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Mt 21,28-32; Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11
Analisi patristica
L’esegesi patristica della XXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A), incentrata sulla parabola dei due figli inviati nella vigna (Matteo 21,28-32), scardina ogni lettura puramente legalistica e mette a nudo il dramma della risposta dell’uomo a Dio. Maestri del calibro di Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo, San Girolamo e Origene hanno letto in questo serrato duello verbale tra Gesù e i capi del Tempio il manifesto della “transustanziazione” del cuore operata dal pentimento, svelando il mistero del “sorpasso” dei peccatori sulle élite religiose.
Ecco i pilastri dell’esegesi patristica profonda su questa pericope:
1. I due figli come allegria profetica di Ebrei e Pagani
L’interpretazione ecclesiale e macrostorica più diffusa tra i Padri (in primis San Girolamo e Sant’Agostino) identifica nei due personaggi del racconto i due grandi blocchi dell’umanità:
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Il Primo Figlio (I Pagani / I Gentili): Rappresenta la storia del mondo pagano. Al comando antico del Creatore, i Gentili avevano risposto con un “No” vistoso, sprofondando nell’idolatria, nei vizi e nella ribellione della carne. Tuttavia, all’avvento della pienezza dei tempi, morsi dal rimprovero della coscienza (metamelētheís), hanno compiuto l’elaborazione del proprio errore, hanno abbandonato i vecchi mantelli e sono entrati a piedi nudi a lavorare nella vigna della Chiesa.
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Il Secondo Figlio (I Capi dei Sacerdoti / Gli Ebrei): Incarna l’istituzione formale del Tempio. Con la bocca avevano pronunciato un ossequio diplomatico impeccabile: «Sì, signore!» (Egṓ, kýrie). Possedevano i cinque libri della Legge e sedevano sui banchi protettivi della tradizione. Eppure, la loro risposta è rimasta un’illusione etica: non si sono mossi di un millimetro, rimanendo inerti e sterili nell’ozio del proprio orgoglio accademico.
2. Sant’Agostino: Il primato dei Fatti sulle Parole formali
Nelle sue riflessioni sulla responsabilità pastorale, Sant’Agostino usa questa parabola per curare l’assemblea dall’analfabetismo rituale e dal clericalismo burocratico:
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La trappola della lingua pulita: Agostino ricorda che a Dio non interessa la performance acustica delle nostre acclamazioni formali se la vita ordinaria rimane impermeabile alla grazia. Dire “Sì, signore” e poi non muoversi è l’identikit del mormorio che indurisce il cuore nel deserto.
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La transustanziazione del “No”: Al contrario, il primo figlio insegna che il pentimento (metamélomai) ha la forza di spaccare la pietra dell’indurimento antico. Dio preferisce un “No” iniziale della carne che si tramuta in obbedienza reale, piuttosto che un “Sì” legalistico che serve solo a recintare la propria vita contro la novità dello Spirito.
Il collegamento con la nostra Conversione orante
I Padri occidentali convergono su un verdetto: questa domenica ci mette di fronte allo specchio delle nostre doppiezze domenicali. Frequentare le Scritture esige che abbandoniamo la finzione dei precetti formali per rischiare la fatica del fare spazio alla Parola dentro la nostra settimana. Ci viene ancora richiesto lo stile della mitezza dei pubblicani: rialzarsi dai nostri fallimenti per rimetterci in cammino dietro i passi dello Sposo, unici passi capaci di condurci stàbili al banchetto del ristoro perenne.
L’esegesi patristica orientale si sviluppa lungo coordinate marcatamente viscerali, mistiche e liturgiche. Se la tradizione occidentale ha spesso letto questo testo attraverso una lente prevalentemente giuridico-morale (il primato delle opere sulla fede formale) i grandi Padri dell’Oriente greco e aramaico — come Origene, san Giovanni Crisostomo, san Cirillo di Alessandria e il genio poetico di sant’Efrem il Siro — scendono sotto la superficie della lettera per svelare l’anatomia della trasformazione interiore. Per l’Oriente cristiano, questa pericope descrive il mistero della kénōsis (svuotamento) che genera l’agilità della fede e la fisica della Parola che frantuma la durezza del sasso [cf Seconda Lettura (Filippesi 2,1-11)].
