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Matteo 5,1-12; Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1 Gv 3,1-3;

Analisi patristica

L’esegesi patristica della Solennità di Tutti i Santi costituisce una riflessione teologica tra le più sfolgoranti dell’antichità cristiana. I Padri della Chiesa — in particolare Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo, San Girolamo, Sant’Ilario e il genio poetico della tradizione siriaca, Sant’Efrem il Siro — non hanno letto la santità come una galleria di eroi irraggiungibili del passato o di “sapienti” isolati sul piedistallo del loro orgoglio. Al contrario, la Patristica ha decodificato questa festa come il capolavoro della Grazia che trasfigura la fragilità della nostra umanità. Ecco i quattro pilastri dell’esegesi patristica di questa solennità:

1. Sant’Agostino: Le Beatitudini come gli otto gradini del restauro dell’Anima

Nel suo fondamentale trattato Il discorso del Signore sulla montagna (Libro I), Sant’Agostino d’Ippona compie una profonda riflessione sul testo di Matteo 5,1-12. Egli legge le Beatitudini non come precetti morali sparsi, ma come una scala spirituale di sette gradini più uno, che conduce l’orante dalla spoliazione della terra alla stabilità del Cielo. Sant’Agostino si ferma a considerare l’ordine che discende da questa cattedra divina: il primo gradino è la povertà in spirito (ptōchoì tō pneumati), che è l’umiltà profonda, lo svuotamento dell’ego (cf kenosi in Fil 2,1-11). Il superbo ragiona secondo la carne e il sangue, stringendo il portafoglio dei propri meriti; il santo è il mendicante assoluto che protende le mani vuote per ricevere il condono del Re. Da questa spoliazione nasce la mitezza, che disarma la spada del giudizio pesante e del risentimento clandestino. Si sale poi attraverso le lacrime dell’afflizione e la fame di giustizia, fino al sesto gradino: la purificazione del cuore (katharoì tē kardía). Il cuore puro è il cuore unificato. Solo chi ha l’occhio limpido può vedere Dio all’opera nei frammenti della sua quotidianità. L’ottava beatitudine, la persecuzione, è il sigillo: è il ritorno al vertice, la prova che l’anima è ormai blindata nell’eternità della Trinità».

2. San Giovanni Crisostomo: La moltitudine dei piccoli e la cattedra divina

Nella sua Omelia XV sul Vangelo di Matteo, la “Bocca d’oro” sposta il baricentro interpretativo sulla scenografia del monte e sull’apertura della bocca di Gesù:

  • Il disarmo della Legge: Il Crisostomo fa notare che Gesù non detta la Parola tra i fulmini o i terrori del Sinai, esigendo un’osservanza schiacciante. Sale sul monte della Galilea, si siede con mitezza e apre la bocca per immettere nella storia la felicità capovolta del Regno.

  • Il coro degli scartati: Chi ha davanti a Sé? Non ha i dotti del Tempio o i re armati di cavalli da guerra. Ha la folla anonima dei malati, dei peccatori, dei pubblicani e degli scartati della piazza. Il Crisostomo esclama dall’ambone: «O colpo di scena inaudito! Gesù proclama beati proprio coloro che il mercato del mondo dichiara falliti ed esclusi: i poveri, i perseguitati, i piangenti.

3. Sant’Efrem il Siro: Il lavacro del Sangue e la Veste di Gloria

I Padri siriaci, guidati dall’intuito mistico di Sant’Efrem il Siro, innestano l’evangelo delle Beatitudini sulla lettura dell’Apocalisse, decodificando l’immagine della moltitudine immensa avvolta in vesti bianche (Ap 7,9) in chiave prettamente battesimale, nuziale ed eucaristica:

  • Il candore paradossale: Efrem si meraviglia davanti al testo: «Hanno lavato le loro vesti, rendendole bianche nel sangue dell’Agnello»(Apocalisse 7,2-4.9-14). Nel mercato ordinario della terra, il sangue macchia e sporca la stoffa; nella fisica dello Spirito Santo, il sangue dell’Erede versato sul legno della Croce ripulisce i nostri stracci infangati, restituendoci la Veste di Gloria che Adamo aveva perduto nel giardino del peccato.

  • I santi come ceste piene: Tutti i Santi sono coloro che hanno accostato le loro labbra al calice traboccante dell’Eucaristia, bevendo il Fuoco dello Spirito per farsi assimilare. Non sono marmo inerte: sono canestri stabili e ceste piene che hanno fatto circolare la misericordia gratuita del Padre lungo le strade del mondo, trasformando la loro indigenza feriale nel tempio della Trinità.

4. San Girolamo: Il salto del Giubilo nuziale (Agalliāsthe)

Nel suo Commento a Matteo (Libro I), San Girolamo decodifica l’imperativo finale che sigilla il discorso delle Beatitudini: «Rallegratevi ed esultate (agalliāsthe), perché grande è la vostra ricompensa nei cieli»:

  • La coreografia del salto: Girolamo spiega il peso filologico del verbo greco ἀγαλλιᾶσθε (agalliāsthe – salto della Gioia sponsale): indica un giubilo viscerale, il balzo fisico e il salto della gioia nuziale che scuote le interiora dell’orante.

  • La fine del fallimento: Quando il mondo ordinario ti insulta, ti scarta o ti perseguita a causa del Vangelo, il santo non cade nel mormorio ostile o nella recriminazione clandestina. Salta di gioia perché sa che quel rifiuto della terra ratifica la sua elezione nel Cielo. La ricompensa (misthós) è definita immensa, perché Dio non ripaga secondo i nostri peccati, ma ci immette gratuitamente nel porto sicuro del Suo ristoro perenne.

