peccati e la loro ingiustizia, convennero di ucciderlo… Incitarono il popolo contro Cristo, come fosse nemico di Dio, perché lo prendessero, lo conducessero a giudizio e con empie grida reclamassero la sua morte. Gli rinfacciavano, come un delitto, il fatto che egli si era proclamato Figlio di Dio e che trascurava la legge curando gli uomini di sabato, mentre egli asseriva non di trascurarla ma di completarla. Ponzio Pilato, che a quei tempi, come legato della Siria, aveva il potere giudiziario, considerando che quella causa non era di competenza del magistrato romano, lo mandò da Erode Tetrarca, e permise ai giudei che essi decidessero in base alla loro legge. Quelli, ottenuto il potere di condannarlo, gli decretarono la croce, ma prima lo colpirono con schiaffi e flagelli, lo coronarono di spine, gli sputarono in faccia e gli diedero da bere e da mangiare fiele e aceto. Tra tutti questi strazi non si udì mai la sua voce. Allora i carnefici, tirata a sorte la sua tunica e il suo mantello, lo sospesero e lo inchiodarono al patibolo, intendendo l`indomani celebrare la pasqua, cioè la loro festa più grande. Ma a quel delitto seguirono dei prodigi, per far comprendere loro l`iniquità compiuta. Infatti nello stesso momento in cui egli rese lo spirito vi fu un grande terremoto e un tale ottenebramento del sole, che il giorno si tramutò in notte…

Parlando di quelle tenebre, così dice Amos: In quel giorno, dice il Signore, il sole tramonterà sul meriggio e si ottenebrerà la luce del giorno; e tramuterò i vostri giorni di festa in lutto, i vostri canti in lamenti (Am 8,9). E Geremia, parlando della città di Gerusalemme, in cui egli patì: Il sole tramontò per lei mentre era ancora mezzogiorno; è confusa, è maledetta: abbandonerò tutti gli altri alla spada (Ger 15,9). E ciò non fu detto inutilmente. Infatti, dopo breve tempo, l`imperatore Vespasiano sconfisse i giudei, mise a ferro e fuoco le loro terre, prese per fame gli assediati, distrusse Gerusalemme, trascinò nel suo trionfo i prigionieri; i rimasti poi li esiliò dalla loro terra, non permettendo loro di tornare più sul suolo patrio. Tutto ciò fu decretato da Dio a causa della croce di Cristo.

Lattanzio, Epitome delle Divine Istituzioni, 38-41

OMELIA 24

Di sant’Agostino, vescovo

La moltiplicazione dei pani.

Bisogna saper capire il linguaggio dei miracoli. Essendo Cristo il Verbo di Dio, ogni suo gesto è una parola. Non dobbiamo fermarci ad ammirare la potenza di questo miracolo, dobbiamo esplorarne la profondità. Possiede dentro qualcosa che suscita esteriormente la nostra ammirazione.

[La fede eleva e purifica.]

1. I miracoli compiuti da nostro Signore Gesù Cristo, sono opere divine, che sollecitano la mente umana a raggiungere Dio attraverso le cose visibili. Siccome Dio non è una realtà che si possa vedere con gli occhi, e siccome i suoi miracoli, con i quali regge il mondo intero e provvede ad ogni creatura, per la loro frequenza finiscono per passare inosservati, al punto che quasi nessuno si accorge dell’opera di Dio che anche nel più piccolo seme appare mirabile e stupenda; Dio si è riservato, nella sua misericordiosa bontà, di compiere a tempo opportuno talune opere fuori del normale corso degli avvenimenti naturali, affinché, quanti hanno fatto l’abitudine alle cose di tutti i giorni, rimanessero impressionati, vedendo, non opere maggiori, ma insolite. Governare il mondo intero, infatti, è un miracolo più grande che saziare cinquemila persone con cinque pani (cf. Gv 6, 5-13). Tuttavia, di quel fatto nessuno si stupisce, di questo gli uomini si stupiscono, non perché sia più grande, ma perché è raro. Chi, infatti, anche adesso nutre il mondo intero, se non colui che con pochi grani crea le messi? Cristo operò, quindi, come Dio. Allo stesso modo, infatti, che con pochi grani moltiplica le messi, così nelle sue mani ha moltiplicato i cinque pani. La potenza era nelle mani di Cristo; e quei cinque pani erano come semi, non affidati alla terra, ma moltiplicati da colui che ha fatto la terra. E’ stato dunque offerto ai sensi tanto di che elevare lo spirito, è stato offerto agli occhi tanto di che impegnare l’intelligenza, affinché fossimo presi da ammirazione, attraverso le opere visibili, per l’invisibile Iddio; ed elevati alla fede, e mediante la fede purificati, sentissimo il desiderio di vedere spiritualmente, con gli occhi della fede, l’invisibile, che già conosciamo attraverso le cose visibili.