Ecco i pilastri dell’esegesi orientale su questo brano:
1. Sant’Efrem il Siro: Il “No” della carne e il bacio del Pentimento
Nelle sue Madrāšē (Inni) sulla Fede, sant’Efrem analizza la psicologia del primo figlio attraverso la categoria della meditazione medicinale:
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L’aridità del rifiuto: Il primo figlio, dicendo «Non voglio», dà voce alla ribellione atavica della carne e del sangue (sarx kaì haīma), la stessa terra arida e sterile che caratterizzava il mondo pagano (i Gentili).
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La rugiada del rimorso: Il colpo di scena teologico avviene nel segreto dell’animo. Il termine greco
μεταμεληθείς(metamelētheís, pentitosi) viene tradotto nelle antiche versioni siriache (Peshitta) con il concetto di “ritornare in se stessi attraverso il dolore”. Efrem scrive dicendo di guardare a questo figlio ribelle: il suo “no” era la scorza dura del sasso, ma la memoria della voce del Padre è scesa in lui come rugiada sul Sinai. Ha iniziato a “meditare” il proprio errore lungo la via. I denti del pentimento hanno triturato l’orgoglio e la terra arida del suo cuore si è spaccata, trasformandosi in Terra Buona, capace di correre a piedi nudi a raccogliere la Spiga della Vita nel cantiere della vigna.
2. San Giovanni Crisostomo: La spoliazione (Kenosi) dei Pubblicani
Nella scuola antiochena, san Giovanni Crisostomo (nella sua Omelia LXVII) stringe l’inquadratura sulla sferzante formula del sorpasso stradale: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti (proágousin)»:
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La leggerezza della nudità: Il Crisostomo nota che i pubblicani (come Matteo) e le prostitute erano i personaggi più calpestati della Galilea. Non possedevano abiti di finta perfezione morale da mostrare davanti all’altare. Proprio questa totale nudità sociale ed egoistica li ha resi agili. Avendo accolto la sferzata del Battista, hanno compiuto la kenosi del proprio io [cf Seconda Lettura (Filippesi 2,1-11)].
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L’ostacolo del trono: Al contrario, i capi dei sacerdoti, carichi dell’orgoglio accademico dei dotti e arroccati sui loro troni burocratici, sono rimasti rigidi e pesanti. Il Crisostomo esclama: «I peccatori corrono avanti (proágousin) lungo la via del Regno perché non hanno fardelli di vanagloria da trasportare; i sacerdoti rimangono indietro nel tempio, fissando con l’occhio cattivo il miracolo di un Medico che preferisce risanare i vasi di creta spaccati piuttosto che omaggiare la loro immobilità sterile».
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La spoliazione dei Pubblicani e l’agilità della Fede: Nelle sue Omelie sul Vangelo di Matteo, San Giovanni Crisostomo stringe l’inquadratura sul verdetto più scandaloso dell’intreccio: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti» (proágousin):
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Guarda il capolavoro dello Spirito Santo. Chi erano i pubblicani e le prostitute? Erano il fango della società, anime calpestate dalla colpa. Eppure, proprio la coscienza della propria nudità li ha salvati. Non avevano titoli accademici o burocratici da difendere. Davanti alla voce di Giovanni Battista, si sono aperti al pentimento viscerale. La spoliazione del loro ego li ha resi leggeri, agili sulla strada, capaci di correre e di sorpassare (proágousin) i sacerdoti carichi di vanagloria. I capi del Tempio, invece, bloccati dall’invidia dell’occhio cattivo, sono rimasti indietro, guardando con sdegno il fatto che il Medico preferisse risanare i vasi di creta spaccati piuttosto che omaggiare i loro sepolcri imbiancati»
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3. Origene di Alessandria: L’inganno del “Sì” formale (Egō, kýrie)
Nella scuola alessandrina, Origene compie un’autopsia allegorica millimetrica sul secondo figlio, colui che pronuncia l’ossequio diplomatico «Sì, signore» (Egṓ, kýrie) ma non si muove di un millimetro:
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L’analfabetismo del culto: Origene spiega che pronunciare il titolo liturgico Kýrios con le sole labbra pulite, mentre il cuore rimane impermeabile alla sottomissione mite, costituisce il massimo peccato d’ipocrisia. Questo figlio rappresenta l’ascoltatore distratto che siede sui banchi protettivi della tradizione, riducendo la fede a un mormorio formale e stanco.