Il collegamento con la nostra Conversione orante

La lectio patristica trasforma la Solennità di Tutti i Santi in uno specchio per la nostra vita. Ci viene chiesto lo stile della mitezza di Maria e dei Santi. Deponendo le armi del nostro orgoglio per abbracciare la povertà dello spirito, le nostre giornate feriali vengono trasformate in una testimonianza vivente, capace di far risplendere l’immagine dell’Emmanuele e di spalancare le porte del ristoro eterno a ogni fratello che incontriamo sul nostro cammino.

I Testi

1. Il discorso della montagna

  1. Riunita una grandissima folla, egli sale sulla montagna e comincia ad insegnare: cioè ponendosi all’altezza della maestà paterna, stabilisce i precetti della vita celeste. Infatti non avrebbe trasmesso i principi dell’eternità, se non si fosse collocato nell’eternità. Perciò sta scritto: «Aprì la bocca ed insegnava loro»1. Sarebbe stato piu semplice dire: cominciò a parlare. Ma siccome si era posto nella gloria della maestà del Padre e insegnava l’eternità, per questo motivo il compito svolto dalla sua bocca umana è presentato come il frutto dell’obbedienza ai moti dello Spirito che parlava in lui2.

Le beatitudini

  1. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli»3.

Il Signore aveva insegnato con il suo esempio che bisognava rifiutare la gloria dell’ambizione umana, dicendo: «Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto»4. E poiché aveva preannunciato mediante i profeti che avrebbe scelto un popolo umile e timoroso delle sue parole5, stabili nell’umiltà dello spirito il principio della beatitudine perfetta. Perciò egli ha collocato nel possesso del regno dei cieli coloro che hanno umiltà di spirito, cioè quelli che si ricordano di essere uomini6, consapevoli di essere costituiti dall’aggregazione di elementi vili e di scarsissimo valore per essere generati a questa condizione di corpo perfetto7 e di evolvere, mentre Dio asseconda il loro progresso, verso queste facoltà del pensiero, della riflessione, del giudizio e dell’azione. Consapevoli che nulla appartiene loro, nulla possiedono di proprio, ma che per il dono dell’unico Padre sono state concesse le stesse condizioni iniziali per venire alla vita ed accordate le stesse risorse per goderne. Sull’esempio dell’Essere buonissimo che ci ha fatto questi doni dobbiamo imitare la bontà da lui esercitata nei nostri confronti, cosi da essere buoni con tutti ed avere la persuasione che ogni cosa appartiene a tutti, senza lasciarci corrompere dall’arroganza dell’orgoglio del mondo né dall’avidità di ricchezza né dall’ambizione della vanagloria. Rimaniamo sottomessi a Dio, e di quest’esistenza che condividiamo facciamo una comunione di vita fondata sul vincolo dell’amore verso tutti, convinti che anche nella condizione in cui siamo nati vi sarà un progresso grazie alla bontà divina, da cui dobbiamo meritarci la ricompensa e la gloria con le opere della vita presente. Cosi, per effetto di questa umiltà di spirito, ci ricorderemo di tutti i doni che Dio ci ha fatti e di quelli, migliori, che dobbiamo sperare per il futuro, e il regno dei cieli sarà nostro.

  1. «Beati i miti, perché erediteranno la terra»8.

Ai miti promette l’eredità della terra, ossia di quel corpo che,il Signore stesso ha assunto come dimora. Poiché il Cristo abiterà in noi grazie alla mansuetudine del nostro spirito, noi pure saremo rivestiti della gloria del suo corpo glorificato9.

  1. «Beati gli afflitti, perché saranno consolati»10.

A coloro che piangono promette il sollievo di una consolazione eterna. Comunque non si tratta della gente che si affligge per aver perso una persona cara o per aver subito delle offese o dei danni, ma di chi piange sui peccati antichi. Questa efficace consolazione ci è assicurata in cielo, se soffriamo per il rimorso dei peccati di cui ci siamo macchiati.

  1. «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati»11.

Agli affamati e agli assetati di giustizia concede la beatitudine, mostrando come l’avidità dei santi, che ha per oggetto gli insegnamenti di Dio, sia ricolmata in cielo con i beni di un appagamento perfetto.

  1. «Beati i misericordiosi, perché Dio avrà misericordia di loro»12.

Ai misericordiosi prepara i doni della misericordia. Infatti Dio si compiace tanto della nostra benevolenza verso tutti, da esercitare la propria misericordia nei confronti di chi è stato misericordioso.

  1. «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»13.

Ai puri di cuore promette la visione di Dio. Infatti non c’è niente d’impuro e di sporco che possa sostenere il contatto con la luce divina, e lo sguardo di uno spirito contaminato si affievolisce al cospetto di Dio14. E chiaro che qui si parla di quelli che sono in grado di sopportare la visione e l’incontro di Dio, perché lo splendore dell’anima e la purezza della vita li rendono capaci di una simile contemplazione. Solo se saremo perfetti nello spirito e trasformati dall’immortalità15, il che accadrà unicamente ai puri di cuore, potremo contemplare ciò che in Dio è immortale.

  1. «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio»16.

La beatitudine degli operatori di pace consiste nel premio di una adozione che li trasforma definitivamente in figli di Dio. Se è vero, infatti, che Dio è l’unico Padre di tutti, allora per entrare realmente a far parte della sua famiglia, non ci sarà che un modo: dimenticare tutto ciò in cui possiamo essere offesi e vivere nella pace fraterna che è frutto della carità vicendevole.

  1. «Beati i perseguitati per causa della giustizia»17, eccetera.

Infine egli ricompensa con la beatitudine perfetta quelli che sono disposti a patire ogni cosa per il Cristo, che è la giustizia stessa18. A costoro è quindi riservato il regno dei cieli19 ed è promessa lassu una ricompensa generosa20, perché disprezzati dal mondo, poveri nello spirito, coperti di vergogna per i danni e le sventure subite nel mondo presente, confessori della giustizia celeste di fronte alle ingiurie degli uomini e infine martiri gloriosi delle promesse di Dio, hanno speso tutta la loro vita per testimoniare la sua eternità.