2. E tuttavia non è sufficiente considerare questo aspetto nei miracoli di Cristo. Interroghiamo direttamente i miracoli, e sentiamo cosa ci dicono di Cristo. Essi possiedono, a intenderli bene, un loro linguaggio. Poiché, essendo Cristo il Verbo, cioè la Parola di Dio, ogni azione del Verbo è per noi una parola. Abbiamo udito la grandezza di questo miracolo, investighiamone la profondità. Non accontentiamoci di gustarlo superficialmente, penetriamone la profondità. Questo stesso che di fuori suscita la nostra ammirazione, contiene dentro qualcosa. Abbiamo visto, abbiamo ammirato qualcosa di grande, di sublime, di divino, che solo Dio può compiere; e, a motivo dell’opera, abbiamo innalzato lodi all’autore. Se ci accade di vedere in un codice lettere elegantemente composte, non ci limitiamo a lodare lo stile dello scrittore che le ha fatte così ordinate, uguali e belle, ma vogliamo anche attraverso la lettura intendere ciò che per mezzo di esse lo scrittore ha voluto dirci. La stessa cosa accade qui: coloro che ammirano questo fatto esteriormente, si dilettano della bellezza, ammirandone l’autore; chi, invece, l’intende è come se leggesse. Una pittura si guarda in modo diverso da uno scritto. Quando vedi una pittura, basta vedere per lodare; quando vedi uno scritto, non ti basta vedere, senti anche il bisogno di leggere. E, infatti, se vedi uno scritto che non sai leggere, tu dici: cosa c’è scritto qui? Dopo aver visto lo scritto, ti domandi che cosa c’è scritto. Colui al quale chiedi la spiegazione di ciò che hai visto, ti aiuterà a vedere qualche altra cosa che tu non hai visto. Egli ha occhi diversi dai tuoi, anche se tutti e due vedete il medesimo scritto. Gli è che non sapete ugualmente interpretare quei segni. Tu vedi e lodi l’autore; l’altro vede, loda, ma altresì legge e capisce. Sicché, dopo aver visto e lodato, cerchiamo ora di leggere e di capire.

3. Il Signore è salito su un monte. Il Signore in alto sul monte ci aiuta a capire meglio che il Verbo sta in alto. Ciò che è avvenuto sul monte, non è quindi cosa di poco conto né trascurabile, ma va attentamente considerata. Egli ha visto le turbe, si è accorto che avevano fame e misericordiosamente le ha nutrite, non solo con bontà, ma altresì con potenza. Che avrebbe giovato, infatti, la sola bontà, quando occorreva il pane con cui nutrire quella folla affamata? Se alla bontà non si fosse associata la potenza, quella folla sarebbe rimasta digiuna e affamata. Sì, perché anche i discepoli che si trovavano col Signore in mezzo alla folla che aveva fame, anch’essi volevano nutrirla affinché non venisse meno, ma non sapevano come. Il Signore chiese dove si sarebbero potuti comprare dei pani per nutrire le turbe. E la Scrittura osserva: Però diceva ciò per metterlo alla prova, cioè per mettere alla prova il discepolo Filippo a cui aveva rivolto la domanda Perché egli sapeva che cosa stava per fare (Gv 6, 6). Perché lo metteva alla prova, se non per far vedere l’ignoranza del discepolo? E ciò non senza un significato. Il significato si vedrà quando comincerà a rivelarci il mistero dei cinque pani; allora vedremo perché il Signore in questa circostanza ha voluto dimostrare l’ignoranza del discepolo, chiedendo ciò che egli sapeva già. A volte si chiede ciò che non si sa, con l’intenzione di ascoltare per imparare; altre volte, invece, si chiede ciò che si sa, con l’intenzione di sapere se lo sa quello cui rivolgiamo la domanda. Il Signore sapeva l’una e l’altra cosa: sapeva ciò che chiedeva, in quanto sapeva ciò che stava per fare, e sapeva che Filippo era ignaro. Perché allora gli ha rivolto la domanda, se non per far vedere la sua ignoranza? Vedremo poi, come ho detto, perché ha fatto questo.

