Per scaricare l’articolo clicca qui: Letture Patristiche XI Dom. Del Tempo Per L’anno A 2026

Matteo 9,36-10,8; (leggi 9,35-10,8); Esodo 19,2-6a; Salmo 99; Romani 5,6-11

1. «Vedute le turbe, ebbe compassione»

E vedute le turbe, ne ebbe compassione, perché erano travagliate e abbattute come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è molta, pochi gli operai. Pregate dunque il padrone della messe, che mandi operai nella sua messe»” (Mt 9,36-38). Osservate: anche in questa circostanza Gesú rifugge dalla vanagloria. Egli preferisce mandare a questa folla i suoi discepoli, per non richiamar su di sé l`attenzione di essa. E non solo per tale motivo, ma anche per addestrare loro. La Palestina sarà lo stadio in cui i discepoli si allenano per prepararsi ad affrontare i combattimenti in tutta la terra. Perciò fa loro superare prove sempre piú dure in quanto la loro virtù lo permette, affinché possano piú facilmente dopo tale addestramento sostenere le future battaglie. Egli li manda fuori dal nido come teneri uccellini perché imparino a volare. Li fa dapprima medici dei corpi dando loro il potere di guarire, e piú avanti affiderà loro la cura, piú importante, delle anime. Notate come mostra nello stesso tempo la felicità e la necessità della loro missione. Che dice, infatti? «La messe è molta, pochi gli operai». Dichiara cioè, che non li manda a seminare, ma solo a raccogliere una messe già pronta. Nel Vangelo di Giovanni, Gesú dice la stessa cosa: “Altri hanno lavorato, e voi siete sottentrati nel loro lavoro(Gv 4,38). Parla in questo modo perché non si inorgogliscano, e per dar loro fiducia: mostra, infatti, che la maggior parte del lavoro è già stata compiuta. Dobbiamo rilevare, inoltre, che anche in questa circostanza egli agisce spinto dal suo amore per gli uomini e non per rendere un ricambio dovuto: «Vedute le turbe, ne ebbe compassione, perché erano travagliate e abbattute come pecore senza pastore». Sono parole queste che ricadono come un`accusa sui capi dei Giudei, i quali, benché fossero i pastori del popolo si comportavano come i lupi. Non solo essi non correggevano gli errori della moltitudine, ma si opponevano a qualunque suo progresso. Vediamo, infatti, che quando la folla, ammirata dei miracoli di Gesú, proclama di non aver mai visto cosa simile in Israele, essi dichiarano al contrario che egli scaccia i demoni in virtù del principe dei demoni. Ma chi sono gli operai di cui parla Gesú? Evidentemente i dodici apostoli. E tuttavia dopo aver detto che «sono pochi», manda forse altri discepoli con loro? No, affatto, ma invia soltanto loro alla moltitudine. Perché allora invita a pregare il padrone della messe affinché mandi altri operai ed egli personalmente non ne manda che dodici? Ma se essi erano soltanto dodici, Gesú seppe moltiplicarli, non aumentandone il numero, ma comunicando loro la sua potenza e la sua grazia.

«Pregate, dunque, il padrone della messe». Con queste parole fa loro intendere quale grande dono sta per fare, e insieme lascia intravedere che egli stesso ha tale potere. Infatti, dopo aver dato questo avvertimento, senza che essi abbiano in precedenza rivolto una preghiera o una richiesta, egli subito li consacra apostoli, richiamando alla loro mente le parole di Giovanni, l`aia, il ventilabro, la paglia e il buon grano. Tutto questo mostra chiaramente che egli è l`agricoltore e insieme il padrone della messe e il Signore dei profeti che l`hanno seminata. E` fuor di dubbio che, inviando gli apostoli a raccogliere la messe, non li invia a mietere la messe di un altro ma ciò che egli stesso ha seminato per mezzo dei profeti.