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La perdita della visita: Chi risponde con l’ossequio burocratico della legge ma non entra nel fango del cantiere della vigna, si esclude da solo dal flusso terapeutico della Trinità. La sua lingua è pulita, ma le sue mani rimangono vuote al momento della resa dei conti, facendo una catastrofica bancarotta della propria anima [San Giovanni Crisostomo: Il paradosso del Denaro unico].
1. La parabola dei due figli
Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; e andato dal primo, gli disse. «Figlio, va` a lavorare oggi nella vigna». Rispose: «Non voglio»; però poi, pentitosi, andò. E rivolto al secondo, gli disse lo stesso. Quegli rispose: «Vado, Signore»; ma non andò. Quale dei due ha fatto la volontà del Padre? «Il primo», risposero. E Gesú soggiunse…” (Mt 21,28-31). Questi due figli, di cui si parla anche nella parabola di Luca, sono uno onesto, l`altro disonesto; di essi parla anche il profeta Zaccaria con le parole: “Presi con me due verghe: una la chiamai onestà, l`altra la chiamai frusta, e pascolai il gregge” (Zc 11,7). Al primo, che è il popolo dei gentili, viene detto, facendogli conoscere la legge naturale: «Va` a lavorare nella mia vigna», cioè non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te (cf. Tb 4,16). Ma egli, in tono superbo, risponde: «Non voglio». Ma poi, all`avvento del Salvatore, fatta penitenza, va a lavorare nella vigna del Signore e con la fatica cancella la superbia della sua risposta. Il secondo figlio è il popolo dei Giudei, che rispose a Mosè: “Faremo quanto ci ordinerà il Signore” (Es 24,3), ma non andò nella vigna, perché, ucciso il figlio del padrone di casa, credette di essere divenuto l`erede. Altri però non credono che la parabola sia diretta ai Giudei e ai gentili, ma semplicemente ai peccatori e ai giusti: ma lo stesso Signore, con quel che aggiunge dopo, la spiega.
“In verità vi dico che i pubblicani e le meretrici vi precederanno nel regno di Dio” (Mt 21,31). Sta di fatto che coloro che con le loro cattive opere si erano rifiutati di servire Dio, hanno accettato poi da Giovanni il battesimo di penitenza; invece i farisei, che davano a vedere di preferire la giustizia e si vantavano di osservare la legge di Dio, disprezzando il battesimo di Giovanni, non rispettarono i precetti di Dio. Per questo egli dice:
“Perchè Giovanni è venuto a voi nella via della giustizia, e non gli avete creduto ma i pubblicani e le meretrici gli hanno creduto; e voi, nemmeno dopo aver veduto queste cose, vi siete pentiti per credere a lui” (Mt 21,32). La versione secondo cui alla domanda del Signore: «Quale dei due fece la volontà del padre?» essi abbiano risposto «l`ultimo», non si trova negli antichi codici, ove leggiamo che la risposta è «il primo», non «l`ultimo»; cosí i Giudei si condannano col loro stesso giudizio. Se però volessimo leggere «l`ultimo», il significato sarebbe ugualmente chiaro. I Giudei capiscono la verità, ma tergiversano e non vogliono manifestare il loro intimo pensiero; cosí, a proposito del battesimo di Giovanni, pur sapendo che veniva dal cielo, si rifiutarono di riconoscerlo.