4. Andrea dice: C’è qui un ragazzo che ha cinque pani e due pesci, ma cos’è mai questo per tanta gente? Dopo che Filippo, interpellato, aveva risposto che non sarebbero bastati duecento denari di pane, per rifocillare una così grande folla, si è scoperto che c’era un ragazzo con cinque pani d’orzo e due pesci. Disse Gesù: Fateli sedere. C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero, dunque, gli uomini, in numero di quasi cinquemila. Gesù allora prese i pani e, rese grazie, ordinò che i pani fossero spezzati e messi davanti alla gente seduta. Non erano più cinque pani, ma quanti ne aveva aggiunti il Signore che li aveva moltiplicati. E altrettanto fece coi pesci, finché ne vollero. Non soltanto quella folla fu saziata, ma avanzarono dei frammenti, che ordinò fossero raccolti perché non andassero perduti. E con i frammenti riempirono dodici ceste (Gv 6, 8-13).

[I cinque pani e i cinque libri di Mosè.]

5. Diremo brevemente, perché dobbiamo correre. I cinque pani significano i cinque libri di Mosè. Giustamente essi non sono di frumento, ma di orzo, perché appartengono al Vecchio Testamento. Ora, voi sapete che l’orzo è fatto in modo che con fatica si arriva al midollo, poiché il midollo è ricoperto da un involucro di paglia così tenace e aderente che si fa fatica a toglierlo. Così è la lettera del Vecchio Testamento: è avvolta nell’involucro di significati materiali. Però se si arriva al midollo, nutre e sazia. Un ragazzo portava cinque pani e due pesci. Vogliamo domandarci chi era questo ragazzo? Probabilmente era il popolo d’Israele, il quale portava i pani come un bambino, senza mangiarli. Le cose che portava, chiuse erano un peso, e solo se scoperte nutrivano. I due pesci, poi, mi sembra vogliano significare quei due sublimi personaggi del Vecchio Testamento, che venivano unti per santificare e reggere il popolo: cioè il sacerdote e il re. Finché avvolto nel mistero, venne colui che era stato simboleggiato da quei due personaggi; venne finalmente colui che era adombrato nel midollo dell’orzo e che si nascondeva sotto la paglia di questo. Egli venne per riunire e realizzare nella sua persona le due figure, quella del sacerdote e quella del re: del sacerdote in quanto egli offrì se stesso come vittima per noi a Dio, del re in quanto egli stesso ci regge. E così ci vengono svelati i misteri che erano tenuti nascosti. Siano rese grazie a colui, che in se stesso realizzò le promesse del Vecchio Testamento. Ordinò che si spezzassero i pani; mentre questi venivano spezzati, si moltiplicarono. Niente di più vero. Quanti libri infatti vengono fuori da quei cinque libri di Mosè quando, come se si spezzassero, vengono esposti e spiegati! L’involucro dell’orzo era simbolo dell’ignoranza che avvolgeva il primo popolo. Di quel popolo è detto: Quando leggono Mosè, un velo ricopre il loro cuore (2 Cor 3, 15). Il velo ancora non era stato tolto, perché ancora non era venuto Cristo: e ancora non era stato squarciato il velo del tempio, come lo fu al momento della crocifissione. Poiché dunque il popolo sotto la legge era nell’ignoranza, il Signore volle mostrare l’ignoranza del suo discepolo, mettendolo alla prova.

[Il midollo dell’orzo.]

6. Niente è privo di significato, in ogni cosa c’è un riferimento; basta, però, saperlo cogliere. Così il numero delle persone che furono saziate, simboleggiava il popolo che viveva sotto il dominio della legge. Erano cinquemila, proprio perché simboleggiavano coloro che stavano sotto la legge, che si articola nei cinque libri di Mosè. Per la stessa ragione gli infermi che giacevano sotto quei cinque portici, non riuscivano a guarire. Ebbene, colui che guarì il paralitico (Gv 5, 2-9) è il medesimo che qui nutre la folla con cinque pani. Il fatto che essi fossero distesi sull’erba (Gv 6, 10), dice che possedevano una sapienza carnale e in essa riposavano. Infatti tutta la carne è erba (cf. Is 40, 6). Che significano poi i frammenti, se non ciò che il popolo non poté mangiare? Ci sono segreti profondi che la massa non può comprendere. Che resta da fare, allora, se non affidare questi segreti a coloro che sono capaci d’insegnarli agli altri, come erano gli Apostoli? Ecco perché furono riempite dodici ceste. Questo fatto è mirabile per la sua grandezza, utile per il suo carattere spirituale. Quelli che erano presenti si entusiasmarono, e noi, al sentirne parlare, rimaniamo freddi. E’ stato compiuto affinché quelli lo vedessero, ed è stato scritto affinché noi lo ascoltassimo. Ciò che essi poterono vedere con gli occhi, noi possiamo vederlo con la fede. Noi contempliamo spiritualmente ciò che non abbiamo potuto vedere con gli occhi. Noi ci troviamo in vantaggio rispetto a loro, perché per noi è stato detto: Beati quelli che non vedono e credono (Gv 20, 29). Aggiungo che forse a noi è concesso di capire ciò che quella folla non riuscì a capire. Ci siamo così veramente saziati, in quanto siamo riusciti ad arrivare al midollo dell’orzo.

[Il verbo di Dio profeta.]

7. In conclusione, come reagì la gente di fronte al miracolo? Quella gente, vedendo il miracolo che Gesù aveva fatto, diceva: Questo è davvero il profeta (Gv 6, 14). Probabilmente ritenevano che Cristo fosse un profeta, perché ancora stavano seduti sull’erba. Ma egli era il Signore dei profeti, l’ispiratore e il santificatore dei profeti, e tuttavia un profeta, secondo quanto a Mosè era stato annunciato: Susciterò per loro un profeta simile a te (Dt 18, 18). Simile secondo la carne, superiore secondo la maestà. E che quella promessa del Signore si riferisse a Cristo, noi lo apprendiamo chiaramente dagli Atti degli Apostoli (cf. At 7, 37). Lo stesso Signore dice di se stesso: Un profeta non riceve onore nella sua patria (Gv 4, 44). Il Signore è profeta, il Signore è il Verbo di Dio e nessun profeta può profetare senza il Verbo di Dio; il Verbo di Dio profetizza per bocca dei profeti, ed è egli stesso profeta. I tempi che ci hanno preceduto hanno avuto profeti ispirati e ripieni del Verbo di Dio: noi abbiamo avuto come profeta il Verbo stesso di Dio. Cristo è profeta e Signore dei profeti, così come è angelo e Signore degli angeli. Egli stesso è detto angelo del grande consiglio (Is 9, 6 sec. LXX). E, del resto, che dice altrove il profeta? Non un inviato né un angelo, ma egli stesso verrà a salvarci (cf. Is 35, 4); cioè a salvarci non manderà un messaggero, non manderà un angelo, ma verrà egli stesso. Chi verrà? Verrà l’angelo stesso. Non per mezzo d’un angelo, ma per mezzo di lui che è angelo e anche il Signore degli angeli. Infatti, in latino angelo vuol dire messaggiero, araldo. Se Cristo non annunciasse nulla non sarebbe angelo, e così se non profetizzasse non sarebbe profeta. Egli ci sprona alla fede e alla conquista della vita eterna. Egli annuncia cose presenti e predice cose future. Egli è angelo perché annuncia cose presenti, è profeta perché predice le future. Egli è il Signore degli angeli e dei profeti, perché è il Verbo di Dio fatto carne.

LA PRIMA MOLTIPLICAZIONE DEI PANI1

Commento a Matteo, Libro XI, 5-6

di san Giovanni Crisostomo,

lunedì 27 luglio 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano

1Leggi per intero da pagina 193 del PDF allegato,