E non si limita a dar coraggio ai discepoli mostrando che il loro lavoro, il loro ministero consiste nella mietitura di una messe già pronta, ma anche li rende atti a questo ministero. “E chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere di scacciare gli spiriti immondi, e di guarire ogni malattia e ogni infermità(Mt 10,1). Lo Spirito Santo, tuttavia, non era ancora disceso sugli apostoli, lo Spirito Santo non era ancora stato donato, perché Gesú non era stato ancora glorificato (cf. Gv 7,39). Come potevano, allora, gli apostoli scacciare i demoni? Lo potevano grazie al comando e all`autorità di Cristo. Notate, inoltre, come è opportuno il momento scelto dal Signore per la loro missione. Gesú non li invia a predicare prima, quando essi avevano appena cominciato a seguirlo, ma solo dopo che l`hanno seguito e sono stati sufficientemente insieme con lui; dopo che lo hanno visto risuscitare una persona morta, dare ordini al mare infuriato, scacciare i demoni, sanare il paralitico, rimettere i peccati, guarire il lebbroso. Li invia a predicare e a compiere miracoli, solo dopo aver offerto loro sufficienti prove della sua potenza, sia con le parole sia con le opere. E non li espone subito ad azioni pericolose – essi allora non avevano ancora niente da temere in Palestina. Avrebbero dovuto difendersi soltanto dalle ingiurie e dalle calunnie. Ma preannunzia che dovranno affrontare rischi in futuro, preparandoli anche prima del tempo e facendoli diventare coraggiosi lottatori con la frequente predizione di tali pericoli…

Sono questi i dodici apostoli che Gesú inviò” (Mt 10,5). Chi sono questi dodici? Sono pescatori e pubblicani; quattro di essi infatti erano pescatori e due pubblicani, cioè Matteo e Giacomo; e uno di loro era anche traditore.

Che cosa dice Cristo agli apostoli? Subito dà loro un avvertimento, dicendo. “Non andate tra i gentili, e non entrate in città di samaritani; ma andate prima alle pecore sperdute della casa d`Israele” (Mt 10,5-6). Non crediate – sembra dire – che io nutra odio e abbia avversione nei confronti dei Giudei che mi ingiuriano e dicono che opero i miracoli per virtù del demonio. Anzi, sono proprio i Giudei che ho cercato di convertire per primi e ora, distogliendovi da tutti gli altri, vi mando a loro come maestri e medici. Non soltanto vi proibisco di predicare ad altri prima che ai Giudei, ma non vi permetto neanche di prendere la strada che porta altrove e non acconsento neppure che entriate nelle città dei Samaritani…

Cammin facendo predicate: «E` vicino il regno dei cieli»” (Mt 10,7). Considerate la dignità degli apostoli e la grandezza del loro ministero? Gesú non comanda loro di predicare l`avvento di qualcosa di terreno o di sensibile e neppure quanto avevano un tempo predicato Mosè e i profeti; essi devono predicare realtà nuove e al di là di ogni aspettativa. I profeti promettevano soltanto la terra e i beni terreni: gli apostoli annunziano invece il regno dei cieli, e tutti i beni che ad esso appartengono. Non è poi la superiorità della loro predicazione che pone gli apostoli su un piano piú alto dei profeti, ma è l`obbedienza pronta che essi manifestano a Cristo. Non tentano di sottrarsi al loro compito, non cercano di resistere agli ordini divini, come tentarono di fare alcuni degli antichi. Nonostante essi conoscano i pericoli, le lotte e gli intollerabili mali che dovranno sopportare, non esitano a obbedire con completa sottomissione a quanto vien loro ordinato, come appunto debbono fare i predicatori del regno dei cieli. Ma cosa c`è da stupirsi – voi mi direte – se essi obbediscono subito, senza difficoltà, dal momento che non devono annunziare niente di doloroso e di triste? Ma che dite? La loro missione non era difficile? Non avete forse sentito parlare del carcere, delle torture, della guerra da parte dei loro connazionali, dell`odio universale e di tutte le altre sciagure che cadranno sopra gli apostoli? Gesú li manda come messaggeri per promettére agli altri infiniti beni, ma promette e preannunzia loro soltanto tribolazioni e sofferenze.

Per far sí che essi abbiano pieno credito ovunque, dice loro: “Sanate infermi, risuscitate morti, mondate lebbrosi, scacciate demoni; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Notate: Gesú ha cura di formarli non meno che di far compiere loro quei miracoli; perciò mostra loro che i prodigi non sono niente se non sono accompagnati da una vita onesta: «Gratuitamente avete ricevuto «- egli dice -» gratuitamente date». Con queste parole reprime la loro vanità e provvede a tenerli lontani dall`avidità dei beni.