Dal Commentario a Matteo (capitolo IV) di Sant’Ilario di Poitiers, vescovo.

2. Chi sono i veri beati

“Tutti vogliono essere beati. Chi – però – è povero di spirito?” Nella festa di questa vergine santa, che dette testimonianza a Cristo e la meritò da lui, uccisa pubblicamente e coronata in segreto, ammaestriamo la Carità vostra con quella esortazione che il Signore pronunciava nel suo Vangelo, annunziando molte cause della vita beata, che nessuno dice di non volere. In verità, non esiste chi non voglia essere beato. Ma che gli uomini non ricusino di sottostare alle condizioni richieste, cosí come desiderano ricevere la pattuita mercede! Chi non correrebbe celermente, quando gli si dice: Sarai beato? Ascolta volentieri, e quando vien detto: Se avrai fatto questo, non si ricusi l`impegno, se si aspira al premio; e si accenda l`animo all`alacrità dell`opera con l`aiuto della ricompensa. Ciò che vogliamo ciò che desideriamo, ciò che chiediamo, sarà dopo: ciò che, al contrario, ci viene ordinato di fare, in vista di ciò che verrà dopo, sia ora. Ecco, comincia a rimeditare i detti divini, ivi compresi i precetti e i pesi evangelici: “Beati i poveri di spirito poiché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Dopo, sarà tuo il regno dei cieli; ora, sii povero di spirito . Vuoi che dopo sia tuo il regno dei cieli? Guarda di chi sei tu ora. Sii povero di spirito. Chiedi forse di sapere che significa essere povero di spirito? Chi è superbo non è povero di spirito: quindi l`umile è povero di spirito. Alto è il regno dei cieli: “ma, chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11).

“Chi è il mite?” Stà attento a qual che segue: “Beati“, egli aggiunge, “i miti, perché possederanno la terra” (Mt 5,5). Ora tu vuoi possedere la terra: bada, però, di non essere posseduto dalla terra. Possederà il mite, sarà posseduto il non-mite. E, quando ascolti del premio promesso e cioè che possederai la terra, non dilatare il grembo dell`avarizia, con la quale vuoi possedere ora la terra, con esclusione persino del tuo vicino: non ti inganni una tale opinione. Possederai la terra solo quando aderirai a colui che ha fatto il cielo e la terra. Questo infatti significa essere mite: non resistere al tuo Dio, affinché in ciò che fai di bene, ti piaccia egli e non te stesso; mentre in ciò che giustamente soffri di male, non sia egli a dispiacerti, bensí te stesso. Infatti, non è piccola cosa se cercherai di piacere a lui dispiacendoti; dispiaceresti a lui, per contro, piacendo a te stesso.

“Coloro che piangono“. Fa` attenzione al terzo: “Beati coloro che piangono, perché saranno consolati” (Mt 5,4). Nel lutto è l`impegno, nella consolazione la ricompensa. Infatti, coloro che piangono carnalmente, quali consolazioni hanno? Temibili molestie. Sarà consolato chi piange, se teme di non piangere ancora. Ad esempio, il figlio morto contrista mentre dà gioia il nato: quello è tolto via, questo è accolto, in quello è tristezza in questo timore: in nessuno quindi è consolazione. Dunque, vera consolazione sarà quella che vien data e non può esscre tolta; cosicché quelli che amano essere consolati dopo, ora piangono da pellegrini.

“Gli affamati“. Ed ecco il quarto, opera e servizio: “Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati“ (Mt 5,6). Tu vuoi essere saziato. Donde? Se brami la sazietà di carne – una digerita sazietà -, tornerai ad aver fame. “E chi beve di quest`acqua, tornerà ad avere sete” (Gv 4,13), egli dice. La medicina che si applica ad una ferita, non fa piú male, se è riuscita a risanarla; per contro, ciò che si applica alla fame, quasi esca, si risolve a poco. Infatti, passata la sazietà, ritorna la fame. Arriva perciò quotidianamente il rimedio di sazietà, ma non è risanata la ferita dell`infermità. Abbiamo fame quindi, e saziamoci di giustizia, affinché dalla medesima giustizia possiamo essere saziati, della quale ora abbiamo fame e sete. Saremo in effetti saziati di quello di cui abbiamo fame e sete. Il nostro uomo interiore abbia fame e sete: egli ha in effetti il suo cibo e la sua bevanda. “Io sono“, spiega egli, “il pane che è disceso dal cielo” (Gv 6,41). Ora che hai il pane dell`affamato, desidera anche la bevanda dell`assetato: “Poiché presso di te è la fonte della vita” (Sal 35,10).

“I misericordiosi“. Ora, attento al seguito che dice: “Beati i misericordiosi, poiché di loro Dio avrà misericordia” (Mt 5,7). Fa` e sarà fatto: fa` con l`altro, perché sia fatto a te. Infatti, tu abbondi e difetti: abbondi di cose temporali, difetti delle eterne. Ascolti il mendicante e sei tu stesso mendico di Dio. Ti si chiede, e chiedi a tua volta. E come avrai agito con il tuo richiedente, cosí Dio agirà con il suo. Sei pieno e vuoto ad un tempo: riempi il vuoto della tua pienezza, affinché la tua vuotaggine sia riempita della pienezza di Dio.

“I puri di cuore“. Ascolta quel che segue: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Questo è il fine del nostro amore, il fine per cui ci perfezioniamo, per cui ci consumiamo. Si finisce il cibo, si finisce il vestito: il cibo, perché si consuma mangiando; il vestito, perché si finisce [si porta a termine] tessendo. E di questo e di quello si dice del pari che finisce: ma questa fine tende alla consumazione, quella alla perfezione. Qualunque cosa facciamo, o facciamo bene, sosteniamo, lodevolmente ci scaldiamo, incolpevolmente desideriamo, quando sarà pervenuto alla visione di Dio, non lo ricercheremo piú. Cosa cerca in effetti colui al quale si fa presente Dio? O cosa potrà bastare a colui al quale non basta Dio? Noi vogliamo vedere Dio, chiediamo di vedere Dio, ardiamo dal desiderio di vedere Dio. Chi mai non è d`accordo? Ma, osserva quel che è detto: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio“. Questo prepara, affinché tu veda. In effetti, per parlare secondo la carne, a che pro desideri il sorgere del sole con occhi cisposi? Siano sani gli occhi, e quella luce sarà una gioia: non sono sani gli occhi, quella luce risulterà un tormento. Non ti sarà permesso infatti di vedere con cuore non-puro, poiché non si vede che con cuore puro. Sarai respinto, sarai allontanato, non vedrai. “Beati“, infatti, “i puri di cuore, perché vedranno Dio“. Quanti beati ho già enumerato? Quali cause di beatitudine, quali opere, quali doveri, quali meriti, quali premi? Non è detto in alcun luogo. “Essi vedranno Dio. Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati i miti: possederanno la terra. Beati quelli che piangono: saranno consolati. Beati coloro che hanno fame e sete dclla giustizia: saranno saziati. Beati i misericordiosi: troveranno misericordia”. Da nessuna parte è detto: Essi vedranno Dio. Arrivati però ai puri di cuore, ecco che qui si promette la visione di Dio.

“In che senso la visione di Dio è promessa specificamente ai puri di cuore“. Quindi, non che tu debba intendere quei precetti e quei premi nel senso che ascoltando: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio“, tu ritenga che i poveri di spirito non vedranno, o non vedranno i miti, o coloro che piangono, o quelli che hanno fame e sete della giustizia, oppure i misericordiosi. Non argomenterai che, visto che questi vedranno in quanto puri di cuore, quelli siano separati dalla visione. Tutte queste cose sono infatti comuni a tutti loro. Essi vedranno, però non vedranno specificamente per questo e cioè perché poveri di spirito, perché miti, o perché piangono, hanno fame e sete della giustizia, o perché sono misericordiosi: ma anche perché sono puri di cuore. Di modo che, se determinate opere corporali si addicono a determinate membra del corpo, sí che si può dire, ad esempio: Beati coloro che hanno i piedi, perché cammineranno; beati coloro che hanno le mani, perché opereranno, beati coloro che hanno la voce, perché grideranno; beati coloro che hanno bocca e lingua, perché parleranno; beati coloro che hanno gli occhi, perché cosí potranno vedere? In tal modo, quasi componendo delle membra spirituali, egli [Gesú] insegnò ciò che è pertinente ad uno in rapporto con l`altro. Adatta è l`umiltà per avere il regno dei cieli; atta la mansuetudine per possedere la terra; adatte fame e sete di giustizia per essere saziati; atta la misericordia per implorare misericordia; adatto un cuore puro per vedere Dio.

(Agostino, Sermo 53, 1-6.9)

3. Affrettiamoci verso i fratelli che ci aspettano

A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. È chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro.

Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri. Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.

Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non è certo disdicevole, perché una tale fame di gloria è tutt’altro che pericolosa.

Vi è un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati.

Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo. Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita è nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che è lui stesso. Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere.

San Bernardo, abate, Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368

Il Discorso del Signore sulla montagna

di sant’Agostino, vescovo

PRECETTI CHE ATTENGONO A REGOLARE LA VITA

Spiegazione delle beatitudini (1, 1 – 5, 15)

Il valore del Discorso sul monte.

1. 1. Se qualcuno esaminerà con fede e serietà il discorso che nostro Signore Gesù Cristo ha proferito sulla montagna, come lo leggiamo nel Vangelo di Matteo, penso che vi riscontrerà la norma definitiva della vita cristiana per quanto attiene a un’ottima moralità. Non osiamo affermarlo alla leggera, ma lo deriviamo dalle parole stesse del Signore. Difatti il discorso si conchiude ad evidenziare che in esso vi sono tutti i precetti che attengono a regolare la vita. Dice infatti: Riterrò simile chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica a un uomo saggio che costruì la propria casa sulla roccia. Scese la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa non cadde perché era fondata sulla roccia. Riterrò poi chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica simile a un uomo stolto che costruì la propria casa sulla sabbia. Scese la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa rovinò e fu grande la sua rovina 1. Non ha detto soltanto: chi ascolta le mie parole, ma ha aggiunto: chi ascolta queste mie parole. Quindi, come ritengo, le parole che ha rivolto stando sul monte educano tanto efficacemente la vita di coloro che intendono viverle che essi sono paragonati a chi costruisce sulla roccia. Ho espresso questo pensiero affinché appaia che il discorso è al completo di tutte le norme dalle quali è regolata la vita cristiana. A suo luogo si tratterà di questo argomento più esaurientemente.

Simbolismo del monte.

1. 2. Ora l’inizio di questo discorso è enunciato con le parole: Avendo visto una grande folla, salì sul monte ed essendosi seduto, gli si avvicinarono i suoi discepoli e prendendo la parola li ammaestrava dicendo 2. Se si chiede che cosa simboleggia il monte, è buona l’interpretazione che simboleggi i più grandi precetti dell’onestà perché gli inferiori erano quelli che erano stati trasmessi ai Giudei. Tuttavia l’unico Dio, mediante i suoi santi profeti e ministri, secondo l’ordinatissima distribuzione dei tempi, ha dato precetti inferiori al popolo che era opportuno tenere ancora avvinto dal timore e, mediante il suo Figlio, i più alti al popolo che conveniva fosse reso libero nella carità. Poiché son dati ordinamenti più piccoli ai più piccoli e più grandi ai più grandi, son dati da lui perché egli soltanto sa offrire al genere umano la cura propria ai relativi tempi. E non c’è da meravigliarsi che sono dati ordinamenti più grandi per il regno del cielo e che sono stati dati più piccoli per il regno della terra dall’unico e medesimo Dio che ha creato il cielo e la terra. Di questa giustizia che è più alta si ha un detto del Profeta: La tua giustizia come i monti di Dio 3; e questo pensiero simboleggia convenientemente che dall’unico Maestro 4, il solo idoneo a insegnare tante verità, s’insegna sul monte. Inoltre insegna seduto perché attiene alla dignità del Maestro. Si avvicinano a lui i suoi discepoli affinché ad ascoltare le sue parole fossero più vicini col corpo coloro che aderivano più da vicino con lo spirito nell’osservare i precetti. Prese la parola e insegnava loro dicendo 5. La perifrasi con cui dice: e prendendo la parola con la riserva stessa fa pensare che il discorso sarebbe stato un po’ più lungo, a meno che forse l’aver detto che ora egli ha preso la parola non includa che egli stesso nel Vecchio Testamento era solito disporre a parlare i profeti.

I poveri in spirito contro la superbia.

1. 3. Ma ascoltiamo quel che dice: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli 6. Troviamo scritto sul desiderio dei beni della terra: Sono tutti vanità e presunzione dello spirito 7. Ora la presunzione dello spirito significa arroganza e superbia. Di solito si dice anche che i superbi hanno un grande spirito e giustamente perché talora anche il vento viene denominato spirito. Si ha infatti nella Scrittura: Il fuoco, la grandine, la neve, il gelo, il vento di tempesta 8. Chi potrebbe ignorare che i superbi sono considerati gonfiati come se siano dilatati dal vento. V’è infatti anche il detto dell’Apostolo: La scienza gonfia, la carità edifica 9. Perciò giustamente nel passo sono indicati come poveri di spirito gli umili e quelli che temono Dio, che non hanno cioè uno spirito che gonfia. E non doveva assolutamente avere inizio d’altra parte la beatitudine perché dovrà giungere alla somma sapienza. Infatti inizio della sapienza è il timore del Signore 10, perché al contrario inizio di ogni peccato è la superbia 11. I superbi dunque desiderino e amino i regni della terra; ma beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli 12.

I mansueti e la terra.

2. 4. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra 13, credo quella terra della quale si dice nei Salmi: Sei tu la mia speranza, il mio retaggio nella terra dei viventi 14. Simboleggia infatti una certa solidità e stabilità della eredità perenne, perché in essa l’anima mediante un buon sentimento riposa come in una propria dimensione allo stesso modo che il corpo sulla terra e da essa si nutre come d’un proprio cibo come il corpo dalla terra. Ed essa è il riposo e la vita dei santi. Sono miti quindi coloro che non acconsentono alla malvagità e non resistono al male ma vincono il male col bene 15. Litighino dunque i violenti e lottino per i beni della terra e del tempo, ma beati i miti, perché avranno in eredità la terra 16, quella da cui non possono esser espulsi.

Il pianto e la consolazione.

2. 5. Beati coloro che piangono perché saranno consolati 17. Il pianto è la tristezza per la perdita dei cari. Voltisi a Dio pèrdono quei beni, amati in questo mondo e che stringevano in un amplesso. Infatti non godono più di quelle cose, di cui prima godevano e fino a che non si produce in loro l’amore dei beni eterni sono addolorati da una certa mestizia. Saranno dunque consolati dallo Spirito Santo che soprattutto per questo è detto il Paraclito, cioè consolatore, affinché nel perdere la gioia nel tempo godano di quella eterna.

Fame e sete della virtù.

2. 6. Beati quelli che hanno fame e sete della virtù, perché saranno saziati 18. Qui afferma che essi amano il bene vero e inamissibile. Saranno dunque saziati di quel cibo, di cui il Signore stesso dice: Mio cibo è fare la volontà del Padre mio 19, e questo è virtù; e l’acqua è quella da cui, per chiunque la berrà, come egli stesso dice, scaturirà in lui una sorgente che zampilla alla vita eterna 20.

Soccorrere ed essere soccorsi.

2. 7. Beati i misericordiosi, perché di loro si avrà misericordia 21. Dice beati quelli che soccorrono gli infelici poiché a loro sarà dato in contraccambio di essere liberati dalla infelicità.

Il cuore puro e la visione di Dio.

2. 8. Beati quelli dal cuore puro perché vedranno Dio 22. Sono dunque molto stolti quelli che cercano Dio con gli occhi del corpo, poiché si vede col cuore, come è scritto in un altro passo: Cercatelo nella semplicità del cuore 23. Difatti un cuore puro è lo stesso che un cuore semplice. E come la luce del giorno si può vedere soltanto con gli occhi puri, così neanche Dio si vede se non è pura la facoltà con cui si vede.

La pace in Dio.

2. 9. Beati gli operatori di pace, perché saranno considerati figli di Dio 24. Nella pace v’è la perfezione, perché in essa nulla è in contrasto; e quindi gli operatori di pace sono figli di Dio, perché nulla si oppone a Dio ed ovviamente i figli devono mantenere la somiglianza del Padre. Sono operatori di pace nel proprio essere coloro che, sottomettendo tutte le attività dell’animo alla ragione, cioè all’intelligenza e alla coscienza, e avendo dominato tutti gli impulsi sensuali, divengono regno di Dio. In esso le attività sono talmente ordinate al punto che nell’uomo domina quella la quale primeggia ed eccelle, senza che si oppongano le altre che sono comuni a noi e alle bestie. Così ciò che nell’uomo eccelle, cioè l’intelligenza e la ragione, sia sottomesso all’essere più alto che è la stessa Verità, l’Unigenito Figlio di Dio. Infatti l’uomo non riesce a dominare le cose inferiori se egli stesso non si sottomette all’Essere superiore. Ed è la pace che è data in terra agli uomini di buona volontà 25, è la vita del saggio al culmine della perfezione. Da questo regno, posto nel pieno della pace e dell’ordine, è stato cacciato fuori il principe di questo mondo 26 che domina su gli esseri privi di pace e di ordine. Organizzata e resa stabile questa pace, qualunque tipo di persecuzione susciti dall’esterno colui che è stato messo fuori, accresce la gloria che è secondo Dio, perché non demolisce nulla in quell’edificio, anzi con l’inefficienza delle proprie macchine da guerra fa capire la grande saldezza che è strutturata all’interno. Perciò continua: Beati coloro che soffrono persecuzione per l’onestà, perché di essi è il regno dei cieli 27.

Riepilogo.

3. 10. Sono dunque in tutto otto aforismi. Richiamandone altri si rivolge ai presenti con le parole: Sarete beati quando diranno male di voi e vi perseguiteranno 28. Esprimeva genericamente gli aforismi precedenti. Difatti non ha detto: Beati i poveri di spirito, perché vostro è il regno dei cieli, ma: perché è di essi 29; e non: Beati i miti, perché voi possederete la terra, ma: perché essi possederanno la terra 30 e così gli altri aforismi fino all’ottavo con cui ha detto: Beati quelli che soffrono persecuzione per l’onestà, perché di essi è il regno dei cieli 31. Dopo comincia a parlare rivolgendosi ai presenti, sebbene anche gli aforismi, che erano stati enunciati in precedenza, riguardavano anche coloro che, essendo presenti, ascoltavano; e questi, che sembrano enunciati in modo speciale per i presenti, riguardino anche coloro che erano assenti o che fossero vissuti in seguito. Perciò si deve considerare attentamente il numero degli aforismi. La beatitudine inizia dall’umiltà: Beati i poveri di spirito, cioè non gonfiati, quando l’anima si sottomette alla divina autorità, perché teme di andare alle pene dopo questa vita, sebbene le sembri eventualmente di essere beata in questa vita. Di conseguenza giunge alla conoscenza della Sacra Scrittura, però bisogna che in essa si mostri mite mediante la pietà, affinché non osi condannare ciò che ai profani sembra assurdo e si renda indocile con ostinate discussioni. Da ciò inizia a capire da quali limiti della vita presente essa è impedita mediante l’abitudine sensuale e i peccati. Quindi nel terzo grado, in cui v’è la scienza, si piange la perdita del sommo bene, perché ci si avvince ai beni infimi. Nel quarto grado v’è l’affanno perché in esso ci si applica con energia affinché la coscienza si svincoli da quegli oggetti, dai quali è avvinta con attrattiva esiziale. Quindi in esso si ha fame e sete dell’onestà ed è molto necessaria la fortezza, giacché non si lascia senza dolore ciò che si possiede con diletto. Al quinto si dà il consiglio di evadere a coloro che persistono nell’affanno perché se non si è aiutati da un essere superiore, non si è assolutamente capaci di districarsi dai tanti viluppi delle sofferenze. Ed è un giusto consiglio che chi vuol essere aiutato da un essere superiore, aiuti uno più debole nell’occorrenza in cui egli è più forte. Quindi: Beati i misericordiosi, perché di loro si avrà misericordia. Al sesto grado si ha la purezza del cuore che dalla consapevolezza delle buone opere anela a contemplare il sommo bene che si può intuire soltanto con la mente pura e serena. Infine la settima è la stessa sapienza, cioè la contemplazione della verità che pacifica tutto l’uomo a ricevere l’immagine di Dio; ed essa si enuncia così: Beati gli operatori di pace, perché saranno considerati figli di Dio. L’ottavo aforisma ritorna, per così dire, al primo perché mostra e giudica che è stato eseguito e compiuto. Difatti nel primo e nell’ottavo è stato nominato il regno dei cieli: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli; e: Beati coloro che soffrono persecuzioni per la virtù, perché di essi è il regno dei cieli. Difatti si ha nella Scrittura: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la penuria, il pericolo, la spada? 32. Sono sette dunque le beatitudini che portano a compimento, poiché l’ottava, quasi tornando ancora al principio, chiarisce e indica ciò che è stato compiuto, affinché attraverso questi gradi siano compiuti anche gli altri.

Confronto con i doni dello Spirito Santo…

4. 11. A me sembra dunque che anche la settiforme operazione dello Spirito Santo, di cui parla Isaia 33, corrisponda a questi gradi e aforismi, ma v’è la differenza della disposizione; difatti nel Profeta l’elenco comincia dai gradi più alti, qui dai più bassi, lì infatti comincia dalla sapienza e termina con il timore di Dio, ma inizio della sapienza è il timore di Dio 34. Perciò se rassegniamo, per così dire, salendo di grado in grado, primo è il timore di Dio, seconda la pietà, terza la scienza, quarta la fortezza, quinto il consiglio, sesto l’intelletto, settima la sapienza. Il timore di Dio si addice agli umili, dei quali nel Vangelo si dice: Beati i poveri di spirito, cioè non gonfiati, non superbi, ai quali l’Apostolo dice: Non montare in superbia, ma temi 35, cioè non ti esaltare. La pietà si addice ai miti. Chi infatti ricerca con pietà onora le Sacre Scritture e quindi non critica quel che ancora non capisce e perciò non vi si oppone; e questo è esser mite; perciò qui si dice: Beati i miti. La scienza si addice a coloro che piangono, in quanto hanno appreso dalla Scrittura da quali mali son tenuti avvinti, perché per ignoranza li hanno bramati come buoni e giovevoli; di essi qui si dice: Beati quelli che piangono. La fortezza si addice a coloro che hanno fame e sete. Sono infatti nel dolore, perché desiderano la gioia dei veri beni e aspirano a distogliere l’amore dai beni della terra e del corpo; di essi si dice: Beati quelli che hanno fame e sete della virtù. Il consiglio si addice ai misericordiosi. V’è infatti un solo rimedio per evadere dai grandi mali: che rimettiamo, cioè, come vogliamo che sia rimesso a noi e aiutiamo gli altri in quel che possiamo, come noi desideriamo essere aiutati in quel che non possiamo; di essi si dice nel passo: Beati i misericordiosi. L’intelletto si addice ai puri di cuore, inteso come occhio purificato, affinché con esso si possa scorgere quel che l’occhio fisico non ha visto né l’orecchio ha udito né è penetrato nel cuore dell’uomo 36; di essi qui si dice: Beati i puri di cuore. La sapienza si addice agli operatori di pace, perché in essi tutti gli atti sono nell’ordine e non v’è impulso ribelle alla ragione, ma tutto è sottomesso alla coscienza dell’uomo, perché anche egli è sottomesso a Dio; di essi qui si dice: Beati gli operatori di pace.

…e giustificazione simbolica.

4. 12. Ma un solo premio, cioè il regno dei cieli, è stato ripetuto in diverso modo per i gradi suddetti. Nel primo, come era conveniente, è stato indicato il regno dei cieli che è la totale e somma sapienza dell’anima ragionevole. È stato così espresso: Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli, che equivale a: Inizio della sapienza è il timore del Signore. Ai miti è stata data l’eredità come a coloro che assieme alla pietà chiedono il testamento del Padre: Beati i miti, perché essi avranno in eredità la terra; a coloro che piangono il conforto come a coloro i quali sanno che cosa hanno perduto e in quali mali erano immersi: Beati quelli che piangono, perché saranno consolati; agli affamati e assetati la sazietà come ristoro per coloro che si affaticano e lottano per la salvezza: Beati quelli che hanno fame e sete della virtù perché saranno saziati; ai misericordiosi la misericordia, come a coloro che seguono il vero e ottimo consiglio che a loro si offra da chi è più forte ciò che essi offrono ai più deboli: Beati i misericordiosi, perché di loro si avrà misericordia; ai puri di cuore la capacità di vedere Dio, come a coloro che hanno l’occhio puro per comprendere le cose eterne: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio; agli operatori di pace la somiglianza con Dio, come a coloro che hanno la perfetta saggezza e sono formati a somiglianza di Dio mediante la rigenerazione dell’uomo nuovo: Beati gli operatori di pace, perché saranno considerati figli di Dio. Questi valori possono essere interamente realizzati in questa vita, come crediamo che si siano realizzati negli apostoli; infatti non si può indicare con parole il totale cambiamento nella forma angelica che è promesso dopo questa vita. Beati dunque coloro che soffrono persecuzioni per l’onestà, perché di essi è il regno dei cieli. Il contenuto di questo ottavo aforisma, che ritorna da capo e dichiara l’uomo perfetto, è allegorizzato presumibilmente dalla circoncisione all’ottavo giorno nel Vecchio Testamento, e dalla risurrezione del Signore dopo il sabato, che è l’ottavo e anche il primo giorno, e dall’osservanza degli otto giorni di riposo che pratichiamo nella rigenerazione dell’uomo nuovo, e dal numero stesso della pentecoste. Difatti al sette per sette, che fanno quarantanove, si aggiunge un ottavo giorno, in modo che si abbiano i cinquanta e, per così dire, si torni al principio. In questo giorno fu mandato lo Spirito Santo, dal quale siamo condotti nel regno dei cieli, riceviamo l’eredità, siamo consolati, siamo saziati, otteniamo misericordia, siamo purificati e restituiti alla pace. Così, resi alla pienezza, sopportiamo per la verità e l’onestà tutte le sofferenze inferte dall’esterno.

Beatitudine per chi soffre.

5. 13. Sarete beati, continua, quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande sarà la vostra ricompensa nei cieli 37. Chiunque nella qualifica di cristiano cerca le gioie di questo mondo e l’abbondanza dei beni della terra rifletta che la nostra felicità è all’interno, come si dice dell’anima della Chiesa con le parole del Profeta: Ogni bellezza della figlia del re è all’interno 38. All’esterno invece sono promesse ingiurie, persecuzioni, diffamazioni, per le quali nei cieli grande sarà la ricompensa, che si avverte nel cuore dei sofferenti, di coloro che possono dire: Ci gloriamo nelle sofferenze, perché sappiamo che la sofferenza produce pazienza, la pazienza una virtù provata, la virtù provata la speranza; e la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato 39. Infatti non giova soffrire questi mali, ma sopportarli per il nome di Gesù non solo con animo sereno, ma anche con gioia. Difatti molti eretici, i quali col nome cristiano traggono in errore le anime, subiscono molte di tali sofferenze, ma sono esclusi dalla suddetta ricompensa, perché non è stato detto soltanto: Beati coloro che soffrono persecuzione, ma è stato aggiunto: per la virtù. E non è possibile che nell’individuo, in cui non v’è una retta fede, vi sia la virtù, perché l’uomo virtuoso vive di fede 40. Anche gli scismatici non si lusinghino di avere una tale ricompensa, poiché egualmente non è possibile che vi sia l’onestà in chi non v’è la carità. Difatti l’amore al prossimo non fa del male 41 e, se lo avessero, non lacererebbero il corpo di Cristo che è la Chiesa 42.

L’insulto e la diffamazione.

5. 14. Si può proporre il quesito: in che differiscono le sue parole: quando vi malediranno e: diranno ogni sorta di male contro di voi, dato che maledire è il medesimo che dire del male. Ma in forma diversa si rivolge la mala parola, mediante l’insulto alla presenza di colui al quale fu detto, nel caso a nostro Signore: Non diciamo forse il vero che sei un samaritano e hai un demonio 43. Diversamente si ha quando si offende la riputazione, come di lui si ha nella Sacra Scrittura: Alcuni dicevano: è un profeta; altri invece: No, ma inganna il popolo 44. Perseguitare poi è usar violenza o aggredire con una macchinazione. La eseguirono colui che lo tradì e coloro che lo crocifissero. Certamente si ha un pensiero che non è stato enunciato con immediatezza col dire: E diranno ogni sorta di male contro di voi, ma vi è stato aggiunto: mentendo e anche: a causa mia. Io ritengo che l’aggiunta sia per coloro che vogliono vantarsi delle persecuzioni e del disonore della propria riputazione e quindi pensano che Cristo appartiene a loro, dato che si dicono molte cattive parole di loro, giacché si dice la verità, quando si dicono del loro errore. Ed anche se talora si buttano là alcune cose false, il che spesso avviene per la sventatezza degli uomini, tuttavia non le subiscono per amore di Cristo. Infatti non segue Cristo chi non sulla base della vera fede e dell’insegnamento cattolico è considerato cristiano.

Ricompensa nei cieli.

5. 15. Godete ed esultate, continua, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli 45. Penso che nel passo non sono denominati cieli le sfere più alte del mondo visibile. La nostra ricompensa infatti, che deve essere stabile ed eterna, non si deve riporre nelle cose poste nel divenire e nel tempo. Penso quindi che nei cieli significa nella dimora dello spirito, dove ha sede l’eterna bontà 46. Nel confronto l’anima malvagia è considerata terra e ad essa, perché pecca, è stato detto: Sei terra e alla terra ritornerai 47. Di questi cieli dice l’Apostolo: Poiché la nostra patria è nei cieli 48. Sperimentano dunque nel tempo questa ricompensa coloro che godono dei beni dello spirito, ma di là sarà resa alla pienezza in ogni senso, quando anche ciò che è soggetto alla morte conseguirà l’immunità dalla morte 49. Così, soggiunge, hanno perseguitato anche i profeti che sono vissuti prima di voi 50. In questo passo ha inteso in senso generico la persecuzione tanto quella delle maledizioni come della violazione del buon nome. Ed ha giustamente esortato mediante un esempio, giacché di solito soffrono la persecuzione quelli che dicono il vero. Tuttavia non per questo gli antichi profeti hanno defezionato dalla proclamazione della verità.

I poveri di spirito o umili sono beati
perché sono concordi con i fratelli
(6, 16 – 10, 28)

Note

1 – Mt 7, 24-27.

2 – Mt 5, 1-2.

3 – Sal 35, 7.

4 – Cf. Mt 23, 8.

5 – Mt 5, 2.

6 – Mt 5, 3.

7 – Qo 1, 14.

8 – Sal 148, 8.

9 – 1 Cor 8, 2.

10 – Sir 1, 16; Sal 110, 10.

11 – Sir 10, 15.

12 – Mt 5, 3.

13 – Mt 5, 4.

14 – Sal 141, 6.

15 – Cf. Rm 12, 21.

16 – Mt 5, 4.

17 – Mt 5, 5.

18 – Mt 5, 6.

19 – Gv 4, 34.

20 – Gv 4, 14.

21 – Mt 5, 7.

22 – Mt 5, 8.

23 – Sap 1, 1.

24 – Mt 5, 9.

25 – Cf. Lc 2, 14.

26 – Cf. Gv 12, 21.

27 – Mt 5, 10.

28 – Mt 5, 11.

29 – Mt 5, 3.

30 – Mt 5, 4.

31 – Mt 5, 10.

32 – Rm 8, 35.

33 – Cf. Is 11, 2-3.

34 – Sir 1, 16; Sal 110, 10.

35 – Rm 11, 20.

36 – Is 64, 4; 1 Cor 2, 9.

37 – Mt 5, 11-12.

38 – Sal 44, 14.

39 – Rm 5, 3-5.

40 – Ab 2, 4; Rm 1, 17.

41 – Rm 13, 10.

42 – Cf. Col 1, 24.

43 – Gv 8, 48.

44 – Gv 7, 12.

45 – Mt 5, 12.

46 – Cf. 2 Pt 3, 13.

47 – Gn 3, 19.

48 – Fil 3, 20.

49 – 1 Cor 15, 53-54.

50 – Mt 5, 12.

Lunedì 26 ottobre 2026

Abbazia Santa Maria di Pulsano

1– Mt. 5,2

2– Reminiscenza di Atti 2,4

3– Mt. 5,3

4– Mt. 4,10

5– Cf. Is. 66,2

6– Nel testo latino si può notare il gioco di parole tra homo e humilitas, secondo l’etimologia homo ex humo, di matrice biblica: a questo proposito, cf. Tert., Apol. 18,2; 21,25.

7– Tesi fondamentale dell’antropologia di Tertulliano (cf. De an. 37,5)

8– Mt 5,5

9– Cf. l Cor, 15,40.53

10– Mt 5,4

11– Mt 5,6

12– Mt 5,7

13– Mt 5,8

14– Cf. Cic., De leg. I,60; Tusc. I,73

15– Cf. 1 Cor. 15,51-53

16– Mt 5,9

17– Mt 5,10

18– Cf. 1 Cor. 1,30

19– Cf. Mt. 5,10

20– Cf. Mt 5,12