(Girolamo, In Matth. 21, 29-31)
2. I due figli
“Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli” (Mt 21,28). Egli chiamò i suoi «figli», per incitarli al lavoro. “D`accordo, Signore“, disse l`uno. Il padre l`ha chiamato: Figlio mio, ma lui ha risposto chiamandolo: “Signore“; non lo ha chiamato: Padre, e non ha adempiuto la sua parola. “Quale dei due ha fatto la volontà del padre suo“? Essi giudicarono con rettitudine e “dissero: Il secondo” (Mt 21,31). Egli non disse: Quale vi sembra? – infatti il primo aveva detto: “Ci vado” – bensí: “Quale ha fatto la volontà del padre suo? Ecco perché i pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli (ibid.)“, poiché voi avete promesso a parole, ma essi corrono piú veloci di voi. “Giovanni è venuto a voi nella via della Giustizia” (Mt 21,32), non ha trattenuto per sé l`onore del suo Signore, ma, allorché si riteneva che egli fosse il Cristo, egli ha detto: “Io non sono degno di sciogliere i lacci dei suoi sandali” (Lc 3,16).
(Efrem, Diatessaron, XVI, 18)
3. La gioia di Dio per il peccatore pentito
“Cosí, io vi dico, vi sarà in cielo una gioia maggiore per un solo peccatore che si pente, che non per novantanove giusti, i quali non hanno bisogno di penitenza” (Lc 15,7). Dobbiamo considerare, fratelli, perché il Signore affermi che c`è piú gioia in cielo per i peccatori che si convertono che non per i giusti che rimangono tali. Noi sappiamo per esperienza quotidiana, che il piú delle volte quelli che non si sentono oppressi dal peso dei peccati stanno sí saldi sulla via della giustizia, non commettono nulla d`illecito, ma non anelano ansiosamente alla patria celeste e tanto piú facilmente usano delle cose lecite quanto piú ricordano di non aver commesso nulla d`illecito. Essi per lo piú rimangono pigri nel fare il bene straordinario, proprio perché sono sicuri di non aver commesso colpe piú gravi. Al contrario, quelli che si ricordano di aver compiuto qualcosa d`illecito, presi dal dolore, si accendono di amor di Dio, si esercitano nelle virtù sublimi, cercano le difficoltà del santo combattimento, lasciano tutte le cose del mondo, fuggono gli onori, si rallegrano delle offese ricevute, bruciano di desiderio, anelano alla patria celeste; e poiché sanno di essersi allontanati da Dio, cercano di riparare le colpe del passato con le opere del presente. Pertanto, c`è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che non per un giusto che resta tale, perché anche il condottiero in battaglia ama di piú quel soldato che, tornato indietro dopo essere fuggito, incalza fortemente il nemico, che non quello che non ha mai voltato le spalle ma non si è mai comportato valorosamente.
Anche l`agricoltore ama di piú quel campo che dopo le spine produce frutti abbondanti, di un altro che non produsse mai spine, ma non produce neppure una messe fertile.Ma a questo punto bisogna che si sappia che ci sono molti giusti, nella cui vita c`è soltanto gioia, cosí che non si può chiedere loro alcuna penitenza per i peccati. Molti, infatti, sono consapevoli di non aver commesso alcun male, e tuttavia si esercitano con tanto ardore a mortificarsi come se fossero ridotti alle strette da tutti i peccati. Tutto rifiutano, anche le cose lecite, si accingono con elevatezza d`animo a disprezzare il mondo, non vogliono che siano loro lecite quelle cose che piacciono, si privano anche dei beni concessi, disprezzano le cose visibili, ardono per quelle invisibili, godono nei lamenti, in ogni cosa si umiliano; e come alcuni piangono i peccati di opere, cosí fanno anch`essi per quelli di pensiero.
Come dunque chiamerò costoro, se non giusti e penitenti, essi che si umiliano con penitenza del peccato di pensiero e perseverano sempre retti nelle loro azioni? Da questo bisogna capire quanta gioia dà a Dio quando un giusto umilmente piange, dal fatto che egli gode in cielo quando un ingiusto condanna con la penitenza il male che ha commesso.
(Gregorio Magno, Hom. 34, 4-5)
4. E` solo questo il tempo della conversione
Il tempo per guadagnare la vita eterna Dio lo assegnò agli uomini solo in questa vita, nella quale volle che ci fosse anche una fruttuosa penitenza. Pertanto, la fruttuosa penitenza è qui, perché qui l`uomo, deposta la malizia, può vivere bene, e, mutato il volere, mutare insieme i meriti e le opere e nel timor di Dio compiere le cose che piacciono a Dio. E chi non avrà fatto ciò in questa vita, subirà di certo la pena delle sue colpe nel secolo avvenire, ma non troverà indulgenza al cospetto di Dio; poiché sebbene lí ci sarà lo stimolo della penitenza, mancherà la correzione della volontà. Da questi infatti viene talmente biasimata la loro colpa, che in nessun modo da essi può essere amata o desiderata la giustizia. Infatti, la loro volontà sarà tale, da aver sempre in sé il supplizio della propria malvagità e da non poter mai ricevere un desiderio di bontà. Poiché come coloro che con Cristo regneranno, non avranno in sé alcun residuo di cattiva volontà, cosí coloro che saranno condannati al supplizio del fuoco eterno col diavolo e i suoi angeli, come non avranno piú alcun refrigerio, cosí non potranno in alcun modo avere una buona volontà. E come ai coeredi di Cristo sarà concessa la perfezione della grazia per l`eterna gloria, cosí a coloro che partecipano della stessa sorte del diavolo, la stessa malizia aumenterà la pena; allorché cacciati nelle tenebre esteriori, non saranno illuminati da nessuna luce interiore della verità.
(Fulgenzio di Ruspe, De fide ad Petr. 38)
5. La fede che giustifica e le opere buone
Il solerte operaio riceve a testa alta la mercede del suo lavoro, mentre quello pigro ed indolente non osa guardare in volto il suo datore di lavoro. Noi, pertanto, dobbiamo essere zelanti e premurosi nell`adempimento del bene, giacché è Dio ad elargirci ogni cosa. Il Signore ha, infatti, detto: “Ecco il Signore Iddio che viene con la sua ricompensa e la sua retribuzione lo precede” (Is 40,10): “Egli accorderà a ciascuno secondo le opere che questo compie” (Pr 24,12).
Con tali parole, perciò, egli ci esorta non soltanto a credere in lui con tutto il nostro cuore, ma a tenere altresí lontani da noi la passività ed il disinteresse nei confronti del bene. Poniamo nel Signore il nostro vanto ed ogni nostra sicurezza! Mostriamoci docili alla sua volontà, considerando che tutta la schiera dei suoi angeli, che gli sta intorno, si conforma costantemente alla sua volontà. La Scrittura, infatti, dice: “Diecimila miriadi lo attorniavano e mille migliaia lo servivano” (Dn 7,10), “gridando: Santo, Santo, Santo, il Signore Dio degli eserciti, tutta la creazione è piena della sua gloria” (Is 6,3). Anche noi, perciò, concordemente e tutti uniti in un cuore solo, innalziamo a lui, con insistenza, ad una sola voce, il nostro grido, affinché egli ci elargisca quei gloriosi e grandi doni che ci ha promesso. Sta, infatti, scritto: “Quel che occhio mai non vide, né orecchio mai udí, né mai cuore d`uomo ha potuto gustare, questo Dio ha preparato per coloro che lo amano (1 Cor 2,9; Is 64,4; 65,16).
(Clemente di Roma, Ad Corinth. 32-34)
6. La vera penitenza è non ricadere di nuovo nelle stesse colpe
A chiunque di vero cuore si converta a Dio sono aperte le porte, e il Padre accoglie il figlio, purché sia veramente pentito, col cuore pieno di gioia. La vera penitenza poi non è solo non ricadere di nuovo nelle stesse colpe, ma strappare del tutto dall’anima quei peccati per i quali ci si riconosce rei di morte. Tolti questi, Dio abiterà di nuovo con te. Cristo dice infatti che in cielo,quando un peccatore si converte e fa penitenza, per il Padre e gli angeli è sommo e incomparabile gaudio. Per questo proclama: «Voglio l’amore e non il sacrificio» (Os 6,6); «lo non godo della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva» (Ez 33,11); «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto diventeranno bianchi come neve, se fossero rossi come porpora diventeranno come lana» (Is 1,18). Solo Dio può cancellare i peccati e non imputare i delitti, poiché a noi pure Dio comandò di perdonare ogni giorno ai fratelli pentiti. Che se noi, pur essendo cattivi sappiamo fare del bene, quanto più il Padre delle misericordie; il Padre buono da cui viene ogni consolazione, pieno di misericordia e molto benigno, sa usare un’estrema pazienza aspettando chi si converte.
Convertirsi sinceramente significa smettere di peccare, né più rivolgersi verso le cose passate. Dio dunque concede il perdono dei peccati passati; ciascuno poi resta responsabile di se stesso per non cadere in nuovi peccati. E pentirsi significa questo: aver dolore dei peccati commessi e chiedere con insistenza che il loro ricordo sia cancellato dal Padre: lui solo può per la sua misericordia distruggere il passato come non fosse avvenuto, e cancellare con la grazia dello Spirito il male della vita passata.
Vuoi, o ladro, che ti sia perdonato il delitto? Smetti di rubare. Ciò che hai rapito, restituiscilo e aggiungivi qualcosa in più. Testimonio falso, impara a essere veritiero. Spergiuro, astieniti dal giuramento e spezza le altre inclinazioni e i vizi. Forse è impossibile troncare subito tutte in una volta certe passioni ormai sviluppate; ma con la grazia di Dio, con le preghiere degli altri e l’aiuto dei fratelli, insieme a una vera penitenza e all’assidua meditazione si può ottenere anche questo.
Dal libro «Quale ricco si salverà?» di Clemente Alessandrino.
7. Foste salvati gratuitamente
Policarpo e i presbiteri, che sono con lui, alla chiesa di Dio che risiede come pellegrina in Filippi: la misericordia e la pace di Dio onnipotente e di Gesù Cristo nostro salvatore siano in abbondanza su di voi. Prendo parte vivamente alla vostra gioia nel Signore nostro Gesù Cristo perché avete praticato la parola della carità più autentica. Infatti avete aiutato nel loro cammino i santi avvinti da catene, catene che sono veri monili e gioielli per coloro che furono scelti da Dio e dal Signore nostro. Gioisco perché la salda radice della vostra fede, che vi fu annunziata fin dal principio, sussiste fino al presente e porta frutti in Gesù Cristo nostro Signore. Egli per i nostri peccati accettò di giungere fino alla morte, ma «Dio lo ha risuscitato sciogliendolo dalle angosce della morte» (At 2, 24), e in lui, senza vederlo, credete con una gioia indicibile e gloriosa ( cfr. 1 Pt 1, 8), alla quale molti vorrebbero partecipare; e sapete bene che siete stati salvati per grazia, non per le vostre opere, ma per la volontà di Dio mediante Gesù Cristo (cfr. Ef 2, 8-9).
«Perciò dopo aver preparato la vostra mente all’azione» (1 Pt 1, 13), «servite Dio con timore» (Sal 2, 11) e nella verità, lasciando da parte le chiacchiere inutili e gli errori grossolani e «credendo in colui che ha risuscitato nostro Signore Gesù Cristo dai morti e gli ha dato gloria» (1 Pt 1, 21), facendolo sedere alla propria destra. A lui sono sottomesse tutte le cose nei cieli e sulla terra, a lui obbedisce ogni vivente. Egli verrà a giudicare i vivi e i morti e Dio chiederà conto del suo sangue a quanti rifiutano di credergli. Colui che lo ha risuscitato dai morti, risusciterà anche noi, se compiremo la sua volontà, se cammineremo secondo i suoi comandi e ameremo ciò che egli amò, astenendoci da ogni specie di ingiustizia, inganno, avarizia, calunnia, falsa testimonianza, «non rendendo male per male, né ingiuria per ingiuria» (1 Pt 3, 9), colpo per colpo, maledizione per maledizione, memori dell’insegnamento del Signore che disse: Non giudicate per non esser giudicati; perdonate e vi sarà perdonato; siate misericordiosi per ricevere misericordia; con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi (cfr. Mt 7, 1); Lc 6, 36-38) e: Beati i poveri e i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli (cfr. Mt 5, 3. 10).
Dalla «Lettera ai Filippesi» di san Policarpo, vescovo e martire (Capp. 1, 1 – 2, 3)
lunedì 21 settembre 2026
Abbazia Santa Maria di Pulsano