DOMENICA DELLA RESURREZIONE DEL SIGNORE, Anno C

Gv 20,1-9; At 10,34.37-43 (leggi 10,34-43); Sal 117; Col 3,1-4 opp. 1 Cor 5,6b-8

 

 

Rapida e vivace si presenta la prima Pasqua cristiana descritta da san Giovanni: tutti corrono, la mattina del giorno che ha fatto il Signore!

Incontriamo in primo luogo Maria Maddalena, che vive il momento delle lacrime e della crisi: deve ancora imparare a vivere l’assenza del Cristo senza aggrapparsi a un altro amore. La donna scopre il sepolcro aperto e vuoto, e subito teme che il corpo del Signore sia stato portato via. Vittima dell’odio, Gesù sarebbe stato perseguitato anche nella tomba? La Maddalena corre ad avvertire gli amici di colui che, un giorno, l’aveva liberata: «Avete visto l’amato del mio cuore?» (Ct 3,3). Giovanni, nel suo Evangelo, presenta più di una volta Simon Pietro insieme al discepolo che Gesù amava: il secondo precede sempre il primo con la rapidità delle sue intuizioni, in cui lo slancio del cuore ha un posto preponderante. Li ritroviamo qui, mentre corrono a perdifiato verso il sepolcro, dove l’altro discepolo arriva prima del capo degli apostoli. Si china, ansante, sulla tomba vuota, ma si ferma interdetto: nell’apertura spalancata attraverso cui Pietro deve precederlo per accreditare, a suo tempo, il mistero dell’assente, si vedono le bende per terra e il sudario accuratamente piegato in un angolo. Non è dunque possibile pensare all’ipotesi del furto del cadavere.

Mentre Pietro si interroga, senza comprendere, il discepolo che Gesù amava ha già colto ciò che è accaduto. Grazie all’intelligenza della fede, che si muove su un piano diverso da quello delle prove evidenti, egli intuisce che il corpo non può essere stato portato via. Nei panni funerari abbandonati e ripiegati, legge i segni di una risurrezione definitiva: la vita ha spodestato la morte e le ha strappato il suo dominio! Davvero, soltanto l’amore sa vedere chiaramente; vede e crede, e avanza verso Colui che porta in sé il pieno significato di ogni cosa: Gesù, vivente ormai per tutti i secoli.

 

Alleluia, Alleluia

«Questo è il giorno che ha fatto il Signore:

rallegriamoci ed esultiamo». (Antif. Salmo responsoriale)

Alleluia, Alleluia

 

L’assemblea del giorno di Pasqua esplode nel canto dell’Alleluia e si raduna sotto il segno dell’esultanza. Ed è come se in questa esultanza si dessero convegno, realizzandosi, tutte le speranze messianiche del popolo di Dio. La molteplicità della scelta dell’Evangelo (Gv 20,1-9, oppure, se di sera, Lc 24,13-35, o anche la semplice ripetizione dell’Evangelo della Notte santa) mostra che le ricchezze incalcolabili della Resurrezione si presentano in una virtualità sconfinata. Ancora una volta si deve riflettere su questo momento celebrativo, poiché ogni altro momento, in specie la Domenica, dovrebbe poter esprimere tanta ricchezza, tanta vita, tanta gioia, come finora si è insistito.

Noi siamo entrati nel “grande giorno del Signore”, viviamo, ci muoviamo nella sua luce. E questo non significa che siamo usciti dal tempo e dallo spazio della realtà terrestre, ma anzi che abbiamo trovato il punto giusto di inserimento in essa. L’era nuova iniziata con la risurrezione di Cristo combacia con la presente; ma anche la supera e la porta al suo pieno compimento.

Entrare nel «giorno del Signore» non è quindi raggiungere una fase statica, di riposo, ma inserirsi nel dinamismo che scaturisce dalla vita del risorto.

Accogliendoci nel suo giorno, Cristo ci fa camminare verso la realizzazione del destino umano e cosmico, che in lui si è già perfettamente compiuto.

 

 

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