Perché non pensino che cosí grandi miracoli siano opera loro, e quindi non se ne glorino, egli sottolinea: «Gratuitamente avete ricevuto»: cioè voi non darete niente di vostro a coloro che riceveranno la vostra opera, e i miracoli che compirete non saranno frutto e ricompensa delle vostre fatiche. E` per mia grazia che li farete; e questa grazia ricevuta da me gratuitamente, gratuitamente dovrete distribuirla agli altri. D`altra parte non è possibile trovare e ottenere un prezzo degno dei doni che voi darete.

(Giovanni Crisostomo, In Matth. 32, 2-4)

2. «Rivolgetevi prima alla casa d`Israele»

Essendo noto a tutti, fratelli carissimi, che il nostro Redentore è venuto al mondo per la salvezza dei pagani, e che continuamente ha chiamato alla fede i Samaritani, come mai, mandando i discepoli a predicare, dice: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; ma andate piuttosto alle pecore perdute della casa d`Israele? (Mt 10,5-6). Lo capiamo da ciò che è detto alla fine: [Gesú] volle che si predicasse prima ai soli Giudei, e poi a tutti i pagani, affinché mentre quelli, chiamati, rifiutavano di convertirsi, dei santi predicatori andassero a chiamare i pagani, dal momento che la predicazione del nostro Redentore, respinta dai suoi, si rivolgeva a popoli pagani e stranieri; e ciò che per i Giudei era una testimonianza, diventava per questi pagani un accrescimento di grazia. C`erano infatti allora dei Giudei che dovevano essere chiamati, mentre i pagani non dovevano esserlo. Infatti, anche negli “Atti degli Apostoli” leggiamo che alla predicazione di Pietro credettero prima tremila Ebrei e poi cinquemila (At 2,11; 4,4). Quando gli apostoli vollero predicare ai pagani d`Asia, è detto che fu loro impedito (At 16,6); e tuttavia lo stesso Spirito che prima aveva vietato questa predicazione, la infuse lui stesso nei cuori degli abitanti dell`Asia. Per questo tutta l`Asia ormai crede da molto tempo. Ecco perché in un primo tempo proibí ciò che in seguito fece, perché allora vivevano in essa alcuni che non dovevano essere salvati. Allora vivevano in essa alcuni che non meritavano di essere richiamati alla vita, e che però non meritavano neppure di essere giudicati piú severamente per aver disprezzato la predicazione. Per un preciso e occulto giudizio divino, la santa predicazione può essere negata alle orecchie di certi uomini che non meritano di essere svegliati alla grazia. Perciò è necessario, fratelli carissimi, che in ogni cosa che facciamo nutriamo il timore delle occulte decisioni di Dio onnipotente su di noi, affinché, mentre l`anima nostra, perdendosi nelle dissipazioni esterne, va in cerca del suo piacere, non avvenga che il Giudice le prepari all`interno terribili castighi. E` ciò che vede bene il Salmista, allorché dice: “Venite e osservate le opere del Signore, quanto è terribile nei suoi disegni sopra i figli degli uomini” (Sal 45,9; Sal 45,5). Vide infatti che uno è misericordiosamente chiamato, un altro, a motivo della giustizia, è respinto. E poiché il Signore a volte agisce con indulgenza, a volte con severità, si spaventa perché non può capire; e chiama terribile nei suoi disegni Colui che aveva conosciuto non solo incomprensibile, ma anche inflessibile in certe sue decisioni.

(Gregorio Magno, Hom. 4, 1)

3. La sproporzione della messe

«La messe è veramente molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe»” (Mt 9,38). La messe abbondante indica la moltitudine dei popoli; i pochi operai rappresentano la penuria di maestri. Egli ordina di pregare il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe. Si tratta degli stessi operai di cui parla il Salmista: Coloro che seminano nelle lacrime, mietono nella gioia. Nell`andare, andavan piangendo, recando i loro semi. Nel tornare verranno pieni di esultanza, portando i loro covoni” (Sal 126,6). Per parlare piú chiaramente, la messe abbondante rappresenta tutto il popolo dei credenti. Ma pochi sono gli operai, cioè gli apostoli e i seguaci di coloro che vengono mandati nella messe.

(Girolamo, In Matth. I, 9, 37)

4. La preghiera prorompa da un cuore umile

Per coloro che pregano, le parole e la preghiera siano fatte in modo da racchiudere in sé silenzio e timore. Pensiamo di trovarci al cospetto di Dio. Occorre essere graditi agli occhi divini sia con la posizione del corpo, sia con il tono della voce. Infatti come è da monelli fare fracasso con schiamazzi, così al contrario è confacente a chi è ben educato pregare con riserbo e raccoglimento. Del resto, il Signore ci ha comandato e insegnato a pregare in segreto, in luoghi appartati e lontani, nelle stesse abitazioni. E` infatti proprio della fede sapere che Dio è presente ovunque, che ascolta e vede tutti, e che con la pienezza della sua maestà penetra anche nei luoghi nascosti e segreti, come sta scritto: Io sono il Dio che sta vicino, e non il Dio che è lontano. Se l’uomo si sarà nascosto in luoghi segreti, forse per questo io non lo vedrò? Forse che io non riempio il cielo e la terra? (cfr. Ger 23, 23-24). E ancora: In ogni luogo gli occhi del Signore osservano attentamente i buoni e i cattivi (cfr. Pro 15, 3).

E allorché ci raduniamo con i fratelli e celebriamo con il sacerdote di Dio i divini misteri dobbiamo rammentarci del rispetto e della buona educazione: non sventolare da ogni parte le nostre preghiere con voci disordinate, né pronunziare con rumorosa loquacità una supplica che deve essere affidata a Dio in umile e devoto contegno. Dio non è uno che ascolta la voce, ma il cuore. Non è necessario gridare per richiamare l’attenzione di Dio, perché egli vede i nostri pensieri. Lo dimostra molto bene quando dice: «Perché mai pensate cose malvage nel vostro cuore?» (Mt 9, 4). E un altro luogo dice: «E tutte le chiese sapranno che io sono colui che scruta gli affetti e i pensieri» (Ap 2, 23).

Per questo nel primo libro dei Re, Anna, che conteneva in sé la figura della Chiesa, custodiva e conservava quelle cose che chiedeva a Dio, non domandandole a gran voce, ma sommessamente e con discrezione, anzi, nel segreto stesso del cuore. Parlava con preghiera nascosta, ma con fede manifesta. Parlava non con la voce ma con il cuore, poiché sapeva che così Dio ascolta. Ottenne efficacemente ciò che chiese, perché domandò con fiducia. Lo afferma chiaramente la divina Scrittura: Pregava in cuor suo e muoveva soltanto le sue labbra, ma la voce non si udiva, e l`ascolto il Signore (cfr. 1 Sam 1, 13). Allo stesso modo leggiamo nei salmi: Parlate nei vostri cuori, e pentitevi sul vostro giaciglio (cfr. Sal 4, 5). Per mezzo dello stesso Geremia lo Spirito Santo consiglia e insegna dicendo: Tu, o Signore, devi essere adorato nella coscienza (cfr. Bar 6, 5).

Pertanto, fratelli dilettissimi, chi prega non ignori in quale modo il pubblicano abbia pregato assieme al fariseo nel tempio. Non teneva gli occhi alzati al cielo con impudenza, non sollevava smodatamente le mani, ma picchiandosi il petto condannando i peccati racchiusi nel suo intimo, implorava l’aiuto della divina misericordia. E mentre il fariseo si compiaceva di se stesso, fu piuttosto il pubblicano che meritò di essere giustificato, perché pregava nel modo giusto, perché non aveva riposto la speranza di salvezza nella fiducia della sua innocenza, dal momento che nessuno è innocente. Pregava dopo aver confessato umilmente i suoi peccati. E così colui che perdona agli umili ascoltò la sua preghiera.

Dal trattato «Sul Padre nostro» di san Cipriano, vescovo e martire (Nn. 4-6; CSEL 3, 268-270)

Lunedì 08 Giugno 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano